Dopo essere stata presentata al Meeting di Rimini, la mostra sui 19 Martiri di Algeria è arrivata a New York e sarà presto a Parigi, Oxford e Lourdes, oltre che in numerose città italiane, tra cui Milano e Roma. Ne abbiamo parlato con Padre Thomas Georgeon, postulatore della causa di beatificazione

Ultimo aggiornamento: 24/02/2026 16:04:02

Intervista a cura di Alessandro Banfi

 

Dalle foto sui social scattate a New York si capisce che padre Thomas Georgeon, monaco trappista, ha un passato di fotografo professionista. È da anni il postulatore alla causa di beatificazione dei 19 martiri d’Algeria. Ma prima di entrare in monastero ha studiato comunicazione alla Sorbona ed ha lavorato per una famosa agenzia fotografica francese. A lui, ospite d’onore al New York Encounter, abbiamo chiesto questa volta di scattare un’istantanea per Oasis.

 

La mostra Twice Called sui 19 martiri d'Algeria è approdata a New York. Qual è stato per lei l'aspetto più significativo?

L’aspetto più significativo per me è stato quello di passare dalla mostra del Meeting, molto sviluppata, ad una mostra più “asciutta”, piccola ma che riassume molto bene tutto cio che è necessario per comprendere al meglio qual è il messaggio che ci lasciano i 19 martiri e la Chiesa d’Algeria. È stato significativo anche vedere tante persone, tanti giovani, visitare la mostra e rimanere in silenzio dopo aver sentito il testamento del beato Christian de Chergé. Credo che sia la prima volta che un evento ufficiale negli Stati Uniti mette a tema questa vicenda: vivere in uno spirito d’amicizia, di gratuità e di condivisione cristiana è, ancora oggi, per le nostre Chiese, le nostre comunità, le nostre società, una testimonianza di carità e di gratuità.

 

La testimonianza dei martiri sottolinea il valore del dialogo e delle società miste. Non a caso la vostra tavola rotonda è stata moderata dal vescovo di Birmingham in Alabama Monsignor Steven John Raica...  

Si, è stata una bella scelta quella del vescovo di Birmingham come moderatore del nostro incontro. Mons. Raica viene infatti da un luogo noto per la presenza di Martin Luther King, arrestato in quella città dell’Alabama nel 1963. Il reverendo King scrisse una famosa lettera in cui chiamava la chiesa ad essere più protagonista nella società e più impegnata nel dialogo per far cessare la segregazione e promuovere una società mista. Poi, alcuni membri del Ku Klux Klan fecero esplodere una chiesa battista a Birmingham, uccidendo quattro ragazze. E, durante il funerale collettivo di tre delle vittime, Martin Luther King pronunciò l'elogio funebre, dichiarando che le ragazze erano «le eroine martiri di una santa crociata per la libertà e la dignità umana». Martiri dell’alterità come lo furono i 19 d’Algeria. Quindi, una consonanza con la testimonianza dei 19 sicuramente c’è. La stessa ricerca della pace, della convivenza di persone di diverse origini etniche e la stessa accettazione dell'alterità. Credo che sia un tema più che attuale oggi negli Stati Uniti, Paese profondamente multietnico. Presentare la testimonianza dei martiri d’Algeria che sono rimasti accanto ad un popolo, diverso nella sua fede, può essere un segno forte di fratellanza e di amicizia per il popolo americano.

 

Dopo New York la mostra andrà a Oxford, Parigi, Lourdes, Milano e Roma... si aspettava una tale risonanza internazionale?

No, assolutamente no! Devo dire che, come postulatore, ricevo tante testimonianze di persone da tutto il mondo che provano a diffondere la vita dei 19. Ma grazie alla Fondazione Oasis e alla Libreria Editrice Vaticana oggi disponiamo di uno strumento straordinario che permette alle persone di scoprire che cosa può significare una vita semplice, nascosta, donata e feconda. Sappiamo bene che il film Uomini di Dio è stato uno strumento mondiale notevole per diffondere la storia dei monaci di Tibhirine. Adesso, con questa mostra che girerà in tanti Paesi, sono tutti e 19 i martiri che verrano meglio conosciuti e che potranno aprire gli occhi a tanti sulla santità ordinaria che noi tutti siamo chiamati a vivere nell’amicizia. E soprattutto nella fraternità con l’altro, sotto lo sguardo del Padre.

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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