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Altre proteste in Tunisia

Manifestazioni in Tunisia, ottobre 2011 [Foto: parlamento europeo - Flickr creative commons]

Rassegna stampa ragionata sul Medio Oriente e sul mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 22/01/2021 16:44:07

Negli ultimi giorni in Tunisia molti giovani sono scesi in piazza per protestare contro le condizioni socio-economiche del Paese. Il 14 gennaio, anniversario della Primavera araba, a Tunisi era stato imposto un lockdown e tutte le manifestazioni fino al 24 gennaio erano state sospese. Ma giovani e giovanissimi hanno violato il coprifuoco e si sono scontrati con la polizia. Più di 600 persone sono state arrestate. Si tratta per la maggior parte di adolescenti e infatti, spiega Arianna Poletti, il 30% degli arrestati ha meno di 18 anni, una novità rispetto alle proteste del 2010-2011. Mercoledì a Sousse e a Tunisi circa cento persone si sono opposte all’arresto di manifestanti così giovani.

 

Il primo ministro Hichem Mechichi inizialmente non ha commentato i fatti e i media di Stato non hanno riportato le notizie degli scontri e degli arresti. Successivamente il premier tunisino ha proposto un rimpasto di governo, che dovrà essere approvato dal Parlamento la settimana prossima, mentre il ministro della Difesa Brahim Bartagi ha detto che i «terroristi» potrebbero approfittare della situazione di caos provocata dalle proteste.

 

Dopo il biennio 2010-2011 sembrava che la Tunisia fosse l’unico Paese arabo ad aver accolto le richieste delle piazze iniziando un processo democratico. Ma la democrazia tunisina resta fragile. «La Tunisia è abbastanza libera da permettere proteste così massicce senza troppo spargimento di sangue, ma la popolazione è insoddisfatta della leadership politica e della gestione statale ed è in cerca di un cambiamento», ha commentato per il Washington Post l’analista Youssef Cherif.

 

La situazione economica è disastrosa, la disoccupazione giovanile in crescita costante, il turismo completamente bloccato a causa della pandemia da Covid-19 e le riforme strutturali richieste dal Fondo monetario internazionale andranno con ogni probabilità a ridurre ulteriormente il potere di acquisto della popolazione. Le richieste dei manifestanti sono le stesse di dieci anni fa: i diritti e la dignità che spettano al popolo tunisino, strappati ai legittimi proprietari da una classe politica sistematicamente accusata di corruzione. Qualcuno ha anche ricominciato a chiedere la “caduta del regime”. Ma se nel 2011 quest’ultimo era rappresentato dalla figura di Ben Ali e dal suo entourage, oggi è più difficile capire in che cosa potrebbe tradursi questo slogan.

 

Attentato dello Stato islamico a Baghdad

 

Giovedì a Baghdad c’è stato un doppio attentato suicida che ha ucciso 32 persone e ne ha ferite più di cento. L’attacco, avvenuto al mercato di piazza Tayan, è stato poi rivendicato dallo Stato islamico, ma, come spiega Daniele Raineri sul Foglio, a suscitare impressione è stato il fatto che l’ISIS sia riuscito a colpire di nuovo in città. Solitamente, infatti, i gruppi terroristici si riorganizzano nelle campagne e nelle aree isolate per colpire i centri abitati solo in un secondo momento. E infatti attacchi simili si erano verificati nei giorni precedenti nelle aree rurali.

 

L’ultimo attentato di tale portata era avvenuto nella stessa piazza nel 2018, e dalla cacciata dello Stato islamico dalla capitale gli attentati di questo tipo si erano fatti sempre più rari. Il fatto che oggi un attentato suicida sia un evento eccezionale e non la normalità come qualche anno fa, dovrebbe mettere in luce com’è migliorata la sicurezza a Baghdad, ritiene Michael Knights.

 

Tuttavia la situazione resta precaria anche per la forte presenza iraniana in Iraq, che preoccupa tra gli altri Israele. Larga parte del territorio iracheno è in mano alle milizie sciite, e la principale, sponsorizzata da Teheran, è Kata’ib Hezbollah. Gli Stati Uniti la considerano il vettore di ingresso iraniano in Iraq. È per questo che  si pensava che, eliminando la milizia, l’Iraq avrebbe avuto modo di riprendere parte della sua indipendenza. Ma le cose sono molto più complesse, leggiamo su War on the Rocks, perché le milizie, considerate attori non statali, si comportano in realtà come attori statali de facto

 

Il neo presidente Biden proverà tornare al tavolo dei negoziati per firmare un nuovo accordo sul nucleare con l’Iran, ma, scrive Foreign Policy, «trattare l’Iran e il suo programma nucleare in modo isolato è miope». Il nuovo presidente, tra le altre cose, dovrebbe infatti «contrastare l’agenda espansionistica dell’Iran nella regione aiutando l’Iraq a riconquistare la sua sovranità e limitando l’intervento straniero nel Paese».

 

Algeria e Francia

 

Sei mesi fa il presidente francese Emmanuel Macron aveva commissionato allo storico Benjamin Stora uno studio sul ruolo della Francia nella guerra di Algeria. Mercoledì lo studio è stato reso pubblico e in Francia si è aperto un dibattito sul passato coloniale. Il “Rapporto sui problemi di memoria relativi alla colonizzazione e alla guerra algerina” non è solo una relazione accademica, ma un vero tentativo di riconciliazione tra i due Paesi.

 

Un editoriale di Le Monde spiega che la guerra d’Algeria è vista in modo diverso dalle due sponde del Mediterraneo. Se in Francia la memoria del periodo coloniale presenta più sfaccettature (visto che sul suolo francese sono presenti pieds-noirs, harkis e immigrati), in Algeria la narrazione della guerra in chiave anti-francese è stata spesso strumentalizzata dal governo per legittimare l’autoritarismo.

 

La raccomandazione principale del rapporto è la creazione di una commissione “Memoria e verità”, che avrebbe il compito di concentrarsi sul concetto di «riconoscimento», anziché su quello di «pentimento». A questo proposito l’Eliseo ha fatto sapere che non presenterà delle scuse formali all’Algeria, un’azione invece necessaria, secondo alcuni algerini, per una vera riconciliazione. Anche il primo ministro francese Jean Castex non ha accolto con favore l’iniziativa.

 

Il quotidiano francese definisce il rapporto anche «ambizioso», perché «si propone di restituire alcuni archivi all’Algeria, di far luce sugli assassinii di europei a Orano nel luglio 1962, di identificare i dispersi della guerra da entrambe le parti e di cooperare con gli algerini sulla contaminazione seguita ai test nucleari effettuati dalla Francia nel Sahara fino al 1966».

 

In un paragrafo

 

L’ombra di Damasco sull’esplosione di Beirut

 

Potrebbe esserci la Siria dietro all’esplosione del porto di Beirut dello scorso 4 agosto. È ciò che emerge dall’inchiesta del giornalista libanese Firas Hatoum, ripresa poi da varie testate internazionali, tra cui Le Monde, Foreign Policy e il Guardian. La destinazione finale delle 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio non sarebbe stata il Mozambico, come si pensava inizialmente. In base ai documenti ottenuti da Hatoum, il compratore del nitrato d’ammonio non era la Fábrica de Explosivos Moçambique, ma una ditta chiamata Savaro, con sede a Londra, allo stesso indirizzo di tre uomini d’affari con doppia cittadinanza russo-siriana, già sanzionati dagli Stati Uniti per il loro sostegno al regime di Assad. Questa e altre connessioni non dimostrano che la destinazione finale del nitrato d’ammonio fosse il regime di Bashar al-Assad, ma le indagini, condotte dal giudice Fadi Sawan, stanno subendo rallentamenti a causa dalla scarsa cooperazione dei politici libanesi. La popolazione, invece, ora chiede che venga investigato anche il coinvolgimento siriano.

 

In una frase

 

Nel Darfur si sono verificati scontri interetnici che hanno causato la morte di almeno 155 persone (Al Jazeera).

 

In un ospedale del Cairo, alcuni pazienti malati di Covid-19 sono morti per mancanza di ossigeno. Il governo egiziano aveva negato che la scarsità di ossigeno fosse la causa del decesso (New York Times).

 

Secondo Foreign Policy al presidente indiano Modi non converrebbe esacerbare le divisioni settarie, in particolare a scapito dei musulmani, considerando le strette relazioni che l'India intrattiene con i Paesi del Golfo.

 

Ai negoziati onusiani sulla Libia si è deciso il meccanismo che dovrebbe portare a un governo provvisorio che sorveglierà le  elezioni, previste a dicembre (Al Jazeera).

La guerra in Eritrea non si è fermata nemmeno in occasione dell’epifania ortodossa (RFI).

 

Anche se molti tunisini dal 2011 hanno lasciato il Paese per unirsi ai jihadisti in Siria e in Libia, il governo di Tunisi non se n’è mai occupato e solo pochi sono stati rimpatriati (Le Monde).

 

L’Iran (Al Jazeera) e l’Egitto (Arab News) si sono mostrati favorevoli alla distensione dei rapporti con il Qatar nel Golfo.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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