Dalla storia di Ester alla retorica su Iran e Palestina: come il racconto di Purim viene arruolato nel discorso nazionalista-religioso israeliano e perché una lettura integrale della Bibbia ne smentisce l’uso come giustificazione della guerra
Ultimo aggiornamento: 28/02/2026 17:14:38
Purim e l’Iran: questa volta non siamo inermi. Così scriveva il 26 febbraio sul suo sito inglese Israel ha-yom, il giornale gratuito filo-Netanyahu che è oggi il quotidiano più letto in Israele. E in effetti non sono pochi i paralleli che a prima vista la vicenda di Purim, il carnevale ebraico che si celebrerà martedì prossimo 3 marzo, sembra offrire con l’attuale conflitto. Richiamiamo brevemente i tratti essenziali della storia, che si legge nel libro di Ester, peraltro in due versioni piuttosto diverse a seconda della lingua (ebraico o greco).
Complotto alla corte del re
Dopo la caduta di Gerusalemme gli ebrei si trovano in esilio in Persia, l’attuale Iran. L’imperatore persiano Assuero, che è poi il Serse delle guerre con i greci anche se qui assume tratti leggendari, ha delegato i suoi poteri al visir Amàn per darsi alla bella vita con il suo numeroso harem. Un giorno la regina Vasti si rifiuta di comparire al suo cospetto e viene ripudiata. Per sostituirla il re indice un concorso di bellezza, che viene vinto dall’ebrea Ester. Nel frattempo, però, lo zio di Ester, Mordechai, si è rifiutato di prostrarsi davanti al visir che, adirato, ottiene dal re il permesso di sterminare tutti gli ebrei. Ester, tuttavia, interviene presso il re e riesce a salvare il suo popolo: Aman finisce i suoi giorni impiccato a un palo, mentre gli ebrei festeggiano lo scampato pericolo istituendo la festa di Purim, tuttora celebrata.
Particolare importante, il cattivo visir Aman discende dal re degli amaleciti, la popolazione sterminata dagli ebrei durante l’Esodo, che nella Bibbia incarna il male assoluto. Se Netanyahu ha già fatto dei palestinesi i moderni amaleciti, la vicenda di Purim permette così di realizzare il nesso con l’Iran. Nella sua versione attualizzata, il cattivo visir “palestinese” trama lo sterminio degli ebrei con l’accordo dello shah iraniano, solo per vedere le sue trame fallire miseramente. Con un’unica piccola variazione rispetto al racconto biblico, che non sfugge ai redattori del sito di estrema desta israeliano: questa volta gli ebrei «non sono inermi» e non si devono affidare alla fragile bellezza di Ester, potendo contare sui ben più robusti argomenti del loro patrono americano. Se poi le moderne autorità persiane riusciranno a dissociarsi in tempo dal visir palestinese, magari con un opportuno regime change, lo sapremo nei prossimi giorni. Certamente c’è già chi, Reza Pahlavi, scalpita per ricoprire il ruolo.
Una lettura priva di fondamento
Questi accostamenti tra narrazioni bibliche e storia contemporanea possono sembrare ridicoli. Non lo sono. Anche se nessuno, credo, sarebbe così eccentrico da leggere nel libro di Ester la causa scatenante dell’attuale conflitto e neppure del suo timing a ridosso di Purim, essi sono parte integrante del discorso nazionalista-religioso che è divenuto egemonico in Israele e che svolge un importante ruolo interno nel legittimare la nuova avventura militare. Ancora una volta ripropongono la questione della presunta giustificazione religiosa a quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi in Medio Oriente.
Si tratta di un tema molto scivoloso per i cristiani, che spesso li getta in una condizione d’inferiorità culturale, impedendo loro di dire una parola che sia al tempo stesso chiara e radicata nella loro fede. Mentre infatti l’ideologia della repubblica islamica iraniana fa appello a un sistema valoriale diverso – anche se in realtà legato all’universo biblico – ogni volta che Israele brandisce l’argomento scritturale a colpi di versetti sembra presentarsi una scomoda alternativa: o lo si accetta, come fanno i sionisti cristiani, o, se lo si rifiuta, si interiorizza una sorda sfiducia verso la Bibbia, dando implicitamente ragione a quanti affermano che essa giustifica la violenza. Magari non lo si ammetterà apertamente, ma il malessere cova sotto la cenere.
Ebbene, per dirlo subito in poche parole, questa giustificazione religiosa non esiste. Non esiste chiaramente nel Nuovo Testamento. Ma non esiste neppure nell’Antico Testamento, se lo si legge secondo il suo sviluppo storico e non semplicemente isolando alcuni versetti relativi alla Terra Promessa e al mandato di sterminare le popolazioni di Canaan.
Che non esista nel Nuovo Testamento è lampante. Da un lato, Gesù rinuncia a ogni forma di violenza e ingiunge ai suoi seguaci di fare altrettanto. Dall’altro non accetta di farsi rinchiudere dentro la gabbia del Messia politico, una scelta, la sua, che richiede una costante conversione anche ai suoi apostoli, se è vero che anche dopo l’evento pasquale, al momento dell’addio sul monte dell’Ascensione, gli chiedono ancora se è giunto il momento in cui ricostruirà il regno d’Israele cacciando i romani. L’apertura alle nazioni che si compie con i primi viaggi missionari completa la conversione e non serve essere un fine esegeta per sapere che Vangelo di Luca e Atti degli Apostoli possono essere letti come un unico grande viaggio che dalla Galilea porta a Gerusalemme (Vangelo) e da Gerusalemme al mondo (Atti).
L’Esilio come rivelazione
Ma anche prendendo in considerazione la sola Bibbia ebraica, il risultato non cambia. Il momento spartiacque qui è la caduta di Gerusalemme del 587 a.C. e il successivo esilio. Fino a quel momento gli ebrei avevano vissuto sotto una monarchia che identificava possesso della terra e favore divino, spiegando eventuali insuccessi politici con la mancanza di fedeltà alla Legge. È questa teologia della storia, che ad esempio sottintende la narrazione del Deuteronomio, a guidare la lettura anche degli eventi anteriori alla fondazione della monarchia, in particolare la conquista della Terra Promessa, di cui peraltro, scrive la Bibbia di Gerusalemme nella sua introduzione al Libro di Giosuè, si fornisce «un quadro idealizzato e semplificato». Fatto significativo, alcune narrazioni bibliche sembrano intervenire esattamente per impedire una lettura unilaterale di queste vicende; è il caso, ad esempio, del libro di Ruth, da cui si apprende che il grande Davide, il re messianico per eccellenza, discende da una donna moabita, i nemici storici degli ebrei. Dettaglio non da poco dato che nella Bibbia la genealogia si trasmette per la linea femminile.
La caduta della monarchia in ogni caso rappresenta un punto di rottura e la grande fioritura della letteratura profetica si spiega anche come un tentativo di trovare un senso a una tragedia nazionale che porta con sé il crollo di tutte le antiche certezze: «Questo è il mio tormento, è mutata la destra dell’Altissimo» confessa il Salmista (77(76), 11).
Il ritorno in patria di una parte degli esiliati, il «resto d’Israele» di cui parla Isaia, sembra in un primo momento offrire una risposta alla crisi. Il popolo è stato purificato e può tornare alla condizione anteriore all’esilio. Non è così. La Terra, infatti, viene restituita in una modalità diversa rispetto all’epoca anteriore all’esilio. Non è un passaggio facile: l’istinto di questo «resto», profondamente religioso, è quello di riportare indietro le lancette, come se l’esilio potesse essere liquidato come una spiacevole parentesi. Gli oracoli profetici di Aggeo e Zaccaria ci fotografano il momento in cui gli scampati si illudono che un discendente di Davide, Zorobabele, dopo una prima provvisoria ricostruzione del Tempio, possa restaurare la monarchia. Ma il piano fallisce: gli abitanti di Giuda restano sotto l’influenza persiana e alla fine l’Ebraismo che emerge è quello di Esdra lo scriba, centrato sulla Legge e sul culto, non più sulla monarchia e sulla terra.
Per i cristiani questa storia, che si accompagna nei Profeti più recenti a una presa di coscienza di un possibile ruolo positivo anche per le nazioni non ebree, prepara l’ulteriore svolta di Gesù. È impressionante constatare infatti che il maestro di Nazareth compare sulla scena di Israele proprio quando, dopo la monarchia, si esaurisce anche la linea legittima dei sommi sacerdoti, interrotta da Erode con l’uccisione dell’ultimo degli Asmonei, e poco prima che il tempio sia cancellato dai romani. Sono coincidenze che fanno riflettere e i cristiani le hanno colte fin da subito (pensiamo già alla narrazione di Eusebio nella Storia ecclesiastica), anche se purtroppo spesso abbinandole a una polemica antiebraica che non deve avere diritto di cittadinanza.
Ma restiamo al punto. Dalla lettura delle pagine della Bibbia ebraica emerge con chiarezza che l’esilio rappresenta un punto di non ritorno. Come preannunciato da Geremia, i superstiti ricevono indietro la Terra. Ma la seconda volta non è come la prima. Ora devono rinunciare al progetto politico della monarchia davidica. Potremmo allora dire che il dramma della destra religiosa di Israele, sul piano spirituale, è proprio non rendersi conto di questo passaggio: vivono al tempo di Esdra (sebbene senza il Tempio, per ora), ma pensano ancora a Giosuè e Davide. L’esilio non è solo un fatto storico, che può essere superato – il sionismo moderno nasce per questo, in fondo. L’esilio è anche una categoria della rivelazione e come tale non può essere rimosso come se non fosse mai stato.
Proprio per questo è interessante l’esperienza di Smol Emuni (“Sinistra di Fede”), un piccolo gruppo di ebrei praticanti che non si riconosce nell’attuale deriva fondamentalista, come racconta Francesca Gorgoni, ebraista e arabista italiana, in un articolo per Ha Keillah, rivista del gruppo di studi ebraici di Torino. Rompendo con uno schema ricorrente in Israele, dove i laici di sinistra sono – o almeno erano – più disposti a prestare ascolto alle voci dei palestinesi, mentre i religiosi tendono naturalmente verso il nazionalismo di destra, questo piccolo gruppo, e altre esperienze di intellettuali ebrei praticanti in Israele e nella diaspora, mostrano che la Bibbia ebraica contiene già gli anticorpi a una lettura fondamentalista. Basta leggerla tutta: anche i Profeti posteriori, anche gli Scritti. No, non dobbiamo vergognarci dell’Antico Testamento e non abbiamo alcuna ragione di lasciarne il monopolio a Netanyahu e soci.