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Focus attualità

L’Arabia Saudita contro i dissidenti

Una manifestazione all'esterno del consolato dell'Arabia Saudita a Istanbul dopo la scomparsa di Jamal Khashoggi [© Hilmi Hacaloğlu - VOA]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 22/03/2019 14:54:01

Mentre è in atto una preoccupante repressione ai danni di figure critiche verso l’operato di Riyadh, l’Arabia Saudita si avvicina a Cina e soprattutto Israele, con cui condivide un sentimento anti-iraniano. Negli stessi giorni assistiamo anche alla presunta fine di Isis e a nuove riflessioni sull’attentato in Nuova Zelanda.

 

 

Le mosse dell’Arabia Saudita

 

Un’inchiesta del New York Times fa luce sull’operato del Principe ereditario saudita Muhammad Bin Salman contro alcuni dissidenti del Regno. Secondo alcuni funzionari dell’ambasciata saudita a Washington e ufficiali americani che hanno avuto accesso a materiali secretati, il Regno, sotto l’ala protettrice del delfino di Riyadh, avrebbe formato un commando, chiamato Rapid Intervention Group (“Gruppo di rapido intervento”), per condurre operazioni clandestine contro gli oppositori del regime. Dal materiale riservato emergono anche alcuni nomi di componenti del gruppo, come Thaar Ghaleb al-Harbi, ex membro della guardia reale, Saud al-Qahtani e Maher Abdulaziz Mutreb. Questi ultimi due avrebbero inoltre preso parte all’affaire Ritz-Carlton, quando decine di principi, magnati ed ex ministri sono stati trattenuti nel famoso hotel per tre mesi. Fra questi spiccava la figura di Al-Waleed Bin Talal, che però in una recente intervista ha lodato l’operato del Principe e la sua Vision 2030, considerata l’unico freno a una potenziale crisi economica. E sarebbe proprio questa campagna anti-corruzione uno dei primi casi in cui è stato coinvolto il commando saudita, che in precedenza era stato attivo solo per l’arresto di diversi oppositori, come lo shaykh Salman al-Ouda. Altri casi in cui ha preso parte il gruppo sono l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi e l’arresto delle attiviste dei diritti umani Loujain al-Hathloul, Aziza al-Yousef e Eman al-Nafjan, che ha tentato il suicidio in seguito ad abusi fisici e psicologici.

 

Mentre si muove per mettere a tacere le voci critiche verso il Regime, l’Arabia Saudita cerca allo stesso tempo di assumere una nuova posizione nello scenario mediorientale. Un atteggiamento riscontrabile nelle relazioni che Riyadh ha stretto negli ultimi anni in particolare con due Stati: Cina e Israele.

 

L’Arabia Saudita, come riassunto in questo articolo di The Diplomat, si è avvicinata molto alla Cina per alcune ragioni: Pechino è il maggiore importatore di greggio saudita, ha riconosciuto apertamente il ruolo di MBS e rappresenta un mercato interessante per l’acquisto di armi (e a tal proposito va segnalato un report pubblicato da SIPRI che indica l’Arabia Saudita come il maggior importatore mondiale di armi). In più va ricordato come la Cina rappresenti un modello politico ed economico appetibile per il Regno, dove a un saldo autoritarismo è associata una crescita economica.

 

Per quanto riguarda il secondo Paese a cui Riyadh si è avvicinato, un articolo di martedì sul The Guardian ha approfondito i rapporti fra Israele e i Paesi del Golfo, che hanno stretto legami sempre più solidi in seguito alla presidenza Obama e grazie all’atteggiamento condiviso verso l’Iran. Nonostante l’annosa questione palestinese, una relazione più stabile fra Golfo e Israele è vista di buon occhio da entrambi. Da un lato, le monarchie otterrebbero benefici in termini di economia, sicurezza e tecnologia; dall’altro, Israele mostrerebbe a Washington, storico alleato, di poter intrattenere rapporti positivi con Paesi arabi storicamente avversi.

 

I legami, più evidenti con gli Emirati Arabi Uniti e per ora meno palesi con l’Arabia Saudita, sarebbero iniziati a metà degli anni ’90, quando ancora il Processo di Pace di Oslo era in essere. I momenti di svolta sono però stati il 2003 con la caduta del regime baathista in Iraq e il 2006 con la guerra fra Israele ed Hezbollah, gruppo legato a Teheran. Infine, una terza grande occasione di avvicinamento fra Israele e Paesi del Golfo è da rintracciare nel post-Primavera Araba, soprattutto in Egitto contro Mohamed Morsi e in Siria contro Bashar al-Assad.

 

 

I legami fra Fratelli Musulmani e Iran

 

Ed è proprio in questi due Paesi che hanno giocato un ruolo chiave due fra gli attori più invisi alle monarchie del Golfo, ovvero i Fratelli Musulmani e l’Iran. In un report di martedì, il Carnegie Middle East Center ricostruisce proprio il rapporto fra il movimento-partito e la Repubblica Islamica. I primi contatti sono fatti risalire al 1979, quando alcuni gruppi affiliati ai Fratelli accolsero con entusiasmo la Rivoluzione khomeinista. Un’attrazione ricambiata, se si pensa che l’attuale leader Ali Khamenei ha tradotto in farsi alcune opere di Sayyid Qutb, un ideologo dei Fratelli. Contatti informali sono poi proseguiti negli anni successivi, fino a diventare ufficiali nel 2012 durante la presidenza di Morsi. Per l’Iran, i Fratelli rappresentavano un investimento a basso costo, un modo per proiettarsi sul mondo sunnita e un attore che garantiva buoni rapporti con gli Stati Uniti. D’altra parte, per la Fratellanza, l’Iran rappresentava una fonte di legittimità che mancava al gruppo.

 

Oltre che di natura pragmatica, i punti di contatto fra Iran e Fratellanza sono anche programmatici: la creazione di una società pienamente islamica, un forte proselitismo religioso (daawa) e l’unità dei musulmani. Vi sono però anche differenze. Se tatticamente i Fratelli rifiutano gli atteggiamenti rivoluzionari messi in atto dall’Iran, da un punto di vista confessionale i due attori professano credi diversi: il sunnismo per i Fratelli, lo sciismo duodecimano per gli iraniani.

 

Più che le diverse fedi, a minare ogni possibile sviluppo delle relazioni sono state soprattutto alcune problematiche interne ai Fratelli e connesse alle istituzioni egiziane. In primo luogo, l’Iran non era un interlocutore attraente per parte della base elettorale sunnita. Inoltre, i militari, prima di prendere il potere con al-Sisi, si erano mostrati contrari a un avvicinamento a Teheran. Infine, i tradizionali alleati regionali dell’Egitto, fra cui l’Arabia Saudita, si erano mostrati preoccupati per i contatti con l’Iran di Ahmadinejad.

 

 

L’ultimo capitolo di Isis?

 

La competizione fra Arabia Saudita e Iran non si è però giocata solo in Egitto. Un altro esempio è la Siria, dove in questi giorni si consumano quelli che molti politici e media definiscono gli ultimi giorni del Califfato. La lenta avanzata delle forze curde a Baghouz segna così la fine del sedicente Stato Islamico, che però resiste strenuamente e continua a mietere vittime, come l’italiano Lorenzo Orsetti. È però interessante riprendere quanto evidenziato da Charles Lister su Politico. Oltre a 20.000 combattenti di Isis detenuti in Iraq e ad altrettanti affiliati al Califfato trattenuti nelle prigioni siriane, si contano oltre 7.000 jihadisti in mano alle Forze Democratiche Siriane. A questi dati vanno aggiunti le migliaia di bambini cresciuti sotto le bandiere nere di Isis e indottrinati secondo l’ideologia jihadista. Quindi, se (forse) si può parlare di fine del Califfato come progetto politico, le fratture etniche, sociali e confessionali che hanno costituito un terreno fertile per la nascita e l’affermazione di Isis, insieme ai numeri sopra riportati, fanno temere una possibile ricomparsa di un fenomeno simile nei prossimi anni.

 

Isis ha avuto successo e si è posto come minaccia regionale non solo contando su migliaia di combattenti locali e stranieri, ma anche potendo fare affidamento sulle politiche doppiogiochiste di alcuni Stati, come la Turchia. A raccontarlo è un ex affiliato di Isis, Abu Mansour al-Maghrebi, in una lunga conversazione con Anne Speckhard e Ardian Shajkovci per Homeland Security Today. Il combattente racconta del suo duplice ruolo nelle fila dell’autoproclamato Califfato lungo il confine turco-siriano. Inizialmente si occupava di accogliere i foreign fighters, le loro mogli e gli aspiranti martiri, diretti poi a Raqqa. In un secondo momento Abu Mansour ha però svolto il ruolo di “ambasciatore” dello Stato Islamico in Turchia. In particolare, egli racconta dei contatti con l’intelligence e l’esercito di Ankara per trasferire i soldati feriti negli ospedali turchi. I rapporti fra una parte dell’apparato statale turco e Isis andavano però oltre e riguardavano la vendita di petrolio siriano alla Turchia e lo scambio costante di prigionieri. L’ex combattente mette inoltre in luce quello che secondo lui sarebbe stato il vero interesse di Ankara: la costruzione di un nuovo impero che ricalcasse quello ottomano e che si estendesse da Kessab (nel nord-ovest siriano) a Mosul.

 

Tuttavia gli ammiccamenti fra Turchia e Isis non hanno avuto un buon esito. Gli sforzi diplomatici di Abu Mansour sono infatti stati minati alle fondamenta dagli attacchi all’aeroporto di Istanbul del 28 giugno 2016, in seguito rivendicati da alcuni affiliati – di origine turca, secondo Abu Mansour – a Isis. L’occupazione curda di Manbij nell’agosto 2016 e il rifiuto da parte dei vertici dello Stato Islamico di concedere una zona cuscinetto sul confine turco-siriano hanno segnato l’irreversibile deterioramento dei rapporti.

 

La presenza di una ricca galassia jihadista, non cancellata dall’esaurirsi di Isis, è inoltre osservabile attraverso i numerosi messaggi che svariati gruppi estremisti hanno inviato in solidarietà alle vittime dell’attentato in Nuova Zelanda. Di fronte all’attacco contro i fedeli musulmani riuniti in preghiera il venerdì della scorsa settimana, alcuni gruppi hanno parlato di «guerra dei Crociati» e hanno invitato a «rispondere con il sangue».

 

 

A una settimana dall’attentato in Nuova Zelanda

 

Gli attacchi contro la comunità musulmana neozelandese, che secondo il sito La Croix rappresenta l’1% della popolazione, hanno ovviamente suscitato reazioni di sdegno anche se uno studio dell’Università dell’Alabama evidenzia come un attacco da parte di un musulmano riceva mediamente un’attenzione mediatica superiore del 357% rispetto a quando l’attentatore è di un’altra confessione religiosa. La premier Jacinda Ardern ha promesso una riforma della legge sulle armi e il parlamento ha aperto la seduta di martedì leggendo alcuni passi del Corano.

 

Gli eventi di Christchurch sono anche stati ripresi dal Presidente Erdogan, il quale ha ripetutamente mostrato il video dell’attacco durante alcuni suoi comizi in vista delle prossime elezioni amministrative. Come ripreso dal Guardian, il Presidente ha sfruttato la strage per proporre la stessa narrazione di Brenton Tarrant, ma a parti invertite. Alla presenza di alcuni islamisti radicali e al pericolo per la “razza bianca”, punti chiave del manifesto dell’attentatore, corrispondono l’esistenza di suprematisti bianchi e la minaccia all’identità islamica. Erdogan arriva a dire che è pronto a «rispedire a casa nella bara» chiunque provi a mettere in atto un simile attentato in Turchia, facendo un parallelismo con la campagna di Gallipoli del 1915, quando le flotte francesi e inglesi vennero sbaragliate dal più esiguo contingente ottomano alleato con i tedeschi.

 

Le dichiarazioni di Erdogan, da cui ha provato a smarcarsi il vice-Presidente Fuat Oktay, rischiano di alimentare un circolo vizioso di tensioni e di esacerbare ancora di più la componente identitaria nelle questioni politiche internazionali. È difficile pensare che il vento dell’autoritarismo populista e anti-liberale riesca a porre un freno al fenomeno del suprematismo bianco; una realtà che si è via via affermata negli ultimi anni. E non è quindi un caso che vi siano molte somiglianze nell’operato di Tarrant e Andres Breivik, che uccise 77 persone a Utøya nel 2011. Come ricostruisce il New York Times, entrambi sono stati spinti da motivazioni suprematiste, si sono definiti anti-musulmani e anti-immigrati, sono ossessionati dai tassi di natalità e dal tema della sostituzione etnica della popolazioni, hanno cercato di trasmettere su internet il video degli attacchi (Breivik non è però riuscito), hanno prodotto un manifesto ricco di contraddizioni e con alcuni riferimenti pop, non hanno mostrato segni di pentimento e infine hanno dato a vedere alcuni tratti narcisistici di personalità (come ad esempio il mimare un gesto suprematista durante il processo).

 

 

IN BREVE

 

Yemen: dopo anni di scontri fra Al Qaeda nella Penisola Arabica e Stato Islamico in Yemen, sarebbe nato “Ansar al-Shari'a + Islamic State”, un terzo gruppo che ha l’obiettivo di sanare queste divergenze. Lo riporta in un tweet Elizabeth Kendall.

 

Tunisia: è stata richiesta alla Francia l’estradizione per Belhassen Trabelsi, il cognato di Ben Ali.

 

Western Sahara: Reuters riporta di un incontro in Svizzera, sotto egida ONU, fra Marocco, Algeria, Mauritania e Fronte Polisario per discutere l’autodeterminazione della popolazione dell’area.

 

Egitto: lo scrittore egiziano Alaa al-Aswani è stato citato in giudizio per aver offeso il Presidenze e le istituzioni egiziane.

 

Afghanistan: a Kabul si sono registrate diverse esplosioni, che hanno causato 6 vittime, in occasione della festività persiana di Nowruz per celebrare l’anno nuovo.

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