La scelta di Washington e Tel Aviv di colpire Teheran segna il fallimento definitivo della diplomazia e apre uno scenario di escalation regionale dagli esiti incerti
Ultimo aggiornamento: 28/02/2026 16:30:29
Le parole hanno perso ogni valore: dopo aver millantato per mesi di essere il presidente della pace, colui che avrebbe posto fine alle endless war americane in Medio Oriente, Donald Trump ha attaccato l’Iran insieme al suo alleato israeliano, dando avvio a una campagna militare che appare molto più ampia della “guerra dei dodici giorni” dell’estate scorsa. Ma le parole hanno perso il loro senso anche perché un regime in enorme difficoltà come quello di Teheran, colpito da crisi multiple (buona parte di sua stessa produzione), contestato da imponenti manifestazioni popolari, umiliato dalle operazioni militari israeliane e americane compiute dal 2023 in avanti, diventa – sono le parole del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu – una «minaccia esistenziale» che giustifica un «attacco preventivo». Le Israel Defense Forces hanno scritto su X che «Israele ha il diritto di difendersi». Difesa e offesa sono diventati concetti totalmente sovrapponibili a seconda delle convenienze politiche di breve termine, da una parte e dall’altra.
Anche la diplomazia è definitivamente implosa, relegata a strumento collaterale utilizzato per dar tempo ai preparativi bellici. Anche questa volta, infatti, l’attacco è giunto mentre erano in corso i negoziati tra iraniani e americani mediati dall’Oman. Proprio ieri, venerdì 27, il ministro degli Esteri omanita aveva parlato di grandi passi avanti nelle trattative. È probabile che Mascate, solitamente molto discreta, abbia fatto un ultimo disperato tentativo per cambiare il corso degli eventi con una dichiarazione pubblica azzardata. Ma la stessa posizione era stata espressa in precedenza anche dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e da fonti americane.
In realtà, il raggiungimento di un accordo non è mai stato veramente un’opzione. Anzitutto perché non era chiaro su cosa si stava trattando: sul programma nucleare, certo, ma americani e israeliani volevano includere anche il programma missilistico iraniano, chiave di volta della difesa strategica del Paese, e il ruolo delle milizie filoiraniane nella regione. Ma anche limitandoci al dossier nucleare, era evidente fin dall’inizio che il massimo che Teheran era disposta a concedere era inferiore al minimo richiesto da Washington (e Tel Aviv). A questo bisogna aggiungere una profondissima sfiducia tra le parti, alimentata anche dalle tattiche negoziali iraniane e dall’incoerenza dei messaggi provenienti dagli americani. Tutti questi motivi (e altri) ci avevano spinto a una buona dose di scetticismo negli articoli che abbiamo pubblicato sul tema. Speravamo di sbagliarci. Le informazioni che stanno emergendo mostrano tra l’altro che l’operazione era pianificata da mesi. Di per sé non è un’indicazione sul corso che avrebbero preso gli eventi: compito dei militari è prepararsi a qualsiasi decisione dell’autorità politica. Oggi però sappiamo che la decisione era stata presa da settimane. Altro che negoziati.
Gli interrogativi, nelle prime ore dopo il lancio dei missili, sono molteplici. Trump e Netanyahu hanno detto chiaramente che l’obiettivo di questa nuova guerra è la caduta del regime iraniano. Se veramente ciò avvenisse sarebbe un cambiamento epocale per tutto il Medio Oriente (e non solo). Al tempo stesso, il presidente americano e il primo ministro israeliano non sembrano disposti a impiegare truppe di terra (Israele non ne avrebbe la capacità), preferendo delegare alla popolazione iraniana il compito di insorgere e rovesciare la Repubblica Islamica. Americani e israeliani si stanno “limitando” a colpire dall’aria i vertici delle istituzioni iraniane e hanno come obiettivo primario la decapitazione della leadership. Sembra una ricetta perfetta per un caos perpetuo, più che per un vero cambio di regime.
Di fronte alla prospettiva della sua scomparsa, la Repubblica Islamica non ha più nulla da perdere. Come già si sta vedendo, i bersagli della risposta iraniana saranno estesi: non soltanto Israele e le forze americane nella regione ma, come era prevedibile, anche i Paesi del Golfo. Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti dovranno sostenere una nuova serie di attacchi iraniani. Il Libano, con la presenza di Hezbollah, rischia di ricevere il colpo di grazia. In Iraq le milizie sciite filoiraniane potrebbero dare vita a nuove azioni violente, con ripercussioni sulla nomina del prossimo Primo Ministro. In Yemen gli Houthi potrebbero riprendere le operazioni contro le navi in transito tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. Posto che un Medio Oriente senza Repubblica Islamica sarebbe certamente migliore, resta da chiedersi quale prezzo siamo disposti a pagare per liberarci di un regime brutale. Ma soprattutto, c’è veramente la possibilità di cambiare in meglio la situazione in Iran? Al momento, non esiste una opposizione organizzata, mentre il regime non sembra mostrare segni di cedimento interno. La storia degli ultimi decenni offre abbastanza precedenti – dalla Libia alla Siria, passando per l’Iraq – per far diffidare dei tentativi di regime change imposti dall’esterno. Non a caso tutti gli alleati degli americani nella regione si sono spesi per scongiurare una guerra dagli esiti imprevedibili. Tutti. Tranne uno.