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Focus attualità

Attentato contro i musulmani in Nuova Zelanda

Moschea Al Noor a Christchurch, Nuova Zelanda

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo islamico

Ultimo aggiornamento: 15/03/2019 17:41:42

Nella cittadina neozelandese di Christchurch hanno avuto luogo due attacchi contro altrettante moschee durante la preghiera del venerdì. Il primo assalto, avvenuto intorno alle 13:40 ora locale e ripreso in un agghiacciante video di 17 minuti trasmesso – e poi rimosso – su Facebook, aveva come obiettivo la moschea Al Noor, dove erano riuniti circa 300 fedeli. Il killer ne ha uccisi 41 prima di dirigersi verso la moschea di Linwood, a pochi chilometri di distanza, dove sarebbe riuscito a uccidere 7 persone, anche se le dinamiche di questo secondo attacco sono ancora poco chiare. La polizia ha per il momento fermato tre uomini e una donna, sospettati di aver partecipato alla progettazione e all’esecuzione dell’attentato. Sarebbero state inoltre trovate alcune auto imbottite di esplosivo nel centro città, in prossimità di una manifestazione contro il cambiamento climatico.

Mappa Christchurch.JPG

 

A sparare è stato Brenton Tarrant, un australiano, suprematista bianco di 28 anni. Da sottolineare come sulle due armi con cui ha compiuto la strage ci fossero scritte con riferimenti ad attacchi contro le comunità musulmane, più o meno recenti. Fra questi, era presente anche il nome di Luca Traini, l’estremista di destra autore dell’attacco contro i migranti a Macerata. Giorni fa Tarrant aveva postato sul suo profilo Facebook un vero e proprio manifesto intitolato The Great Replacement, pubblicato integralmente dal Daily Mail.

Stiamo assistendo a un’invasione senza precedenti. Milioni di persone attraversano legalmente i nostri confini. Sono invitati dagli Stati e dalle imprese per rimpiazzare le persone bianche

Anche Papa Francesco esprime tutto il suo cordoglio in un telegramma, firmato dal Segretario di Stato, Card. Pietro Parolin:

Papa Francesco è profondamente rattristato per la perdita di vite umane causate dagli insensati atti di violenza a due Moschee a Christchurch

 

 

L’ordine liberale in crisi

 

L’azione e le idee di Tarrant sono un ulteriore segnale della crisi dell’ordine mondiale liberale che si è affermato nel secondo dopoguerra ed è oggi messo in forte discussione. Come racconta Amin Maalouf nel suo ultimo saggio Le naufrage des civilisations («Il naufragio delle civiltà»), di cui L’Orient Littéraire ha pubblicato un estratto,

l’umanità sta cambiando sotto i nostri occhi (…): per la prima volta nella storia abbiamo i mezzi per condurre l’umanità a un’era di libertà, progresso, solidarietà planetaria e ricchezza condivisa; eppure stiamo andando nella direzione opposta (…) e rischiamo di distruggere tutto ciò che chiamavamo civilizzazione

Dopo aver sconfitto le alternative fasciste e comuniste, sembrava infatti che l’ordine mondiale non potesse che essere liberale. Eppure, già nel celebre articolo The End of History del 1989, Francis Fukuyama suggeriva altri concorrenti ideologici al liberalismo: il fondamentalismo religioso e il nazionalismo. Una previsione quanto mai precisa, soprattutto se si considera come i due elementi siano connessi fra loro: il fondamentalismo islamista ha infatti parzialmente contribuito all’emergere di un sentimento nazionalista in Europa e in Nord America. Ed è proprio sulle tematiche del nazionalismo e dell’ordine liberale che hanno posto l’attenzione Jennifer Lind e William Wohlfort in The Future of the Liberal Order Is Conservative e Carla Norrlof in Educate to Liberate sul numero di marzo/aprile di Foreign Affairs.

 

Entrambi gli articoli muovono dalla premessa che l’ordine liberale, con le sue norme e i suoi valori fondanti, sia in pericolo. E questo si manifesta a due livelli: inter-nazionale, come approfondito in The Future of the Liberal Order Is Conservative, e intra-nazionale, come analizzato in Educate to Liberate. Naturalmente i due piani si intrecciano e, di conseguenza, i due articoli trattano con accenti diversi entrambe le tematiche. Dal punto di vista inter-nazionale, l’ordine liberale iperesteso dopo la Guerra Fredda sta vivendo una fase di stallo, scontrandosi con forze nazionaliste in Europa e in America e americane, con gli autoritarismi mediorientali e con potenze del calibro di Cina e Russia. Il fronte liberale, esteso ma indebolito negli ultimi trent’anni, ha così due opzioni: cercare di espandersi oppure aspettare che i modelli concorrenti crollino. Entrambe le posizioni hanno però un limite, ovvero il non riconoscimento degli effettivi mutamenti politici, economici e sociali che il mondo ha vissuto dagli anni ’90 a oggi. Secondo Lind e Wohlfort infatti la soluzione sarebbe un atteggiamento conservativo da parte dell’ordine liberale.

 

Tale postura avrebbe tre benefici. In primo luogo, vi sarebbe un guadagno economico nel ridurre gli sforzi di esportare un modello liberale. In secondo luogo, va considerato che alcuni Stati autoritari difendono la propria aggressività giustificandola come reazione alle mire espansionistiche dell’ordine liberale: una politica conservativa priverebbe dunque alcune potenze di questa giustificazione. Infine, un ordine conservativo consentirebbe ai gruppi della società civile di impegnarsi attivamente nella promozione di valori liberali, senza doversi necessariamente scontrare con le azioni politiche intraprese dagli Stati.

 

D’altra parte, le minacce all’ordine e ai valori liberali arrivano anche da Stati tradizionalmente parte di questo sistema, come gli Stati Uniti. Si assiste dunque a una ridefinizione dell’identità nazionale sulla base di caratteristiche immutabili, come il colore della pelle o il luogo di nascita. Come ha ricordato Francis Fukuyama durante un incontro presso la Fondazione Feltrinelli, l’identità, in quanto costrutto sociale, dovrebbe basarsi su un credo condiviso, ovvero su idee politiche liberali che possano essere acquisite. E il modo principale, evidenzia Norrlof, per costruire tale credo è attraverso un’educazione superiore che veicoli concetti come uguaglianza, tolleranza e pensiero critico.

 

 

La situazione in Algeria

 

Anche l’ordine algerino sta attraversando una grande fase di riassestamento. Il Presidente Abdelaziz Bouteflika ha infatti rinunciato a candidarsi alle prossime elezioni, posticipando il voto a data da definirsi. La decisione ha portato anche a un rimescolamento a livello governativo. L’ex ministro degli Interni e nuovo premier algerino, Noureddine Bedoui, ha promesso la formazione di un governo tecnico aperto al contributo di tutti gli schieramenti politici.

 

La situazione è però tutt’altro che risolta. Il rischio di passare da “elezioni con Bouteflika” a “Bouteflika senza elezioni” è concreto. Molto dipenderà da quattro attori. La società civile si è già ampiamente schierata contro la rielezione del Presidente. L’élite economica e le classi più agiate si sono divise, come viene ricostruito in questo approfondimento del Carnegie Endowment for International Peace. L’apparato statale, come spiega BBC Monitoring in quest’analisi, non sembra particolarmente incline a un cambio di rotta. In più, la scaltra politica di divide et impera adottata dalla Presidenza negli ultimi vent’anni ha privato l’Algeria di un’alternativa credibile e autorevole. Infine, bisognerà prestare attenzione alle mosse dell’esercito, da sempre spina dorsale dello Stato algerino. Vanno quindi registrate le affermazioni, in parte sibilline, del Capo di Stato Maggiore Ahmed Gaid Salah che ha parlato di un unico destino per il popolo algerino e il suo esercito.

 

 

L’ordine della Turchia

 

Fra i Paesi in cui soffia con forza il nuovo vento dell’autoritarismo un posto di rilievo è occupato dalla Turchia di Erdoğan, recentemente definito dallo storico turco Soner Çağaptay «l’inventore del populismo nel XXI secolo». La sua evoluzione da riformista a nuovo sultano è dettagliatamente analizzata in questo articolo del The Guardian, che pone l’attenzione sui discorsi pronunciati da Erdoğan. In particolare vengono identificate tre fasi nella traiettoria che ha reso l’attuale Presidente il signore incontrastato della scena politica turca. Il periodo dal 2003 al 2007, che coincide con la prima nomina a Primo Ministro, è caratterizzato da una visione liberale e riformista. Dal 2007 al 2014 Erdoğan ha rafforzato il suo potere come Primo Ministro, ma è in particolare con la vittoria alle elezioni parlamentari del 2011 che è diventata evidente la svolta nazionalista, islamista e populista del partito AKP e del suo leader. La repressione delle proteste a Gezi Park nel 2013 e l’elezione a Presidente della Repubblica nel 2014 hanno segnato l’inizio della terza fase “imperiale” di Erdoğan, caratterizzata da un forte populismo, un uso personale delle istituzioni e una violenta repressione delle minoranze considerate una minaccia all’identità nazionale (in particolare i curdi).

 

Erdoğan cerca di affermare sempre più il proprio potere, ma non mancano altri dati negativi per la Turchia. Oltre all’evidente limitazione del diritto di parola, come testimoniato dall’espulsione di due giornalisti tedeschi senza che Ankara abbia fornito una motivazione ufficiale, bisogna anche considerare la difficile situazione economica turca, come evidenziato in questo articolo del New York Times. L’Istituto Statistico Turco ha infatti pubblicato i dati sul PIL turco del 2018, ammettendo come il Paese sia in recessione, dopo oltre un decennio di crescita continua. Il terzo trimestre, quello che include il crollo della lira di agosto, ha fatto registrare un calo dell’1.6% rispetto al periodo aprile-giugno. Ancora peggiore è il quarto trimestre, con un calo del prodotto interno lordo del 2.4% rispetto al periodo luglio-settembre. Nonostante questo, il 2018 ha comunque fatto registrare una crescita del 2.8%, che però dovrà necessariamente confrontarsi con tre sfide: il rischio di un’ulteriore svalutazione della lira, mai pienamente ripresasi dopo il crollo dell’anno scorso, e la conseguente crescita dell’inflazione (già ora assestata intorno al 20%); le difficoltà nell’ottenere crediti da parte di Paesi stranieri, su cui fa affidamento Ankara per il completamento di alcune grandi opere, a causa dell’autoritarismo di Erdoğan; e infine, strettamente connesso al precedente fattore, la possibilità di un aumento dei tassi di interesse dei prestiti stranieri.

 

 

Nuove alleanze in Siria

 

Dopo otto anni di conflitto e dopo quasi cinque anni di presenza dello pseudo-Califfato, la Siria è un Paese in ginocchio, dove la popolazione è stremata e dove 4 milioni di bambini nati dal 2011 a oggi hanno conosciuto solo la guerra, secondo un report pubblicato questa settimana da Save The Children. Un drammatico esempio della brutalità del conflitto è il numero dei bambini morti nel 2018 secondo le Nazioni Unite: 1106 vittime, il numero più alto dall’inizio della guerra.

 

Sorge quindi una domanda: cosa ne sarà della Siria? È difficile ipotizzare un ritorno a un ordine pre-2011, anche perché nuovi attori hanno fatto il loro ingresso sul territorio, chi a sostegno di Assad e chi contro. Ora che il Presidente ha di fatto vinto la guerra, si profila tuttavia una riconfigurazione del sistema di alleanze e a un riposizionamento di alcuni Stati nello scacchiere siriano. Un possibile scenario è descritto in questo report di Geopolitical Futures, in cui sono ricostruiti i motivi che hanno portato il trio di Astana a intervenire nel conflitto. Considerando i sostenitori di Assad, la Russia sarebbe stata mossa dall’intenzione di mostrare di poter avere un ruolo chiave in Medio Oriente, mentre l’Iran avrebbe preso parte al conflitto siriano per proiettare il proprio potere nel Levante grazie a una serie di gruppi affiliati e milizie sciite. La Turchia, d’altra parte, pur non schierandosi con Assad non ha mai fatto intendere di voler competere direttamente con Mosca. Ora che però il conflitto si sta esaurendo, le motivazioni che hanno spinto questi Stati a intervenire si stanno modificando e di conseguenza emergono nuovi assi, come quello che vede Russia e Israele più vicini.

 

Una nuova posizione è occupata dalle monarchie del Golfo, storicamente invise al regime alawita siriano. Se da un lato la Siria vuole mantenersi indipendente nel processo di ricostruzione, gli Stati della Penisola Arabica possono offrire qualcosa che Russia, Turchia e Iran non possono permettersi, ovvero nuove relazioni positive fra Damasco e Washington. Come è sottolineato su Inside Arabia, però, a muovere Emirati e Bahrein (e in parte l’Arabia Saudita) è lo spettro di quanto successo in Iraq dopo il 2003, dove si è assistito ad una crescente influenza sciita, che i Paesi del Golfo non vogliono veder ripetersi.

 

 

IN BREVE

 

Padre Jacques Hamel: si è conclusa la fase diocesana del processo di beatificazione del sacerdote ucciso da due giovanissimi estremisti affiliati a Isis a Saint-Étienne-du-Rouvray nel luglio 2016.

 

Nasrin Sotoudeh: la donna avvocato iraniana in prima linea per la difesa dei diritti umani è stata condannata a un totale di 38 anni di carcere e a 148 frustate, dopo aver difeso numerose donne dall’accusa di essersi mostrate in pubblico senza velo. Uno dei capi di imputazione (non tutti sono stati resi noti) è “incoraggiamento alla corruzione e alla prostituzione”.

 

Rouhani e Zarif in Iraq: il Presidente e il Ministro degli Esteri iraniani sono andati in Iraq per una visita istituzionale di tre giorni. Nella giornata di mercoledì hanno incontrato il Grand Ayatollah Ali al-Sistani, che si è detto favorevole a stringere relazioni più solide con gli Stati vicini, ma sempre nel rispetto della sovranità irachena.

 

Arabia Saudita: dieci attiviste per i diritti delle donne sono a processo a Riyadh. I capi di imputazione, così come il processo, non sono stati resi pubblici. Si parla infatti di una generica violazione della legge sul cyber-crime, per la quale le donne rischiano fino a cinque anni di prigione.

 

Le dichiarazioni di Netanyahu: il Primo Ministro d’Israele ha affermato che «Israele non è lo Stato di tutti i suoi cittadini», aggiungendo poi che «Israele è lo stato-nazione degli ebrei».

 

Yemen: il Senato americano ha votato una risoluzione per bloccare il supporto logistico e militare alla coalizione saudo-emiratina in Yemen. Il testo dovrà ora passare alla camera bassa del Congresso americano.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

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