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Focus attualità

Autoritarismo egiziano e tensioni per l’acqua

Alaa Abd El-Fatah prima di essere arrestato [Gigi Ibrahim - Wikimedia Commons]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 26/06/2020 13:17:08

Se in politica estera aumentano le tensioni con il vicino libico, a livello interno in Egitto continua la repressione contro una serie di attivisti. Questa settimana il governo si è accanito contro la famiglia di Alaa Abdel Fattah, un blogger e attivista figura chiave della primavera araba del 2011 e che, incarcerato nel 2014, aveva già scontato cinque anni di prigione, racconta Orient XXI. Rilasciato poi nel marzo 2019, era rimasto sotto controllo giudiziario, finché a settembre è stato arrestato nuovamente e il mese successivo Amnesty ha denunciato le guardie carcerarie per aver inferto delle torture al giovane.

 

Dall’anno scorso quindi la madre di Alaa, Laila Soueif, professoressa di matematica all’Università del Cairo e molto attiva sui social, si reca alla prigione di Tora per provare a consegnare delle medicine al figlio. A marzo le visite dei parenti ai detenuti sono state sospese causa pandemia, ma Laila Soueif, insieme alle figlie Mona e Sanaa, ha continuato a recarsi alla prigione per ottenere almeno una lettera di Alaa che le possa rassicurare.

 

Tuttavia, come riposta Mada Masr, Sanaa, la sorella minore, è stata arrestata martedì pomeriggio di fronte all’ufficio del pubblico ministero dove si era recata per presentare una denuncia in qualità di vittima di aggressione fisica per le vessazioni subite davanti al complesso carcerario di Tora il giorno prima. L’accusa nei suoi confronti è di diffusione di notizie false e uso improprio dei social media per istigazione al terrorismo. Amnesty International ha rilasciato una dichiarazione per chiedere la liberazione di Sanaa, che al momento risulta ancora detenuta.

 

Nel frattempo il Cairo sta cercando di far fronte anche ad altre tensioni, in questo caso per le risorse idriche del Nilo: l’Egitto ha infatti chiesto l’intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per far ripartire i negoziati tra l’Egitto, l’Etiopia e il Sudan, scrive Al Monitor. Il nocciolo della discordia riguarda la costruzione della diga comunemente denominata GERD (Grand Ethiopian Renaissance Dam), sulla quale non è ancora stata trovata una soluzione che metta d’accordo tutte le parti in causa. Come ricorda Jeune Afrique, la disputa si protrae dal 2011. L’Egitto e il Sudan, che si trovano a valle del Nilo, sono animati dalla preoccupazione di vedere le loro risorse idriche ridotte, dovesse l’Etiopia portare a termine la costruzione della diga. Domenica il Ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry ha dichiarato ad AP News che se il Consiglio di sicurezza non riuscirà a far sedere l’Etiopia al tavolo delle trattative, l’Egitto dovrà trovare il modo di gestire la situazione. Ha poi messo in evidenza la volontà del Cairo di trovare una soluzione politica che escluda l’azione militare.

 

Tutti gli attori in Libia

 

Sul finire della scorsa settimana l’Egitto di al-Sisi ha minacciato di intervenire militarmente in Libia se le forze di al-Serraj appoggiate dalla Turchia dovessero ottenere il controllo della città di Sirte. Per alcuni degli attori in gioco la località costiera, ingresso strategico ai principali impianti petroliferi, rappresenta una linea rossa, e Al Monitor spiega perché. Dopo la progressiva ritirata di Haftar da Tripoli e dalle basi di al-Jufra e al-Watiya, si pensava che la Russia e la Turchia, su opposte posizioni in campo ma legate dal privilegiato rapporto personale tra Putin ed Erdogan, avrebbero trovato un accordo per portare avanti i negoziati. Ma la Russia si è mostrata inflessibile nel lasciare Sirte agli avversari. La città è la porta occidentale di quella che viene chiamata la “mezzaluna del petrolio”, cioè un tratto costiero ricco di oleodotti, raffinerie e strutture di stoccaggio che arriva fino a Bengasi. In altre parole, controllare quest’area e garantire il flusso di petrolio «potrebbe avere un effetto moltiplicatore sull’andamento del conflitto e Sirte è vista come la chiave per impadronirsi della regione».

 

L’impasse potrebbe essere sbloccata da incontri diretti tra Erdogan e Putin, ma nel frattempo gli altri attori internazionali stanno giocando la loro partita. Dopo le dichiarazioni dell’Egitto di intervenire nel teatro di guerra libico, Italia, Germania e Stati Uniti hanno proposto un cessate il fuoco nella giornata di lunedì, riporta AP News. Tuttavia, secondo TRT, un diretto coinvolgimento egiziano è altamente improbabile: «Gli eserciti arabi in generale sono progettati per proteggere il regime, piuttosto che per combattere le guerre moderne. L’establishment militare in Egitto non fa eccezione. Supponendo che Sisi invierà il suo esercito in Libia, avrà bisogno di un valido motivo per proteggere la sua posizione e giustificare la sua decisione nei confronti dell’establishment militare, nel caso in cui l’esercito si impantani in seguito nel teatro libico». Anche secondo il Carnegie Endownment for International Peace la priorità per il Cairo è proteggere la propria sicurezza al confine con la Libia, per cui è difficile immaginare un diretto intervento militare. Se, però, l’Egitto dovesse realmente intervenire contro la Turchia, avverte il sito Responsible Statecraft, ci potremmo aspettare un importante appoggio finanziario dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Al-Sisi e il Golfo infatti, condividono l’obiettivodi un mondo arabo libero dalla Fratellanza musulmana, che è schierata con il GNA di al-Serraj e con la Turchia.

 

Su quello che potremmo definire il fronte occidentale del teatro di guerra, si sono registrate nell’ultima settimana tensioni tra la Libia e la Tunisia e tra quest’ultima e la Francia. Come spiega Al Monitor infatti, Parigi si colloca tra i principali sponsor di Haftar insieme a Egitto, Russia, Emirati Arabi Uniti, e al Partito Desturiano Libero (PDL) che venne fondato in Tunisia da simpatizzanti dell’ex dittatore Ben Ali. Al contrario il Partito Ennahda di Rachid Ghannouchi, vicino ai Fratelli musulmani, appoggia il GNA di al-Serraj. Tensioni già presenti a livello interno ma esacerbate dall’aggravarsi del conflitto in Libia.

 

Lunedì il presidente tunisino Kais Saied si è recato in Francia per dei colloqui diretti con il suo omonimo francese Emmanuel Macron. Candidato indipendente eletto a ottobre dell’anno scorso, ha dichiarato a Le Monde che non accetterà una partizione della Libia, perché questo potrebbe essere il «presupposto anche per la suddivisione degli Stati confinanti».

 

Dopo l’incontro con Saied, Macron ha criticato la Turchia per le azioni portate avanti in Libia, riporta Reuters, dicendo che Erdogan sta «giocando a un gioco pericoloso» e che la Francia non tollererà questo ruolo. Non si è fatta attendere la risposta del Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu, il qualche ha dichiarato che l’intento della Francia è di dividere la Libia per tornare «ai vecchi tempi coloniali», scrive Daily Sabah.

 

Come si posiziona invece l’Italia nei confronti del conflitto libico? Mercoledì il leader del GNA Fayez al-Serraj ha incontrato il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che ha spiegato come la Libia sia una priorità per l’azione di politica estera italiana. I due politici hanno poi discusso la necessità di continuare con l’operazione Irini, che come compito principale ha quello di far rispettare l’embargo d’armi verso la Libia per ridurre la violenza, scrive Al Monitor. Tuttavia, come ricorda ISPI, è innegabile che la Turchia sia uno degli attori principali, per cui Di Maio, prima di incontrare Serraj aveva discusso il dossier Libia e migranti anche con l’omonimo turco Çavuşoğlu. Nel proporre le proprie modifiche al Memorandum sul contrasto all’immigrazione irregolare siglato dall’ex premier Paolo Gentiloni, «Tripoli avrebbe chiesto all’Italia droni, denaro e supporto logistico in cambio della cooperazione e di fatto del controllo dei rubinetti dei flussi di migranti che, con l’entrata in scena della Turchia, rischia di essere presto fortemente influenzato da Ankara».

 

Anche l’ambasciatore Stefano Stefanini, parlando a Formiche.it, ha messo in evidenza l’importanza che riveste la Libia per l’Italia in materia di energia, immigrazione, e sicurezza. Ora è importante considerare anche la presenza della Russia in Cirenaica, non troppo distante dalle basi strategiche NATO ospitate in Italia. Rispetto ad altri Paesi UE, Roma gode di un vantaggio strategico grazie alla presenza dell’ambasciata a Tripoli. Sebbene la situazione negli anni sia cambiata e il peso dell’Italia nell’influenzare le sorti del conflitto sia diminuito, secondo l’ambasciatore l’impegno italiano dovrebbe essere orientato a far capire a Bruxelles l’importanza del teatro libico per il futuro dell’UE.

 

Il Mali a un bivio

 

Dalla settimana scorsa il Mali è scosso da una serie di proteste, al punto che l’ECOWAS (Economic Community of West African States) ha chiesto a Bamako di indire nuovamente le elezioni locali contestate dalla popolazione, spiega Reuters. Per la seconda volta nel mese di giugno, la popolazione maliana è scesa in piazza venerdì 19 giugno per chiedere le dimissioni del presidente Ibrahim Boubacar Keita, spesso citato semplicemente come IBK. Keita era stato rieletto a livello nazionale nel 2018, ma le tensioni politiche sono cominciate a marzo di quest’anno dopo che Soumaila Cissé, leader dell’opposizione, è stato rapito da un gruppo di uomini armati in concomitanza con le elezioni parlamentari. Al Jazeera riporta le parole di Keita, che afferma che Cissé sia vivo sebbene ancora nelle mani dei rapitori, i quali sono probabilmente legati ad Al-Qaeda, a detta delle forze di sicurezza del Mali.

 

Anche La Croix riporta la notizia secondo cui i vicini del Mali abbiano suggerito a IBK di formare un governo di unità nazionale per placare le tensioni. La prima manifestazione del mese, il 5 giugno, ha dato il nome a questo nuovo movimento di opposizione, Mouvement du 5 juin - Rassemblement des Forces Patriotiques (M5-RFP). Il movimento, che «esprime l’esasperazione suscitata dalle migliaia di vittime degli attacchi jihadisti e delle violenze intercomunitarie, l’apparente impotenza dello Stato ad affrontarli, la stagnazione economica, la crisi dei servizi pubblici e delle scuole, la percezione di una corruzione diffusa», è capitanato da tre imam. Mahmoud Dicko, ex alleato di IBK, Ousmane Madani Haidara, presidente dell’Alto Consiglio islamico, e Bouyé Haidara.

 

Ma è soprattutto lo shaykh Mahmoud Dicko ad essere riuscito a convogliare la frustrazione della popolazione, scrive Le Monde. Spesso descritto in maniera semplicistica come un salafita wahhabita, forse per la sua formazione in Arabia Saudita, è riuscito a sedurre le frange della popolazione più istruite, scrive il quotidiano francese. Postosi contro l’Islam tradizionale incarnato da Ousmane Madani Haidara, in passato ha criticato l’adozione da parte del governo di un codice della famiglia “anti-islamico” e, scrive La Croix, che nel 2011 il suo scopo non era tanto di “politicizzare l’Islam”, quanto di “islamizzare la politica”. Ma l’imam ha ora capito di dover epurare il suo discorso «dai riferimenti islamisti per creare un punto di congiunzione senza precedenti tra i movimenti salafiti e gli ex militanti della sinistra nazionalista che vedono in questo “smart Islam” una forma efficace di contestazione dell’Occidente e di un “neoimperialismo”».

 

Il Movimento del 5 giugno ha intanto rifiutato la proposta di un governo di unità nazionale, scrive Jeune Afrique. Il presidente Keita ha cercato di riunire intorno allo stesso tavolo tutte le voci che contestano la sua presidenza, ma al momento non si è ancora superato lo stallo.

 

Le proteste maliane devono inoltre essere inserite nel generale contesto di insicurezza del Sahel. Come avevamo già scritto, all’inizio di queste mese le forze francesi hanno ucciso il capo di Al-Qaeda nel Maghreb, Abdelmalek Droukdel, ma, commenta Limes, questo non cambierà la situazione del Sahel, dove le dinamiche jihadiste si evolvono in continuazione. Anche il vicino Burkina Faso si trova infatti nel caos a causa della minaccia terroristica, e un reportage del New York Times spiega come sia difficile fare distinzioni tra i jihadisti e le forze di sicurezza burkinabé, che sovente attaccano la popolazione indebolendo ulteriormente il quadro securitario.

 

In breve

 

L’hajj di quest’anno sarà diverso da tutti i precedenti: solo i residenti sauditi potranno partecipare per un massimo di 10.000 persone e saranno esclusi gli over 65. A tutti i pellegrini verrà fatto il tampone prima e durante il pellegrinaggio (Washington Post).

 

I legami tra gli Emirati Arabi Uniti e la Siria sono sempre più stretti: un’inchiesta ha scoperto accordi per la ricostruzione siriana e di cooperazione militare tra Abu Dhabi e Damasco, ma gli Emirati non hanno ancora rotto completamente i rapporti con l’opposizione al regime di Assad (Orient XXI).

 

Nello stato indiano del Punjab è stato reso obbligatorio l’insegnamento del Corano tradotto in urdu nelle università (Avvenire).

 

Martedì si è verificato un attacco a dei centri di addestramento turchi a Mogadiscio, in Somalia. Al-Shabaab ne ha rivendicato la responsabilità (Voa News).

 

In Tunisia si sono verificate delle proteste contro il governo per l’elevato livello di disoccupazione e ci sono stati degli scontri con le forze dell’ordine (Reuters).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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