Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba
Ultimo aggiornamento: 05/12/2025 15:32:49
La visita di Papa Leone XIV in Turchia e in Libano ha generato numerose riflessioni nella stampa araba. La maggior parte delle testate ha adottato un approccio speranzoso e ottimista, interpretando il viaggio del Pontefice come un segnale di riconciliazione tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa, oltre che come un auspicio di pace in un Libano segnato da instabilità e tensioni. Parallelamente a questa lettura positiva, sono però emerse anche critiche, soprattutto da parte di media vicini a Hezbollah.
Una posizione più sfumata emerge dalle pagine di al-Quds al-‘Arabi, quotidiano panarabo con sede a Londra, che richiama l’attenzione sul difficile contesto libanese. Il giornale elenca le tappe della visita del primo Papa americano nella storia, ma tiene anche a rilevare che Leone XIV «si è astenuto dal visitare il Sud del Paese, dove risiedono anche cristiani libanesi, dove l’occupazione israeliana continua a perpetuare le proprie ostilità e a mantenere il controllo su alcuni territori». L’articolo ricorda inoltre che, «poco prima dell’arrivo del Papa, Israele ha attaccato la capitale Beirut, uccidendo uno dei leader di Hezbollah». Alla luce di ciò, osserva la testata, dal Pontefice «non ci si poteva ovviamente aspettare una critica frontale a Israele o la rottura della “soft diplomacy”», anche se forse avrebbe potuto «proseguire la politica di solidarietà verso il Libano e la Striscia di Gaza adottata dal suo predecessore, anche se solo in forma verbale e nei limiti del minimo indispensabile».
Toni decisamente più celebrativi caratterizzano invece la stampa saudita e filosaudita. In un articolo su al-Sharq al-Awsat, la giornalista libanese Sawsan Alabtah descrive le scene della visita papale in Libano come «emozionanti, dall’accoglienza all’addio». Mette in evidenza come tutte le confessioni religiose fossero presenti ad accogliere il Pontefice, in un clima in cui non era possibile distinguere «musulmani da cristiani, drusi da alawiti». Alabtah sottolinea anche un netto contrasto: mentre in Europa ci si interroga ancora su «come si veste un musulmano, a che ora mangia e da quale età può digiunare», il Libano – nonostante guerra, distruzione e bombardamenti continui – starebbe vivendo «un raro momento di pace sociale e religiosa». Un’unità che, secondo la giornalista, Israele non può tollerare. In questa prospettiva, il Paese sarebbe infatti «nell’occhio del ciclone», e «la cosa più potente che il Libano possiede, ciò che può opporsi allo tsunami dell’odio, è proprio quell’unità pacifica mostrata durante la visita papale».
Su un piano più politico, la stampa libanese ha dedicato particolare attenzione al discorso pronunciato dal Presidente libanese Joseph Aoun durante l’accoglienza del Papa, in cui il capo di Stato ha richiamato la pace tra «i figli di Abramo», alludendo probabilmente agli Accordi di Abramo. Il discorso è stato letto in chiave positiva, ancora una volta, dalla stampa libanese filosaudita, in particolare da Asasmedia. L’intellettuale libanese Mohamed al-Sammak, musulmano sunnita da tempo in prima linea nel dialogo interreligioso nel suo Paese, sottolinea che l’intervento di Aoun coincide con l’iniziativa di pace che il Papa «ha saputo promuovere con grande attenzione nel discorso pronunciato al palazzo presidenziale, elaborandola con un linguaggio diplomatico di grande eleganza». L’articolo precisa inoltre che le parole di Leone XIV «hanno affrontato la questione della pace in modo diretto e chiaro, presentandola come un elemento che cresce in un contesto vivo e concreto, fondato su legami geografici, storici e spirituali». Al-Sammak evidenzia quindi come, nella sua visita in Libano nel contesto dell’anniversario di Nostra Aetate, il Pontefice «abbia incoraggiato a valorizzare la fede e il rispetto richiamati da Nostra Aetate per poter avanzare non solo sul piano religioso, ma anche nella realtà politico-sociale».
Il riferimento ai «figli di Abramo» ricorre anche sulle pagine di al-Akhbar, testata vicino a Hezbollah che si distingue per un approccio fortemente critico. L’intellettuale Jaafar Fadlallah osserva che «figli di Abramo e Accordi di Abramo sono diventati termini che ormai dilagano nello spazio politico e nel discorso pubblico, e si fa leva su di essi per ridefinire il nuovo volto della regione in un momento storico cruciale». Con toni severi, l’autore prosegue: «Quando i titoli vengono svuotati del loro contenuto, sarebbe ingenuo che la gente continuasse a farvi affidamento di fronte a eventi che vengono loro imposti contando sulla loro buona fede, sul loro amore per la pace e sui loro valori morali».
L’analisi si spinge oltre, affermando che «i scellerati figli di Abramo odierni calpestano la Carta dei diritti umani, violano le leggi degli Stati, si fanno beffe delle istituzioni delle Nazioni Unite, umiliano gli scienziati e zittiscono le università». E con parole nette, Fadlallah conclude: «Abramo non era come alcuni dei suoi figli di oggi, che hanno diffuso il male sulla terra ed eliminato popoli […]. E no, i criminali che occupano la Palestina non sono “i figli di Abramo”, perché Abramo non era né avido né criminale. I veri “figli di Abramo” sono coloro descritti nel Corano come “«quelli che o seguirono, e questo Profeta e quei che credono in lui; e Dio è l’amico di chi crede» [Cor. 3,68].
Sempre su al-Akhbar, e mentre la visita era in corso, lo scrittore libanese Christo al-Murr ha voluto suggerire al Pontefice la linea da adottare. L’autore ha invitato infatti Leone XIV a «chiamare il peccato con il proprio nome» e a non accontentarsi di «protocolli e slogan», ma a essere «testimone di Cristo». Al-Murr descrive il Libano come un Paese «i cui figli camminano sulle braci e sulla polvere da sparo», evocando un clima di sofferenza diffusa e tensione permanente. Infine, l’articolo metteva in guardia: «Un cristianesimo impaurito, che condanna la violenza con guanti di seta e sussurra timidamente mentre l’odio parla con ferro e fuoco, spezzando i corpi, ferendo le anime, terrorizzando le famiglie e distruggendo ciò che è stato costruito, è un cristianesimo che non ha conosciuto Gesù».
Trump contro la Fratellanza Musulmana [a cura di Mauro Primavera]
L’ordine esecutivo firmato il 24 novembre da Trump, atto introduttivo di un iter che potrebbe portare Washington a considerare la Fratellanza Musulmana (Al-Ikhwan al-Muslimin) un’organizzazione terroristica, ha portato la stampa araba a schierarsi in due campi contrapposti: il primo, di area filo-qatariota, critica aspramente la decisione considerandola l’ennesimo strumento del sionismo volto a silenziare i gruppi solidali con la causa palestinese; il secondo, di area saudita ed emiratina, la approva più o meno convintamente, aggiungendo, non senza rammarico, che la stretta dell’Occidente al movimento islamista sarebbe dovuta arrivare molto prima.
I giornali filo-qatarioti, sono convinti che la pericolosità della Fratellanza non sia legata alla matrice ideologica, ma alla sua marcata postura a favore della “Resistenza” palestinese. Su Al-‘Arabi al-Jadid il giornalista egiziano Wael Qandil colloca la mossa di Trump in un più ampio schema geopolitico: «quello che sta compiendo ora l’amministrazione americana non è un attacco all’identità della Fratellanza in Egitto, Giordania e Libano, ma è piuttosto una procedura applicata a ogni attore regionale e internazionale che ha ripudiato i crimini e il genocidio di Gaza condannando gli Stati Uniti per averne preso parte. Infatti, il cerchio della vendetta americano-sionista si sta allargando, comprendendo le forze dell’Islam politico, con la stessa logica e lo stesso odio che traspare nel fare vendicativo di Trump contro Venezuela, Colombia e, ancora prima, contro Teheran e personalità internazionali a difesa dei diritti dei palestinesi». Sulla stessa linea il quotidiano al-Quds al-Arabi, che si concentra sul caso della Giordania, che a fine aprile aveva sospeso le attività del movimento: «la radice del problema è insita nella paura e nel dubbio dei giordani in merito a tutto ciò che stato fatto passare nel nome della coesistenza, del processo di pace e del periodo successivo a Wadi Araba», ossia l’accordo di pace del 1994 tra Amman e Tel Aviv. Tuttavia, mette in guardia al-Quds, «qualsiasi tentativo di condizionare i sentimenti popolari sulla resistenza palestinese» potrebbe sortire la reazione contraria e far aumentare le simpatie della “Resistenza” nel Paese.
Opposta la visione dei giornali di area saudita ed emiratina. Su Al-Sharq al-Awsat, il giornalista libanese Nadim Qutaysh scrive tranchant: così facendo, Trump «ha chiuso una faccenda che le capitali occidentali avevano lasciato inevasa per decenni. È una decisione che stabilisce ufficialmente la presenza di un legame tra il gruppo madre e le sue fazioni armate. Non è altro che il riconoscimento tardivo di quello che la regione già sapeva: la “Fratellanza” non è un movimento riformista incompreso dall’ordine politico arabo; si tratta piuttosto di un’organizzazione transnazionale che assieme ad altri alleati ha fatto del caos la sua strategia di sopravvivenza minando le fondamenta degli Stati-nazione nel mondo arabo e islamico». Hamas non è dunque «un movimento palestinese indipendente, bensì il ramo palestinese della Fratellanza», la cui azione distruttiva del 7 Ottobre non ha solo innescato la guerra contro lo Stato ebraico, ma ha anche compromesso il processo di pace tra Tel Aviv e Riyad: «sotto lo slogan di resuscitare la questione palestinese, gli artefici del “Diluvio di al-Aqsa” hanno ricreato l’habitat in cui la Fratellanza prospera, ossia un clima di frustrazione e di oppressione in cui si fa leva sulla rabbia e sul senso di impotenza» per innescare atti di vendetta contro i suoi avversari. La chiusa dell’articolo è sprezzante: «i Fratelli non vogliono salvare i palestinesi, ma piuttosto li sfruttano usandoli come carburante per il loro progetto». È proprio il “doppiogiochismo” della Fratellanza a costituire la critica principale del quotidiano di proprietà emiratina Al-Arab: «per decenni il gruppo ha mostrato due facce contrapposte: «una moderna e rassicurante rivolta alle autorità e all’opinione pubblica, un’altra radicale e di lotta ad uso della struttura interna». Grazie a questa ambiguità, prosegue l’articolo, il movimento è riuscito «a ingannare molti osservatori occidentali e si è guadagnato la fiducia delle istituzioni, le quali erano ignare che la Fratellanza, di nascosto, lavorava all’abbattimento dello Stato civile». Sulla testata Asas Media, il ricercatore Hisham Aliwan solleva qualche perplessità sul caso libanese. A differenza della Giordania – dove la Fratellanza ha una lunga e consolidata presenza – nel multiconfessionale Libano gli Ikhwan rivestono una funzione decisamente marginale. Aliwan osserva come la designazione come ente terrorista della succursale libanese del movimento, al-Jama‘ al-Islamiyya, risulterebbe problematica: anzitutto il gruppo «non può essere paragonato» a Hezbollah – già sulla lista nera di Washington – poiché privo di una consistente base popolare. Inoltre «il partito gode di una forte immunità sociale e politica» per via delle sue numerose alleanze, tra cui quella con il partito sciita Amal. In definitiva, conclude Aliwan, isolare al-Jama‘ al-Islamiyya potrebbe avere effetti collaterali, costringendo la formazione a «stringere apertamente un’alleanza con Hezbollah», consolidando in questo modo il fronte della “Resistenza” in Libano.