Il Paese dell’Africa occidentale figura stabilmente tra i principali Paesi di provenienza dei migranti che giungono in Italia. Che cosa si nasconde dietro questo dato?

Ultimo aggiornamento: 02/10/2023 14:57:54

Perché sono così numerosi i migranti che al loro arrivo in Italia dichiarano la nazionalità ivoriana? Lo abbiamo chiesto a Christian Bouquet, professore emerito di Geografia politica all’Università Bordeaux Montaigne e ricercatore presso il Laboratorio “Les Afriques dans le Monde”, Sciences Po Bordeaux. Bouquet ha insegnato in diverse università africane (Ciad, Costa d’Avorio, Madagascar, Repubblica Centrafricana) e ha prestato servizio come consigliere incaricato della cooperazione nelle ambasciate di Francia in Niger, alle Comore, in Gibuti, Madagascar e Costa d’Avorio.

   

 

Intervista a Christian Bouquet, a cura di Chiara Pellegrino

 

Secondo le statistiche, molti dei migranti che arrivano in Italia si dichiarano ivoriani. Come è possibile che un Paese tutto sommato stabile e in forte crescita economica come la Costa d’Avorio sia uno dei principali territori di origine dei migranti?

 

Molti migranti che arrivano dall’Africa subsahariana e vengono registrati al loro arrivo in Italia si dichiarano ivoriani anche se non lo sono. Questo accade per diverse ragioni. Molti di essi probabilmente vivono in Costa d’Avorio senza però essere ivoriani, inoltre fino al 2022 essere ivoriano dava accesso al diritto d’asilo. Il 30 giugno 2022 però l’UNHCR ha rimosso la Costa d’Avorio dalla lista dei Paesi a rischio e decretato la fine dello status di rifugiato per i suoi cittadini. È dunque probabile che una parte dei subsahariani che fino a quel momento si dichiarava ivoriano oggi abbia invece interesse a dichiararsi burkinabé o maliano, nazionalità che possono beneficiare del diritto d’asilo. La Costa d’Avorio conta quasi 30.000.000 di abitanti, tra questi 6.000.000 sono stranieri, di cui 4.000.000 burkinabé. Più del 22% della popolazione sono stranieri che spesso si considerano ivoriani. Questo spiega in parte i vostri numeri. Successivamente è stata fatta un’indagine più precisa e si è visto che un migrante su tre che si diceva ivoriano in realtà non lo era. Alla luce di questo dato, la Costa d’Avorio non può più dunque essere considerata il principale Paese d’origine dei migranti. La maggior parte dei migranti infatti arriva senza documenti e quindi è impossibile stabilire se sono ivoriani, ciadiani o burkinabé. Nel 2017 il Consolato generale della Costa d’Avorio a Roma ha fatto una verifica e ha constatato che non era possibile dimostrare la nazionalità ivoriana di una parte di questi migranti, i quali pertanto non ricadevano sotto la sua giurisdizione.  

 

Può descrivere le dinamiche migratorie dalla Costa d’Avorio verso l’Europa? Quali sono i fattori che spingono gli ivoriani, o chi si dichiara tale, a emigrare?

 

È semplicemente la speranza di una vita migliore che li spinge a migrare. È l’idea dell’Eldorado. Fondamentalmente, la vita che hanno in Costa d’Avorio non è economicamente insostenibile. Nel 2021 l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni delle Nazioni Unite ha stilato il profilo tipo del migrante. L’indagine, condotta su 6.500 ivoriani rimpatriati in Costa d’Avorio dalla Tunisia, dalla Libia o talvolta dall’Italia, ha dimostrato che il migrante non è una persona indigente ma dispone di un reddito, non è analfabeta ma istruita, ed è relativamente giovane. L’età media è di circa 27 anni. Il migrante tipo è celibe e ha un po’ di soldi per pagarsi il viaggio in Europa, che costa tra gli 800 e i 1.500 euro. È qualcuno in cerca di una vita migliore, pur essendo generalmente ben integrato in Costa d’Avorio. Il migrante tipo vive in città, ad Abidjan – un’enorme megalopoli in cui riesce a cavarsela facendo lavoretti. Ma l’immagine della vita in Europa lo attrae al punto di prendere la strada per Agadez, Algeri, Tangeri o Tunisi per poi cercare di raggiungere le coste europee.

 

Esiste una relazione tra il cambiamento climatico e i flussi migratori dalla Costa d’Avorio?

 

Nel caso della Costa d’Avorio, no. Il cambiamento climatico potrebbe operare in due direzioni: potrebbe risultare nel peggioramento delle condizioni climatiche per l’agricoltura, provocando una forte siccità, per esempio. La Costa d’Avorio però non è un Paese saheliano, è sufficientemente irrigato e anzi, a volte lo è addirittura un po’ troppo, soprattutto negli ultimi anni. La seconda direzione a cui pensiamo in termini di cambiamento climatico è l’innalzamento del livello dell’acqua e quindi l’allagamento della costa. Per il momento però il litorale ivoriano non ha visto allagamenti. Per ora l’agricoltura non è stata colpita dal cambiamento climatico; pertanto, non esiste un collegamento diretto tra cambiamento climatico e migrazione.

 

Come rispondono le autorità ivoriane ai flussi migratori?

 

Le autorità hanno intrapreso molte azioni da diversi anni. Dal 2015, il Ministero dell’Integrazione africana e degli ivoriani all’Estero (MIAIE) organizza ogni due anni un forum della diaspora ad Abidjan. Da un lato, questo forum consente di proporre soluzioni per favorire il ritorno di chi è partito ma vuole rientrare nel suo Paese d’origine, offrendogli sussidi o sostegni finanziari. Dall’altro, esso permette di organizzare delle operazioni di dissuasione di chi vuole partire. In quest’ottica il ministero ha commissionato la produzione del film documentario Migrants, retour d’enfer, prodotto nel 2017 da Patrick Fandio. Il film è stato mandato in onda dalla televisione nazionale e in tutte le principali città del Paese per mostrare ai giovani che partire all’avventura non è consigliabile.

 

Da diversi anni la Costa d’Avorio è anche terra di accoglienza per i migranti stranieri. Perché molti africani scelgono questo Paese come terra di emigrazione?

 

La Costa d’Avorio è terra di accoglienza per i migranti africani da un secolo. Fin dalla colonizzazione, infatti, era un Paese sottopopolato e molto ricco grazie alle sue foreste e alle colture destinate all’esportazione, in particolare il caffè e il cacao. I Paesi saheliani invece erano aree sovrappopolate, perciò hanno trasferito in Costa d’Avorio centinaia di migliaia di lavoratori, che venivano impiegati proprio nelle piantagioni di cacao e caffè. Per tutto il tempo della colonizzazione la migrazione è stata un fenomeno organizzato, i trasferimenti erano controllati, verificati. Centinaia di migliaia di africani hanno pertanto creato le loro famiglie in Costa d’Avorio pur rimanendo stranieri. Il flusso migratorio è continuato negli anni perché la Costa d’Avorio è un Paese con una crescita economica costante e dispone di molte ricchezze, non soltanto il caffè e il cacao, ma anche gli anacardi e da qualche anno anche il petrolio e il gas. È un Paese la cui economia funziona bene e crea molti posti di lavoro per i migranti africani che vi si stabiliscono.

 

La presenza di così tanti immigrati non pone problemi politici?

 

Sì, una presenza del 20-25% di stranieri in un Paese pone indubbiamente dei problemi. La Costa d’Avorio ha avuto problemi con i migranti nei primi anni 2000, quando è arrivato al potere Laurent Gbagbo. È stato dopo il periodo di Henri Konan Bédié, che aveva cercato di attuare una politica di ivorianità. Per essere ivoriani, bisognava avere una discendenza plurisecolare. Questa tendenza nazionalista e xenofoba che è durata fino al 2011 vedeva nello straniero un nemico. È ciò che è accaduto, per esempio, con le popolazioni musulmane del nord. Negli ultimi 10, 12 anni però la situazione si è calmata. Gli stranieri sono ancora numerosi, più di 6.000.000 di persone, cioè il 22% della popolazione, ma sono generalmente ben integrati. Se però dovesse esserci una crisi economica o socio-economica non è escluso che questa xenofobia ritorni, come del resto accade nei Paesi europei. Ma per ora non è questo il caso.

 

In Niger, il presidente Mohamed Bazoum è stato deposto dalla giunta militare, che ha preso il potere. Quali conseguenze può avere questo colpo di Stato sui processi migratori?

 

I rifugiati che potrebbero voler lasciare il Niger andranno in Benin, Togo o Ciad, come facevano già prima, ma non in Costa d’Avorio. È stato piuttosto il colpo di Stato avvenuto in Burkina Faso a creare un vero e proprio movimento migratorio verso la Costa d’Avorio. Da diversi mesi vediamo soprattutto sulla stampa ivoriana che diverse decine di migliaia di burkinabé hanno attraversato il confine e si sono rifugiati in territorio ivoriano. È in atto più o meno lo stesso meccanismo che abbiamo visto quando c’era la guerra in Liberia. All’inizio questi migranti vengono accolti familiarmente perché dall’altra parte del confine del Burkina Faso vivono le stesse etnie, si parla la stessa lingua e spesso è la stessa famiglia. In un secondo momento, verranno organizzati in maniera più istituzionale: la Costa d’Avorio teme l’infiltrazione di rifugiati stranieri tra le popolazioni del nord perché tra loro potrebbero esserci anche dei jihadisti. Da qualche settimana l’UNHCR ha iniziato a organizzare dei veri e propri campi profughi, che saranno controllati meglio rispetto al modo informale che vigeva fino a oggi per accogliere i profughi. Ad ogni modo, chi fugge dal Burkina Faso non sono le persone che avevano pensato di andare in Europa. Non hanno nemmeno i mezzi economici per farlo, lasciano il loro Paese perché i loro villaggi sono diventati insicuri, soprattutto nell’est del Paese. È diventato difficile per loro coltivare i campi e allevare le mandrie; quindi, fuggono dai loro villaggi ma non sono attrezzati per prendere la via verso l’Europa. La strada per l’Europa è molto difficile ed è anch’essa disseminata di insidie perché bisognerebbe salire verso il Sahel e più si va a nord più s’incontrano jihadisti. Pertanto, la via normale per i burkinabé è il Ghana, ma anche la Costa d’Avorio.

 

 

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