I conflitti in Iran, in Libano e a Gaza, gli attacchi alle infrastrutture e alle navi mettono pressione al sistema energetico globale e ridisegnano gli equilibri globali. I Paesi arabi del Golfo sono di fronte a un bivio: dalla loro scelta dipenderà il futuro della regione. Intervista a Giacomo Luciani
Ultimo aggiornamento: 23/04/2026 10:22:15
È impossibile riassumere in poche parole la carriera accademica di Giacomo Luciani. Ci limitiamo a dire che ha insegnato al Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra, alla Paris School of International Affairs – Sciences Po a Parigi ed è stato “Global Scholar” del dipartimento di Near Eastern Studies di Princeton. I suoi interessi di ricerca comprendono l’economia politica del Medio Oriente e del Nord Africa e la geopolitica dell’energia. I suoi studi si sono concentrati principalmente sulle dinamiche economiche e politiche dei Rentier State e sulle questioni relative allo sviluppo nei Paesi del Gulf Cooperation Council. In questa conversazione a tutto campo con la Fondazione Oasis Luciani ci aiuta a comprendere meglio le dinamiche economiche e politiche innescate dalla guerra all’Iran, le sfide che devono affrontare i Paesi arabi del Golfo e i più importanti sviluppi regionali e globali.
Intervista a Giacomo Luciani a cura di Claudio Fontana
Professore, la crisi energetica che stiamo vivendo ha dei paralleli con quelle del passato?
Le caratteristiche di questa crisi assomigliano a quelle che si crearono dal 1980 al 1988 durante la guerra tra Iraq e Iran, quando le attività belliche sfociarono in una “guerra delle petroliere”, durante la quale l’Iran attaccò soprattutto le navi del Kuwait. L’Iraq invece bombardò l’isola di Karg, mentre Teheran a sua volta tentò di impedire le esportazioni di petrolio dall’Iraq. Questo precedente aveva però messo in luce quanto fosse difficile chiudere il Golfo bloccando lo Stretto di Hormuz: nessuno dei due belligeranti era riuscito a ottenere questo risultato. Diversi studi avevano concluso che forse era possibile chiudere lo Stretto per un breve periodo, ma la marina militare americana non avrebbe avuto problemi a forzarne una rapida riapertura. Per questo all’inizio di questa nuova guerra si è creduto che la crisi non sarebbe stata grave. Contribuiva a questa convinzione non solo l’ipotesi della riapertura forzata dello Stretto [che ancora non si è verificata, NdR], ma anche perché sono stati sviluppati degli oleodotti alternativi, come quello attualmente in funzione tra la zona orientale e quella occidentale dell’Arabia Saudita. C’è dunque una riduzione delle esportazioni, ma non un blocco totale. La sorpresa deriva dal fatto che oggi l’Iran possiede dei sistemi d’arma molto più precisi che in passato, che gli hanno permesso non tanto di danneggiare le petroliere (ci sono stati pochissimi attacchi in questo senso), quanto di colpire le infrastrutture a terra. La situazione del gas oggi è molto peggiore di quella del petrolio, anche se non è gravissima.
Rispetto alle crisi del passato cambiano anche le destinazioni delle esportazioni.
Oggi il petrolio del Golfo va soprattutto verso i Paesi asiatici. Risentono di questa situazione soprattutto il Pakistan e l’India, ancora più della Cina, che è colpita ma ha stoccaggi molto significativi. Islamabad e New Delhi sono gravemente dipendenti soprattutto dal GPL – che viene utilizzato per cucinare – e dal GNL – che serve per la generazione elettrica. In questi Paesi, tra i più colpiti assieme a Filippine e Vietnam, abbiamo assistito alle prime misure di razionamento. C’è però anche un altro aspetto da considerare: quando in passato era stata ventilata la chiusura dello Stretto, alcune navi avevano forzato il passaggio. Negli ultimi mesi non lo ha fatto praticamente nessuno e ciò si deve alle diverse provenienze degli armatori e dei consumatori finali: i primi sono prevalentemente occidentali mentre i secondi asiatici. È per questo che gli armatori hanno meno incentivi a rischiare e a forzare il blocco. Non a caso sono passate le navi cinesi e quelle di proprietà del governo indiano.
La situazione che dipinge non sembra essere così drammatica, a dispetto delle notizie che ogni giorno leggiamo riguardo alla mancanza di carburanti.
Fino all’annuncio del blocco statunitense il petrolio iraniano continuava a transitare. Si trattava di un blocco selettivo. Per questo a mio parere la crisi non è così grave come talvolta la si dipinge: mancano sostanzialmente una decina di milioni di barili al giorno, che equivalgono circa al 10% della produzione mondiale. Certo non è poco, ma i prezzi stanno aumentando e la domanda scenderà; quindi, c’è un meccanismo di riequilibrio del mercato cui si aggiungeranno misure di contingentamento che ben presto arriveranno anche in Europa. Bisogna però ricordare anche che dallo Stretto non transita soltanto il petrolio, ma anche i prodotti petroliferi che sono il risultato della raffinazione che si svolge all’interno del Golfo Persico: il cherosene per l’aviazione e il diesel sono due prodotti che probabilmente mancheranno. Per il diesel la situazione non è gravissima perché siamo usciti dall’inverno e quindi il gasolio da riscaldamento è meno richiesto. Per il jet fuel è possibile che si arrivi ad annullare dei voli. Probabilmente quest’estate si dovrà rinunciare a vacanze in posti esotici, ma mi riesce difficile pensare che sia una grande disgrazia. Quindi io sono un po’ scettico sul grande catastrofismo.
È per questo che dal 28 febbraio a oggi il prezzo del petrolio è salito “solo” circa del 15%?
Sì, ma bisogna distinguere: quello che è aumentato di meno è il prezzo dei future al primo mese, mentre il prezzo spot è salito di più. Va anche detto che i margini di raffinazione sono elevatissimi e siccome i prezzi al consumo dei prodotti sono molto aumentati, le raffinerie stanno facendo molti soldi vendendo prodotti a prezzi molto cari. Per questo sono anche disposte a pagare di più per avere il greggio e continuare a vendere prodotti raffinati. Questo fa aumentare il prezzo spot, mentre evidentemente il mercato ritiene che la crisi non debba durare o comunque che non sia una crisi così grave. Questo è ciò che determina l’aumento più lento dei prezzi dei future.
Resta il fatto che la soluzione a questa crisi deve per forza essere negoziale: finora non c’è stato alcun tentativo di riaprire lo Stretto di Hormuz manu militari.
In effetti direi che la cosa più interessante e sorprendente è che i sofisticati sistemi d’arma su cui i Paesi arabi del Golfo hanno investito miliardi di dollari si dimostrano perfettamente inutili, cioè non servono affatto a difendere veramente i loro interessi. I Paesi del Golfo si sono trovati esposti per via della decisione degli Stati Uniti di iniziare una guerra che a loro non interessa e che certamente non volevano. Gli Stati Uniti non sono in grado di difenderli. Forse ci riuscirà l’Ucraina con i nuovi sistemi d’arma che ha sviluppato per resistere alla Russia, ma è una situazione veramente paradossale da questo punto di vista.
Prima ha menzionato l’oleodotto saudita est-ovest che è uno degli strumenti che permette di contenere la crisi energetica. Ma quanto pesa la minaccia degli Houthi sul Mar Rosso e su Bab el-Mandeb? Un loro intervento potrebbe togliere anche questa offerta dal mercato?
Diciamo innanzitutto che anche un blocco dello Stretto di Bab el-Mandeb non azzererebbe l’output saudita, perché il greggio può uscire dal Mar Rosso anche attraverso il Canale di Suez e l’oleodotto SUMED (Suez-Mediterraneo). Per il futuro io credo che qualcuno guarderà con attenzione alla possibilità di riaprire dei vecchi oleodotti che portano il greggio nel Mediterraneo, come quello Kirkuk-Ceyhan, che oggi viaggia al di sotto della sua capacità. C’è anche l’oleodotto da Kirkuk a Banyias in Siria, che è stato chiuso al petrolio iracheno nel 1983 e da allora ha funzionato soltanto per il poco petrolio siriano. Nel 1948 i sauditi avevano costruito la Tapline (Trans-Arabian Pipeline) che arrivava al Mediterraneo con due diramazioni, una fino a Haifa e una a Sidone, attraverso il Golan. È chiaro che i tracciati andrebbero ridefiniti un po’ e si tratta di un oleodotto piccolo, ma potrebbe essere allargato. Consideri che riaprire un oleodotto esistente o raddoppiarne uno in funzione sono operazioni che costano molto meno che costruirne uno ex novo.
Si tratterebbe comunque di investimenti infrastrutturali di medio-lungo periodo.
Reagendo alla guerra Iran-Iraq i sauditi negli anni ’80 hanno costruito l’oleodotto est-ovest e poi, per molto tempo, hanno pensato che fosse stato uno spreco di denaro perché non era utilizzato. Oggi sono ben contenti di avercelo. A un certo punto si era discusso di un oleodotto dai giacimenti petroliferi nella zona orientale del Paese fin verso la raffineria di Jizan, al sud dell’Arabia Saudita, ma alla fine la ARAMCO si è accontentata dell’oleodotto est-ovest. Col senno di poi, se avessero avuto un oleodotto che arrivava direttamente a Jizan, avrebbero potuto esportare di più da Yanbu e anche da Jizan.
Il problema è che sono linee che possono essere disegnate sulla cartina geografica, ma si scontrano con il fatto che devono attraversare Paesi rivali o situazioni di instabilità. Per esempio, uno sbocco su Haifa al momento è impensabile senza prima un accordo politico complessivo con Israele, qualcosa difficile da immaginare oggi, quando sembra che non si riesca a uscire dalla logica del conflitto.
Certamente la regione pone delle sfide e continuerà ad avere le sue difficoltà. Lo scenario alternativo però è che ci sia un accordo cooperativo tra i Paesi arabi del Golfo e l’Iran, ciò che potrebbe non essere così campato per aria. In cambio penso che l’Iran chiederebbe che vengano chiuse le basi americane nella regione. Questo sarà certamente un argomento di riflessione nei Paesi arabi perché le esportazioni di petrolio sono la principale fonte di reddito di questi Paesi, ma tutta la loro struttura economica ha improvvisamente mostrato la sua vulnerabilità. Con droni da pochi soldi gli iraniani possono mettere in ginocchio la logistica, le compagnie aeree e il turismo. Il sistema di questi Paesi è messo in discussione dalla A alla Z, soprattutto per quelli che a differenza dell’Arabia Saudita e dell’Iran non hanno profondità geografica.
La maggior parte dei Paesi arabi del Golfo ha sviluppato le proprie “visioni” per il futuro, cercando di diversificare la loro economia e ridurre la dipendenza dal petrolio. Questa guerra rischia di rovinargli i piani…
I Paesi arabi del Golfo, soprattutto gli Emirati, il Qatar e il Kuwait hanno deciso di isolarsi dalla regione e hanno sviluppato strategie che non sono radicate nel Medio Oriente. Puntano a diventare delle città-mondo globalizzate che interessano a tutti coloro che stanno al di fuori della regione, ma al tempo stesso non propongono nessuna soluzione per la regione stessa. Non c’è uno schema di sviluppo regionale, non c’è un tentativo di investire la ricchezza derivata dal petrolio per sviluppare la Siria, il Sudan, lo Yemen. Al contrario, il modello è Singapore. Forse uno può riuscire a emulare la città asiatica, ma sicuramente è difficile che ci riescano tutti, per di più in concorrenza l’uno con l’altro. Come ho scritto parecchie volte[1] queste strategie devono essere radicate nella regione, è inutile fare piani che vanno bene per la Svizzera o per Montecarlo. Se l’Iran attaccasse le centrali elettriche o ancora peggio gli impianti di desalinizzazione Dubai chiuderebbe in una settimana. È un problema gravissimo per loro.
È proprio venuta meno l’immagine proiettata da questi Paesi, quella di una campana di vetro totalmente isolata dal contesto regionale.
Il discorso è sempre stato: l’Iran non ci attaccherà perché in fondo gli facciamo comodo. Questo valeva soprattutto per Dubai, dove c’è una importante comunità iraniana. Dubai era una fonte di scambi e anche di contrabbando, però alla fine è stata coinvolta dalla guerra.
Prima ha detto che le strategie di diversificazione devono essere radicate nella regione, anziché essere un’emulazione di Singapore. Cosa intende?
Bisogna investire in imprese, cercare un’integrazione commerciale e soprattutto di manodopera con i Paesi circostanti. Fino al 1990 gli yemeniti potevano entrare in Arabia Saudita senza visto, poi quando lo Yemen si è schierato con Saddam che aveva invaso il Kuwait, i sauditi hanno reagito spedendo a casa 800.000 yemeniti nel giro di due mesi. Da quel momento hanno importato soltanto manodopera del subcontinente indiano e lo stesso è vero negli Emirati dove, come sa, il 95% della popolazione non ha passaporto emiratino. Il 55/60% degli espatriati negli Emirati, in Qatar o in Kuwait è composto da indiani, pakistani, srilankesi, bangladeshi. Se si mettessero d’accordo, bloccherebbero questi Paesi con estrema facilità. Molti anni fa era diverso: c’era più emigrazione dagli altri Paesi arabi, dall’Egitto, dal Marocco, dal Libano, dalla Siria, dal Sudan. I Paesi arabi del Golfo dovrebbero fare una politica di sviluppo del loro vicinato, ma il loro atteggiamento è diverso. Questo vale soprattutto per gli Emirati Arabi Uniti, che finanziano i peggiori criminali della regione, dai Janjaweed nella loro “evoluzione” delle Forze di Supporto Rapido sudanesi, a Khalifa Haftar in Libia. Abu Dhabi persegue l’obiettivo di sabotare qualsiasi forma di sviluppo democratico nella regione, ma alla fine si accorgerà che è un suicidio. Quando è arrivato al potere in Arabia Saudita, Mohammed bin Salman ha fatto alcuni errori ben noti, come l’uccisione di Jamal Khashoggi e soprattutto la guerra in Yemen. Da qualche anno sembra essersene accorto e sta cercando di trovare una via di uscita, che dovrà passare dal riconoscimento dei propri errori e dall’accettazione di un compromesso con gli Houthi, che poi è la stessa cosa che accettare un compromesso con l’Iran. Tutto questo, ripeto, non è impossibile, ma passa attraverso un allentamento del legame con gli Stati Uniti.
Mi sembra che però la scelta di lavoratori dal subcontinente indiano abbia a che vedere non solo con considerazioni economiche, ma col timore – motivato anche dalla storia degli anni ’60 e ’70 in Arabia Saudita – di far entrare nelle monarchie arabe del Golfo grandi numeri di arabi che potrebbero portare con sé le idee politiche legate alla Fratellanza musulmana.
Il problema è proprio questo. È questo che spiega l’atteggiamento di Mohammed bin Zayed. Il fatto è che se si fanno delle elezioni in Medio Oriente, le vincono i Fratelli Musulmani. Da questo punto di vista il personaggio che può offrire una soluzione è Erdoğan. I governanti qatarini non sono essi stessi Fratelli musulmani, però hanno capito che bisogna trovare un accomodamento con le tendenze islamiste della regione. È per questo che Mohammed bin Zayed ha provato a rovesciare la famiglia al potere in Qatar nel 2017. Adesso anche i sauditi sono piuttosto convinti che sia necessario trovare un modo per convivere con le tendenze islamiche, altrimenti l’atteggiamento che hanno avuto verso Ahmad al-Sharaa in Siria non si capirebbe. È molto chiaro che la pacificazione e l’integrazione regionale passano attraverso un riconoscimento del dato di fatto che politicamente la principale forza popolare e di legittimazione sono gli islamisti moderati.
Non è l’unico motivo, ma è anche su questo argomento che si sviluppa la frattura tra gli Emirati e l’Arabia Saudita.
Questo è proprio il tema principale della loro divisione, perché gli Emirati non accettano alcun compromesso con le forze islamiste. MbS all’inizio ha seguito MbZ contro il Qatar, ma penso che abbia capito che non è una strada percorribile.
Tuttavia, più si approfondisce questa frattura più mi sembra difficile immaginare che si possa giungere a una composizione delle controversie ragionali.
No, semplicemente gli Emirati stanno perdendo su tutta la linea. I loro alleati non statuali, sia in Libia che in Sudan, verranno sconfitti. Altrove non hanno molto seguito, no?
Eppure, l’Italia fa molto affidamento sugli Emirati Arabi Uniti anche per interpretare le tendenze e gli sviluppi della regione.
Gli Emirati spendono, a loro piace la Ferrari, gli oggetti di lusso, le Lamborghini. Ma quella italiana nella regione in generale non è una posizione molto ben meditata: nel corso degli ultimi anni l’Italia si era avvicinata a Bashar al-Assad proprio al momento sbagliato... Fortunatamente in Libia rimaniamo in supporto di Tripoli contro Haftar. D’altro canto, i francesi sono messi ancora peggio perché l’ideologia illuminista francese gli impedisce di digerire l’idea che la regione voglia essere governata da governi moderati islamici. E questo spinge Parigi ancora di più verso le posizioni di Abu Dhabi. Non a caso la Francia ha venduto delle armi, ma non riesce ad avere reale influenza nella regione: ha un’amicizia con le famiglie regnanti, ma non una posizione egemonica nell’opinione pubblica della regione.
La situazione attuale può avvantaggiare l’Arabia Saudita rispetto agli Emirati Arabi Uniti?
L’Arabia Saudita è un grande Paese, ha una popolazione molto più rilevante, ha delle risorse molto maggiori. Non si affonda facilmente l’Arabia Saudita. Certo, molto dipende dalle scelte del governo, che è un one man show, e questo è sempre molto pericoloso. Devo dire che ultimamente la cosa più importante che vedo in Arabia Saudita è la disponibilità a fare passi indietro e guardare con maggiore realismo alla situazione. I progetti faraonici della Vision, come alcuni di quelli immobiliari, Trojena, la Mukaab, The Line, sono ormai accantonati. Ce ne sono alcuni che sono andati troppo avanti per essere annullati.
Quindi cosa rimane della Vision saudita?
Non molto. Ci sono alcuni investimenti che sono andati bene. C’è certamente l’apertura alle donne nella forza lavoro. Questa è stata probabilmente la cosa più positiva che MbS è riuscito a fare. Per il resto è tutto problematico, incluso il programma di diversificazione a valle del petrolio, con la petrolchimica e la raffinazione. I progetti industriali localizzati sul Mar Rosso non sono minacciati, mentre quelli realizzati sul Golfo Persico saranno necessariamente mantenuti, ma la mia aspettativa è che tutti i nuovi progetti di investimento saranno piuttosto localizzati nella parte occidentale del Paese. Molto verrà investito sulla logistica, dove qualcosa era già stato fatto: è stato accelerato il completamento della ferrovia tra le due sponde del Paese, che consentirà di portare merci da est a ovest e viceversa anche su rotaia. Complessivamente, l’offerta logistica continentale o subcontinentale verrà rafforzata, ciò che è molto importante. Per farlo l’Arabia Saudita ha bisogno di trovare una base di collaborazione con Siria, Libano, Iraq, e poi devono fare una politica intelligente con l’Egitto, anche se questo probabilmente richiede una leadership diversa da quella attualmente presente al Cairo.
Esiste un’alternativa?
Bisogna trovarla, perché alla fine la qualità umana dei governanti conta.
Questi mesi ci testimoniano proprio questo. Gli apparati burocratici svolgono un ruolo importante, ma alla fine i leader politici fanno la differenza.
Sì, a un certo punto, soprattutto nei regimi centralizzati, la personalità di chi governa è molto importante. Per esempio, per quanto oggi in difficoltà, Mohammed bin Rashid Al Maktoum [Emiro di Dubai, NdR] sarebbe molto più adeguato di Mohammed bin Zayed, ma deve fare il “secondo” perché non ha petrolio. Eppure, gli Emirati non sarebbero quello che sono se non ci fosse stato suo padre Rashid bin Saeed Al Maktoum ancora prima di lui, che ha preso delle decisioni che sembravano folli ma che si sono rivelate giuste.
A che decisioni fa riferimento?
Fin dall’inizio la decisione di fare il drenaggio del porto di Dubai, o di investire sulla logistica, sull’aeroporto, sulla linea aerea, su Jebel Ali, sul Dubai Financial Center... Insomma, ne ha azzeccate parecchie. Adesso la situazione politica è diversa.
In apertura dell’intervista accennava che gli Stati Uniti sono esportatori netti di energia e il presidente americano fa molto affidamento sull’indipendenza americana. Quanto sono protetti gli Stati Uniti e quanto pesa secondo lei il fatto che la Cina sia dipendente dal petrolio e dalle altre merci che transitano dal Medio Oriente?
Non basta essere esportatori netti di energia per poter dire che non è importante ciò che accade all’estero. Oggi negli Stati Uniti i prezzi del gas e del petrolio sono in aumento: ci guadagnano i produttori americani, ma ci perdono i consumatori. Questo è il problema per cui Trump deve chiudere rapidamente la guerra, perché altrimenti le elezioni di midterm a novembre saranno un bagno di sangue per il partito repubblicano. La situazione è complessa anche per quanto riguarda i rapporti con la Cina: Trump dovrebbe andare a Pechino il mese prossimo, ma ha già dovuto rimandare e non si capisce se voglia davvero un accordo con Xi Jinping. I cinesi adesso stanno aiutando l’Iran anche sul piano militare e hanno una posizione molto netta: questa è una guerra imperialista, c’è un modo semplice di risolverla ed è che Trump si ritiri. In fondo, è esattamente lo stesso discorso che noi facciamo rispetto alla Russia in Ucraina.
Anche in questi mesi di guerra Trump ha attaccato l’Unione Europea per le sue politiche energetiche. Non crede che la situazione attuale dimostri che le strategie di transizione energetica avrebbero dovuto essere portate avanti con ancora maggior forza?
L’efficacia delle strategie europee di transizione è stata fortemente limitata dall’eccessiva enfasi sul solare e sull’eolico, che hanno consentito di sostituire solo una parte minima delle fonti fossili per la generazione elettrica. La domanda di elettricità è in aumento: serve maggiore generazione e l’Unione Europea avrebbe dovuto puntare anche sul nucleare. Al contrario la Germania lo ha abbandonato, il più grande errore che potesse fare. Oggi Berlino sarebbe in condizioni enormemente migliori se avesse almeno mantenuto la capacità nucleare che aveva nel 2010. Io sono sempre stato favorevole al ricorso al prezzo sul carbonio per scoraggiare le emissioni, però l’Emissions Trading System (ETS) non ha funzionato bene: non dà sufficienti incentivi alle imprese per decarbonizzare e, al contrario, aumenta troppo i costi sia per l’industria che per il pubblico. In sintesi, è giusto perseguire un’ambiziosa strategia di diversificazione energetica e di riduzione delle emissioni, ma l’Unione Europea non lo sta facendo nel modo migliore. Quelli che lo stanno facendo bene sono i cinesi: la loro supremazia, tanto a livello industriale che tecnologico e di implementazione, è oramai indubbia.
Cosa differenzia la strategia cinese dalla nostra?
Sono i primi in tutto: hanno 29 centrali nucleari in costruzione, sono primi negli investimenti nell’idroelettrico. Pensi che invece a livello europeo l’idroelettrico è stato punito perché danneggia la natura. La Banca Europea degli Investimenti (BEI) aveva la proibizione di investire in progetti idroelettrici, per esempio in Africa. La politica europea ha peccato di ideologismo e non è riuscita veramente a scalfire la dipendenza dalle fonti fossili.
[1] Si veda anche: Giacomo Luciani (a cura di), Combining Economic and Political Development. The Experience of MENA, Brill, Leiden e Boston 2017.