La casa reale che da un secolo smentisce tutte le previsioni

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Ultimo aggiornamento: 27/06/2024 11:55:02

Copertina Saudi Arabia in transition.jpgRecensione di Bernard Haykel, Thomas Hegghammer e Stéphane Lacroix (a cura di), Saudi Arabia in Transition. Insights on  Social, Political, Economic and Religious Change, Cambridge University Press, Cambdrige 2015

Curato da tre fra i massimi esperti di Arabia Saudita, il volume è l’esito di due conferenze organizzate a Mentone, in Francia, e a Princeton; articolato in quattro sezioni, analizza in maniera esemplare alcuni degli aspetti più significativi della società saudita, consentendo di mettere a fuoco con incisività e chiarezza la situazione del Paese in ambito politico, economico, ideologico e sociale.

Per comprendere l’importanza del libro basterà pensare al ruolo geopolitico sempre più incisivo che il Regno ha saputo ritagliarsi. Dal 1945, anno in cui strinse con gli Stati Uniti il patto informale della Quincy, l’Arabia Saudita ha raggiunto una serie di primati che la rendono uno degli Stati più influenti del Medio Oriente. Leader indiscusso dell’OPEC e custode del 25% delle riserve petrolifere del mondo, condiziona le politiche economiche degli Stati importatori ed è il pilastro della sicurezza americana nella zona. Ma non di soli equilibri geopolitici si tratta, perché la regione occidentale del Regno, con le città sante di Mecca e Medina, costituisce il cuore dell’Islam sunnita, di cui l’Arabia si auto-proclama leader.

Nonostante queste buone ragioni, l’Arabia Saudita, come ricordano gli autori nell’introduzione, rimane ad oggi un Paese poco studiato a causa delle restrizioni imposte dal governo e di cui spesso sfuggono le dinamiche. Con il risultato che la maggior parte delle previsioni degli studiosi, che dagli anni ’70 a oggi non hanno perso occasione per dichiarare spacciata la famiglia regnante dei Saud, si sono rivelate clamorosamente errate. Nel ’79 secondo gli analisti essa sarebbe dovuta soccombere sotto l’influsso della rivoluzione iraniana e dei colpi inferti dalle rivolte – puntualmente sedate – alla Mecca e nella Provincia Orientale, a maggioranza sciita. Negli anni ’90 si prevedeva che la monarchia avrebbe ceduto alle pressioni del movimento islamista della Sahwa, mentre all’inizio del 2000 la si riteneva a rischio per l’instabilità generata dai violenti attacchi di al-Qaida nella Penisola Arabica. Infine, nel 2011, sull’onda dell’entusiasmo per le rivoluzioni mediorientali, si stimava che il governo sarebbe stato spazzato via dal vento della Primavera araba. Ma così non è stato, grazie anche alla capacità del re ‘Abdallah e dei suoi predecessori di mediare nelle situazioni di pericolo e dar corso a politiche non istituzionalizzate ma di carattere personale.

È quest’abilità politica che ha consentito alla famiglia regnante di scongiurare gravi crisi politiche nei periodi in cui il prezzo del petrolio era particolarmente basso e che, come spiega nel suo saggio F. Gregory Gause III, l’ha resa capace di contenere gli effetti delle mobilitazioni politiche, verificatesi, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, proprio nei periodi in cui i proventi del petrolio erano più elevati. Con la loro astuzia politica i Saud – spiega Bernard Haykel – sono riusciti a gestire il rapporto tormentato con i Fratelli Musulmani. Da protetti quali erano negli anni ’50 a traditori negli anni ’90, i Fratelli furono considerati grandi alleati della famiglia reale nel tentativo di contrapporre un’ideologia islamista al nazionalismo arabo e al socialismo. Tuttavia negli anni ’90 i Fratelli hanno iniziato a essere una presenza ingombrante e scomoda: la nuova generazione di attivisti e oppositori fuoriuscita dalla propaganda islamista, contestando a Riyadh i rapporti intessuti con l’Occidente, viene allora messa a tacere. La stessa abilità politica ha consentito ai reali di sedare il malcontento delle donne che, come spiega Madawi al-Rasheed, lamentano rapporti sociali regolati da norme molto rigide, l’esclusione dalla sfera pubblica, l’impossibilità di svolgere ruoli pubblici di primo piano, la difficoltà a inserirsi nel mondo lavorativo.

Nonostante le restrizioni, ricorda ancora Bernard Haykel, alcuni cambiamenti sono in corso. L’Arabia Saudita infatti è il Paese arabo più connesso in rete e la maggior parte dei suoi sudditi sono utenti di Facebook, Twitter e YouTube. Gli spazi virtuali danno voce alle critiche e ai commenti dei giovani che nutrono grandi aspettative per il loro futuro. Resta da capire se le mobilitazioni virtuali riusciranno a tradursi in mobilitazioni concrete o se ancora una volta le previsioni intorno all’enigma saudita si riveleranno sbagliate.

 

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