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Islam

Effetto Molenbeek: oltre il mito, i fatti

Una zona di Bruxelles vicino al quartiere di Molenbeek [skyfish / Shutterstock.com]

La storia di questa zona di Bruxelles, da cui sono partiti i terroristi del novembre 2015 a Parigi, mostra che per contrastare il radicalismo servono anche nuove configurazioni socio-politiche e una leadership islamica formata e coraggiosa

Ultimo aggiornamento: 05/02/2018 16:33:56

È iniziato oggi il processo a Salah Abdeslam, unico terrorista sopravvissuto alla strage di Parigi del novembre 2015. La sua latitanza era finita nel quartiere di Molenbeek pochi giorni prima degli attentati di Bruxelles del 22 marzo 2016. Nel numero 24 di Oasis abbiamo raccontato questa zona della città belga, al centro della cronaca di quei giorni. Per leggere interamente i contenuti della rivista acquista una copia o abbonati.

 

 

 

 

 

Molti degli attentatori coinvolti negli attacchi di Parigi del 13 novembre 2015 erano originari di Molenbeek-Saint-Jean, un quartiere di Bruxelles che da allora è diventato bersaglio di discorsi aggressivi, in Francia, in Italia, negli Stati Uniti e altrove. Questa rete, collegata a jihadisti belgi partiti a combattere in Siria tra le fila dello Stato Islamico negli anni 2013-2014, ha prolungato la sua azione con l’attentato all’aeroporto e alla stazione “Maalbeck” della metropolitana di Bruxelles il 22 marzo 2016. Alla luce di questi eventi, è giusto chiedersi se esista un effetto Molenbeek sul radicalismo islamico e quali lezioni si possano ricavare da questo caso.

 

 

Molenbeek (letteralmente Molen=mulino, Beek=ruscello: “il ruscello del mulino”) non è un sobborgo di Bruxelles, come è stato scritto su molti giornali. Dal punto di vista urbanistico può essere pensato come un grosso quartiere di 92mila abitanti, parte dell’agglomerato cittadino della capitale belga, che conta un milione di abitanti. Ma dal punto di vista amministrativo Molenbeek è in tutto e per tutto una municipalità, come gli altri 19 comuni che formano Bruxelles. L'architettura politico-amministrativa dei 19 comuni va compresa nella logica di un certo conservatorismo belga, che attribuisce un valore significativo alle autonomie locali. Così, per esempio, il borgomastro (il sindaco, NdR) è capo della polizia locale e il comune può aprire scuole, di primo e secondo grado.

 

 

L’agglomerato di Bruxelles prende il nome dal comune storico centrale (Bruxelles-città), che corrisponde all’area della Grande Place, dei palazzi del governo, dei musei. Al momento della costituzione dello Stato belga, nel 1830, a questo comune centrale, le cui mura di cinta medievali erano state abbattute in epoca napoleonica, si sono aggiunti i villaggi rurali circostanti, tra cui quello di Molenbeek. Molenbeek dista una ventina di minuti a piedi dalla Grande Place e tre o quattro fermate di metropolitana dal centro, dal quale lo separa il canale ottocentesco che collega Bruxelles con il grande porto di Anversa. Da un punto di vista territoriale, Molenbeek e gli altri 19 comuni sono in totale continuità geografica. Questo fa sì che uno straniero non sappia in quale “comune” si trovi, ciò che invece sanno bene gli abitanti di Bruxelles, che conoscono i confini tra un comune e l’altro[1]. 

 

 

L'aspetto demografico

 

 

Molenbeek è situata nella cintura territoriale che si è sviluppata nel XIX secolo attorno a Bruxelles-città, abitata soprattutto da una popolazione operaia e da una classe media che lavorava nella piccola industria (birrifici, piccola siderurgia, mobilifici, laboratori sartoriali). Questa cintura urbana, soprattutto nella parte più vicina al centro, ha cominciato a svuotarsi a partire dalla prima guerra mondiale, quando le classi medie hanno preferito trasferirsi in una seconda cintura urbana, un’area verde di Bruxelles situata più in alto e più salubre. Si è così costituita una zona che circonda i tre quarti di Bruxelles-città, e corrisponde a quelle che i sociologi britannici chiamavano le inner cities.

 

 

A partire dagli anni ’60, attraverso il libero mercato immobiliare, in questa cintura si sono insediati i nuovi immigrati, in particolare marocchini e turchi. È un habitat povero, con affitti bassi e, a partire dagli anni ’70, con vecchi laboratori dismessi. A questo si aggiunge il fatto che verso Molenbeek si orienteranno negli anni ’70 le famiglie che abitavano nel quartiere Nord (vicino alla Gare du Nord), per fare spazio al “progetto Manhattan” (le grandi torri che costeggiano la Gare du Nord). A Molenbeek continua peraltro a esserci una piccola ma significativa presenza italiana immigrata negli ’60-’70. A partire dagli anni 2000 arriva anche un’importante popolazione di origine sub-sahariana, oltre a immigrati da altri Paesi come Kosovo e Cecenia.

 

 

Molenbeek dista una ventina di minuti a piedi dalla Grande Place

 

 

È in questa cintura di cui Molenbeek fa parte che si concentra almeno l’80 per cento dei 250mila musulmani che abitano a Bruxelles. Si può dunque parlare di una cintura musulmana di Bruxelles. Sono in gran parte cittadini belgi, visto che il Belgio ha adottato dagli anni ’90 una politica spinta d’integrazione attraverso la cittadinanza. Se si tiene conto che il 40 per cento dei musulmani è nato in Belgio, non è più possibile associare i musulmani all’idea di straniero, di immigrato, anche se la storia della loro presenza inizia da lì.

 

 

A Molenbeek vivono circa 36mila “musulmani”, 27mila dei quali di origine marocchina. Abitano soprattutto nella parte verso il centro, mentre i quartieri più periferici, e più verdi, sono abitati soprattutto dalla classe media. Questo stato di cose è il risultato di una dinamica di attrazione e congiungimento tipica di ogni migrazione, ma soprattutto di un mercato immobiliare secondario che offre case in affitto a basso costo. In questo senso a Bruxelles quasi non esistono situazioni simili a quella francese di concentrazione in “abitazioni a canone calmierato” (le HLM, Habitations à loyers modéré, le case popolari italiane), tipiche delle banlieue ed esito di una politica pubblica dell’edilizia sociale. Resta da stabilire se esiste anche una specificità legata alla forte presenza della popolazione originaria del Rif marocchino, che ha una lunga tradizione particolarista e di opposizione al potere.

 

 

Gli altri contesti europei

 

 

Per capire la presenza musulmana di Molenbeek è utile un raffronto con altri contesti europei. In Europa i musulmani costituiscono in media il 4-5 per cento della popolazione e sono essenzialmente un fatto urbano. In Belgio sono il 6 per cento, in Italia il 2-3 per cento. Se a Milano sono al massimo il dieci per cento, a Bruxelles costituiscono il 22 per cento e tra i giovani di meno di 25 anni si arriva al 30 per cento; in Europa superano il 20 per cento le città di Birmingham e Bradford nel Regno Unito, Marsiglia e Roubaix in Francia, Stoccolma e Malmö in Svezia, Rotterdam nei Paesi Bassi. A Molenbeek sono il 39 per cento, a Schaerbeek il 37 per cento, a Bruxelles-città il 29 per cento, ad Anderlecht il 27 per cento. E anche qui tra i giovani di meno di 25 anni, la percentuale è molto più elevata.

 

 

Questa presenza musulmana è indissociabile dalla realtà più generale di Bruxelles, città cosmopolita in cui metà del milione di persone che la abita è nata fuori dal Belgio, il 20 per cento in Europa e il 30 per cento fuori Europa. Si tratta di un cosmopolitismo dall’alto e dal basso: quello dall’alto è rappresentato dai funzionari delle istituzioni europee e della NATO, dalle centinaia di lobby che assediano le istituzioni europee e dai dirigenti delle multinazionali, tutti con reddito alto e che consumano la città senza parteciparvi; quello dal basso è costituito, dagli anni ’90 in poi, dai clandestini, dai rifugiati, dai lavoratori provenienti da ogni Paese: Polonia, Russia, Paesi baltici, Romania, Bulgaria, Africa sub-sahariana, Paesi asiatici. Sono quelli che il sociologo Alain Tarrius ha chiamato le «formiche della globalizzazione». Tra i due si situano i musulmani, cittadini belgi, immigrati da qualche decennio, in parte in mobilità sociale ascendente, in parte in difficoltà nel trovare il proprio posto per molteplici ragioni: disoccupazione strutturale, discriminazione, chiusura su se stessi per motivi religiosi, modelli educativi famigliari.

 

 

Circa 36mila musulmani nel quartiere

 

 

Bruxelles è così una vera global city, nel senso indicato dalla sociologa statunitense di origine olandese Saskia Sassen. È una citta globale anche nel senso di un’articolazione crescente tra realtà locali e realtà globali. Un’articolazione di persone, di idee e merci, che dà luogo a nuove costruzioni e a nuovi aggiustamenti, i quali a loro volta chiedono tempo, energie sociali, innovazione, tentativi ed errori. L’Islam al quale da circa cinquant’anni numerosi musulmani fanno sempre più riferimento partecipa di questa dinamica della global city brussellese.

 

 

Radicamento religioso islamico

 

 

Come in tutto il Belgio e in tutta Europa la popolazione musulmana di Molenbeek si è fortemente islamizzata a partire dagli anni 1975-1980. Non si tratta però di un Islam qualsiasi, ma di un radicamento religioso favorito da istituzioni e gruppi specifici: la Jamā‘at al-Tablīgh, il movimento pietista che ha fortemente contribuito all’islamizzazione marocchina rigorista negli anni ’80-’90; l’importante moschea al-Khalil, fondata dal ramo siriano dei Fratelli musulmani, con la sua scuola privata; la moschea vicina al Partito della Liberazione (Hizb al-Tahrīr), una formazione islamista radicale che auspica l’instaurazione del Califfato, nata da una scissione all’interno dei Fratelli musulmani a causa dell’opzione di questi ultimi per la via elettorale in Egitto e in Giordania; infine diversi luoghi di predicazione e insegnamento salafiti. Naturalmente ci sono anche moschee e sale di preghiera prive di connotazioni politiche o radicali. Ma nel corso dei decenni a Molenbeek (così come in altri comuni, dove tuttavia il fenomeno è meno visibile) si è seminato un tipo di Islam che, se non era radicale, ha comunque preparato il terreno sul quale il radicalismo avrebbe poi attecchito.

 

 

Come in tutta Europa, si è sviluppato un entusiasmo religioso che si è espresso nella costruzione di moschee e, sotto l’influenza pietista e salafita, nell’esasperazione di un Islam normativo, regolatore di ciò che è halāl (lecito) e fondato sulle norme comportamentali e sul devozionalismo. La presenza religiosa nella “cintura musulmana” di Bruxelles è considerevole: 20 moschee a Molenbeek, 35 nel territorio adiacente di Anderlecht e Koekelberg, 77 in tutta Bruxelles. A queste bisogna aggiungere le associazioni islamiche, le librerie islamiche e i luoghi di formazione. Insomma una notevole densità dell'offerta religiosa, segnata per lo più da una visione politica o pietista.

 

 

Possiamo fare in proposito tre considerazioni:

 

 

1) Questa diffusione religiosa è il prezzo che pagano società che garantiscono la libertà religiosa. Nella congiuntura del mondo musulmano degli ultimi decenni infatti, a prevalere è un certo tipo di Islam.

 

 

2) Quando si verifica una concentrazione di popolazione costruita intorno a un’identità propria e distinta, nascono fenomeni di auto-organizzazione. Non parlerei di un ghetto: a Molenbeek non ci sono ghetti, ma spazi segnati in senso etno-religioso e che tendono ad auto-centrarsi sul piano sociale, culturale e anche economico, con il commercio etnico e halāl, tanto più in forza dei messaggi religiosi soprattutto pietisti e salafiti. Molenbeek non è neanche un luogo di disorganizzazione sociale; piuttosto si tratta di una modalità particolare di organizzazione sociale nella città. Si potrebbe riprendere William Foote Whyte, il sociologo autore del celebre Street Corner Society, pubblicato nel 1943, e dedicato a un quartiere italiano di Boston, chiamato con lo pseudonimo di Cornerville: «Il problema di Cornerville – scrive Foote Whyte – non è la mancanza di organizzazione, ma il fatto che la sua organizzazione non riesca ad adattarsi alla struttura della società che la circonda»[2]. Invece di dire «non riesce ad adattarsi» potremmo scrivere «è diversa». Questo auto-centramento riguarda anche i giovani, che per ragioni etniche e sociali rimangono all’interno di queste reti e hanno pochi contatti con gli altri giovani. E questo vale sia per i ragazzi sia per le ragazze. Si crea così un tra-sé. Non bisogna generalizzare, ma si tratta di una tendenza che rivela la difficoltà di uscire dal proprio ambiente (per ragioni interne ed esterne): mancano luoghi di socializzazione comuni per i giovani. È tra l’altro quanto avevo constatato nella mia ricerca su Bruxelles[3]: i giovani musulmani sono iper-socializzati dal punto di vista religioso e sotto-socializzati nelle relazioni contestuali, nelle associazioni giovanili, e questo nonostante lo sport, che svolge un ruolo di primo piano. Ma anche in questo ambito sta emergendo a Bruxelles la tendenza a organizzare attività sportive intra-etniche e intra-religiose. Tutto questo avviene nonostante la grande apertura alla partecipazione politica, con numerosi eletti di origine marocchina o turca nelle liste socialiste, cristiano-democratiche ed ecologiste (ma non in quelle liberali); nonostante una politica multiculturale e le politiche sociali integratrici; nonostante la vicinanza del potere politico comunale; e nonostante la politica di risanamento urbano messo in atto a partire dagli anni ’80. Molenbeek è un comune vivo, non un residuo urbano.

 

 

3) La questione della socializzazione delle generazioni è centrale e si pone oggi sia nel contesto belga sia più in generale nei Paesi di più antica immigrazione musulmana rispetto alle terze e quarte generazioni. La lezione che possiamo trarne è che la forza di propagazione di un certo Islam funziona in controtendenza rispetto ai processi “naturali” di socializzazione e di inclusione che si constatavano nella storia delle migrazioni.

 

 

Le partenze per il jihad

 

 

Le partenze per il jihad contemporaneo hanno per destinazione la Siria e l’Iraq, e riguardano innanzitutto le popolazioni arabe e dunque, nel caso belga, la popolazione di origine marocchina (e i convertiti). Ci sono anche ceceni, ma in Belgio sono poco numerosi, mentre la popolazione di origine turca è meno toccata da questo fenomeno. Come abbiamo visto, Molenbeek conosce una concentrazione importante di popolazione di origine marocchina. Unita all’immersione islamico-islamista-salafita e all’auto-centramento, questa concentrazione spiega la presenza di una rete jihadista locale. In tutto questo esiste una responsabilità politica belga o delle autorità di Molenbeek? In parte sì, ma non credo più che altrove. Si è scritto che il Belgio è uno Stato fallito, ma mi sembra una definizione semplicistica[4].

 

 

Negli anni ’80, sull’onda dell’entusiasmo per la rivoluzione islamica iraniana lanciata dall’ayatollah Khomeini nel 1979, si verificarono “conversioni” allo sciismo di nuclei musulmani marocchini residenti in Belgio (un fenomeno analogo è avvenuto in Marocco) e ci furono tentativi di diffusione dello sciismo nella sua versione rivoluzionaria, ciò che generò una certa inquietudine. Poi negli anni ‘90 nacquero delle cellule di appoggio al GIA algerino. Fin d’allora il Belgio ha istituito nei suoi corpi di polizia un nucleo antiterrorismo specializzato in Islam. Ma all’epoca si trattava di casi limitati, con azioni compiute da “immigrati” e spesso rivolte verso l’esterno.

 

 

In ogni caso si sono sventati attentati, come quello alla base americana di Kleine Broghel da parte della cellula di Nizar Trabelsi. La sorpresa è arrivata a partire dal 2005, quando sono apparsi giovani di seconda generazione, nati o cresciuti a Bruxelles, che si convertivano al radicalismo e in alcuni casi partivano per il Pakistan o la Somalia per raggiungere i ranghi di al-Qaida o degli Shabab. L’ampiezza del fenomeno, tra l’altro reso possibile da Facebook e da altri social network, ha stupito. Il fatto è che non si sono capite le dinamiche in corso nell’Islam contemporaneo e si è pensato che bastasse investire nel multiculturale. Non è stato così. Resta da capire tuttavia che cosa avrebbe potuto fare l’autorità pubblica e se essa abbia avuto coscienza dell’importanza di questa islamizzazione. In una società libera non si possono proibire discorsi radicali, a meno che non incitino all’odio o alla violenza.

 

 

Il Belgio tra l’altro ha un grande rispetto delle libertà, che si traduce in una tolleranza ampia e in una scarsa propensione ad applicare politiche repressive. Ci si affida a una certa capacità di autogestione e di negoziazione interna della popolazione. Una corrente contraria sarebbe dovuta nascere all'interno delle comunità musulmane stesse. Ma questo non è accaduto.

 

 

L’ex borgomastro socialista di Molenbeek, Philippe Moreaux, è stato accusato di aver lasciato correre le cose[6]. Le Monde ha titolato «Le falle del clientelismo comunitario»[1]. Mi sembra riduttivo, ma vorrei indicare alcuni aspetti. Fino ai fatti degli ultimi anni, uomini politici, intellettuali e ricercatori ignoravano o sottostimavano il posto occupato dall’Islam, che era trascurato o limitato ai fatti più eclatanti che finivano sulle prime pagine dei giornali. Regnava (e regna ancora) l’incomprensione. Non si tratta di conoscere questa o quella persona, di limitarsi a questo o a quel fatto radicale, ma di conoscere a fondo le realtà e le logiche all’opera nel loro insieme.

 

 

Il Belgioha un grande rispetto delle libertà, che si traduce in una tolleranza ampia e in una scarsa propensione ad applicare politiche repressive

 

 

Quest’incomprensione ha impedito e continua a impedire di prendere misure adeguate. Il disinteresse per l’Islam è andato di pari passo con l’idea che si potessero manipolare gli attori islamici, concedendo sussidi, dialogando in superficie o, a volte, in una logica napoleonica, imponendosi d’autorità. Sullo sfondo di tutto questo vi è il calcolo elettorale, politicamente vitale in comuni con un tale radicamento di popolazioni di origine musulmana e del discorso musulmano.

 

 

Il comune di Molenbeek e Philippe Moreaux hanno fatto importanti investimenti nell’ambito multiculturale, contribuendo a dare dignità alla varietà di popolazioni della municipalità. Si tratta tuttavia di un riconoscimento ambivalente, perché rischia di fissare dei cittadini nei costumi immutabili di una cultura “altra”. Tuttavia, la doverosa attenzione per la molteplicità delle culture è cosa diversa dalla questione specifica dell’Islam e non risolve in alcun modo i problemi suscitati dagli orientamenti dell’Islam contemporaneo.

 

 

Per questo aspetto, è importante tenere conto della specificità delle dinamiche religiose e dell’Islam in particolare. In generale si continua a non capire e, di fronte all’urgenza, si improvvisano, spendendo denaro pubblico, misure di corto respiro. Queste misure servono spesso ad annunciare agli elettori che si sta facendo qualcosa più che a pensare in termini di efficacia reale.

 

 

Nella questione del radicalismo le autorità pubbliche non possono certo fare da sole (a parte l’indispensabile azione di polizia e giudiziaria). Si tratta anche e soprattutto di idee, di visioni del mondo. Qui entra in gioco l’importante questione dell’emergere di una leadership musulmana formata e coraggiosa, in grado di argomentare e contro-argomentare non soltanto nei confronti dei discorsi radicali, ma più in generale riguardo al pensiero musulmano, e che sia in grado di proporre un altro modo di vivere la fede.

 

 

Criminalità e jihadismo

 

 

Non poche persone coinvolte negli atti terroristici avevano un passato nella criminalità, soprattutto nel commercio di droga, sul quale si è poi innestata la svolta verso l’azione jihadista dopo una gioventù e una prima età adulta vissute in una relativa marginalità sociale. Che legame esiste tra questi due fenomeni? Ci sono responsabilità politiche? Non ho abbastanza elementi per rispondere in maniera definitiva. Certamente il passato e l’esperienza di un atto criminale aiutano ad adottare strategie adeguate per compiere l’atto terrorista. Una tolleranza relativa da parte dell’autorità comunale verso il commercio di droga è nota: la questione è se sia possibile una politica repressiva adeguata di fronte a una piccola delinquenza diffusa, che si muove in una zona grigia. Alcuni, dall’interno della comunità, mi hanno riferito di una solidarietà tra il Rif, produttore di cannabis, e la comunità in Europa e dunque a Molenbeek, ciò che spiegherebbe l’omertà sulla rete jihadista e l’ampiezza di quest’ultima.

 

 

Oggi, Molenbeek è diventato oggetto di un più intenso controllo di polizia, ciò che ha fatto diminuire anche la criminalità ordinaria. La polizia locale è stata rafforzata con elementi provenienti dalla polizia federale. Penso si possa dire che le fonti del radicalismo siano sotto controllo, in prigione o già sottoposte a giudizio. Resta invece da regolare il divenire della realtà dell’Islam. Mi sembra infatti che i responsabili e i leader delle moschee, soprattutto quelle più importanti, non abbiano capito la posta in gioco legata al loro insegnamento o alla loro visione dell’Islam. Neppure è risolta la questione del lavoro per numerosi giovani disoccupati.

 

 

Le global cities producono una vita frammentata

 

 

Qui si entra nel tema della crisi di Bruxelles e della frattura socio-economica tra un’élite benestante e la popolazione, musulmana o non-musulmana, meno agiata e che si percepisce sempre più marginalizzata in una città ricca. Peraltro i benestanti sono spesso anziani, mentre la popolazione musulmana è giovane. Il divario socio-economico, quello generazionale, quello etnico-religioso e quello territoriale si sovrappongono pericolosamente. Tuttavia, ci sono forze vive che continuano a tentare di costruire ponti.

 

 

La colpa è dunque di Molenbeek? Non in quanto tale. Ma una serie di circostanze urbanistiche, culturali e politiche spiegano perché quanto è successo è partito da Molenbeek. Io credo, ma bisognerebbe fare una comparazione dettagliata, che gli stessi fatti si sarebbero potuti produrre a Roubaix, Marsiglia, Lione o, in un’altra area culturale, a Birmingham o Bradford.

 

 

Le global cities, tra le quali figura Bruxelles, producono una vita frammentata, collegata a degli altrove che consentono ai cittadini di vivere esperienze molteplici, come diceva il sociologo tedesco Georg Simmel; che permettono al Flâneur di Charles Baudelaire di fare esperienza della diversità. Tutto questo è molto stimolante, ma allo stesso tempo solleva la questione della gestione collettiva, di come queste città possano tenere e fare polis. Servono nuove configurazioni e la sfida è trovare le modalità e i metodi per costruirle assieme alle popolazioni musulmane religiosamente impegnate. Ci aspetta una lunga strada.

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

<[1] Sulla storia di Bruxelles, si veda Benedikte Zitouni, Agglomérer. Une anatomie de l’extension bruxelloise (1828-1915), VUBPress, Bruxelles 2010. Il processo di agglomerazione è continuato nei decenni seguenti.

 

 

[2] William Foote Whyte, Street Corner Society, University of Chicago Press, Chicago 19934, p. 273.

 

 

[3] Felice Dassetto, L’iris et le croissant, Presses universitaires de Louvain, Bruxelles 2011.

 

 

[4] Cfr. ad esempio Tim King, Belgium is a Failed State, «Politico», 2 dicembre 2015, http://www.politico.eu/article/belgium-failed-state-security-services-molenbeek-terrorism/

 

 

[5] Philippe Moureaux, già professore di Storia moderna all’Université libre di Bruxelles (ULB), socialista marxisteggiante e massone, ha una lunga carriera politica. Negli anni ’80 è stato ministro dell’interno e autore della legge contro il razzismo e la xenofobia. Dal 1992 al 2012 è stato borgomastro di Molenbeek. Nella sua carriera è passato da posizioni reticenti rispetto alle popolazioni musulmane a posizioni di sostegno esplicito. Nel febbraio del 2016, per rispondere alle accuse che gli erano state rivolte di aver chiuso gli occhi sul comunitarismo e per giustificare la sua azione, ha pubblicato La Verité sur Molenbeek, (Éditions La Boite à Pandore, Bruxelles 2016).

 

 

[6] Matthieu Demeestere, A Molenbeek, les failles du clientélisme communautaire, «Le Monde», 30 dicembre 2015, http://www.lemonde.fr/europe/article/2015/12/30/a-molenbeek-les-limites-du-paternalisme-communautaire_4839397_3214.html

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