Professoressa associata di storia medievale all’università di Bologna, Sylvie Duval racconta la figura del Cardinal Duval, suo prozio, a partire da alcuni documenti inediti ritrovati nella casa di famiglia
Ultimo aggiornamento: 23/04/2026 16:16:37
Intervista a cura di Martino Diez pubblicata su L'Osservatore Romano il 14 aprile 2026
Papa Leone XIV è in Algeria, terra di Agostino, ma anche dei 19 martiri uccisi tra il 1994 e il 1996 e a cui è stata dedicata la mostra Chiamati due volte. Parlando di loro, l’arcivescovo Henri Teissier, coadiutore ad Algeri del cardinale Léon-Étienne Duval dal 1981, succedendogli poi nel 1988 fino al 2008, scrisse: «Questi religiosi e religiose hanno accettato di rischiare la loro vita per fedeltà verso una concezione della vita ecclesiale che ci è stata donata da Mons. Duval». Per conoscere meglio la figura del cardinale Duval e il suo ruolo nella vita della Chiesa in Algeria ci siamo rivolti a Sylvie Duval, professoressa associata di Storia medievale all’Università di Bologna e pronipote del porporato.
Chi è stato il cardinale Duval e perché è così importante per capire la Chiesa in Algeria? Léon-Étienne Duval, di origine savoiarda, arrivò in Algeria nel 1947, per insediarsi nella sede vescovile di Costantina-Ippona. Fu in seguito nominato arcivescovo di Algeri nel 1954, carica che conservò fino al 1988. Durante la guerra d’indipendenza algerina (1954-1962) mantenne una posizione coerente con gli insegnamenti della Chiesa, e in particolare di Pio XI e Pio XII. Rimase sempre inamovibile sulla necessità di rispettare la dignità fondamentale di ogni persona, al di là della propria origine etnica, sociale o religiosa, denunciando fin dall’inizio (gennaio 1955) l’uso della tortura da parte delle forze francesi e mantenendo fermo il rifiuto dell’uso di «qualsiasi mezzo» per difendere la propria causa. Tenne inoltre sempre separata la missione della Chiesa universale, di cui era il rappresentante, dalle considerazioni nazionali francesi. Ha sempre giudicato legittime le aspirazioni delle popolazioni musulmane ma, in virtù del fatto che «l’anima della società è l’amore fraterno», sperò fino all’ultimo nella possibilità di una “coabitazione” equa tra i popoli. Questa posizione non fu compresa da molti francesi d’Algeria. Dopo l’indipendenza, si ritrovò pastore di una Chiesa poco numerosa ma testimone di fede viva. Nel contesto della Guerra fredda, fu inoltre uno strenuo difensore di quello che chiamava «la giustizia sociale», e cioè l’accesso equo di tutti i popoli alle risorse economiche. Sono scelte che definiscono fino a oggi il volto della Chiesa che il Papa sta incontrando in questi giorni in Algeria.
Il legame familiare con monsignor Duval, creato cardinale da Paolo VI, ha alimentato le sue ricerche storiche su di lei. Nel libro Léon-Étienne Duval, Évêque d’Algérie. Études, témoignages et documents, da lei curato insieme a Paul-Bernard Hodel e Jean-Robert Henry (Karthala, Paris 2024), emergono tanti elementi biografici inediti. Dove li ha trovati?
Per il libro abbiamo usato diversi tipi di archivi: quelli conservati ancora oggi in arcivescovado ad Algeri, ma anche gli archivi privati che si trovano a Chênex, paesino d’origine di monsignor Duval. Questo significa che avevamo a disposizione sia i documenti più intimi (lettere ai parenti, bozze di discorsi o riflessioni personali) sia quelli ufficiali, che documentano la gestione della diocesi. Il libro inoltre comprende una sezione di “testimonianze”, nella quale varie persone che hanno conosciuto monsignor Duval raccontano il loro incontro con lui.
Nelle sue ricerche ha rinvenuto un documento eccezionale, il discorso tenuto a porte chiuse al clero il 19 maggio 1961, subito dopo il fallito colpo di Stato. In esso monsignor Duval condanna «la pericolosa fusione tra lo spirituale e il temporale […] che si oppone alla dottrina sociale della Chiesa». Sono parole di un’epoca tramontata o le sembra che conservino un loro valore anche oggi?
Nel discorso, che monsignor Duval tenne a porte chiuse, ma in forma solenne, davanti ai preti della sua diocesi, si sente l’urgenza non solo di far fronte alla violenza terroristica, ma anche e soprattutto di richiamare i ministri del culto alla loro missione, mettendoli in guardia contro un’ideologia che, secondo lui, «mette in gioco l’essenza stessa dei valori cristiani». Evidenzia quanto l’identificazione della Chiesa con un messaggio terreno (quello del nazionalismo) metta in pericolo la sua stessa missione, perché viene a negarne la trascendenza essenziale: «È una tentazione comune all’uomo quella di attaccarsi alla propria verità più che alla Verità. Un sacerdote deve elevarsi al di sopra di tutto ciò. Tutto questo è possibile solo nella carità. E la carità esiste solo nell’umiltà».