Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale

Ultimo aggiornamento: 26/01/2024 17:35:14

È arrivato un primo verdetto del Tribunale Internazionale dell’Aia a proposito del ricorso con cui lo scorso 29 dicembre il Sudafrica accusava lo Stato ebraico di genocidio nei confronti dei palestinesi. Secondo i giudici, che hanno deciso a larga maggioranza, almeno una parte dei capi di imputazione presentati da Pretoria sono giustificati. Il tribunale ha pertanto ingiunto allo Stato ebraico di prendere qualsiasi misura necessaria a prevenire il genocidio, incluso l’invio di aiuti umanitari, e di riferire la sua condotta alla Corte entro un mese. Come scrive Al Jazeera la sentenza «non determina se Israele stia commettendo un genocidio» né ordina l’interruzione delle operazioni militari; tuttavia, essa rappresenta un monito severo per lo Stato maggiore israeliano e potrebbe contribuire ad aumentare ulteriormente la pressione internazionale su Netanyahu. 

 

Intanto però, questa settimana sono continuati i combattimenti e a Gaza le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno aperto un nuovo fronte. Gran parte dell’esercito è ora impegnato nel sud della Striscia, dove ha stretto d’assedio la città di Khan Younes, finora coinvolta in maniera marginale nel conflitto. Il centro urbano, che Tel Aviv sospetta ospiti il comando centrale di Hamas, è stato sottoposto a un intenso bombardamento aereo. Come è ormai consuetudine dal 7 ottobre, sono stati colpiti anche obiettivi civili, strutture ospedaliere e persino un rifugio delle Nazioni Unite. Gli attacchi sono stati duramente condannati dall’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, e dagli Stati Uniti, oltre che da Paesi del mondo arabo-musulmano come la Giordania, uno dei pochi Stati della regione a riconoscere Israele, e l’Indonesia. Come spiega il Washington Post, l’amministrazione statunitense ha condannato il progetto israeliano di creare una “zona cuscinetto” tra la Striscia e Israele che prevede l’abbattimento degli edifici sospettati di fungere da basi operative di Hamas. Ed è proprio durante una di queste operazioni di “bonifica” che il 23 gennaio le IDF sono state sorprese da un attacco missilistico che ha provocato il decesso di ventiquattro soldati. Si tratta della perdita più grave dall’inizio della guerra.

 

Questa settimana, però, sono proseguiti anche i tentativi diplomatici da parte di medie e grandi potenze per arrivare a un cessate-il-fuoco e trattare la liberazione degli ostaggi. Washington sta aumentando le pressioni su Tel Aviv in questo senso. Venerdì 19 gennaio il presidente Biden, a colloquio telefonico con Netanyahu, ha inoltre ribadito il suo sostegno alla creazione di uno Stato palestinese, proposta che collide con il progetto di Netanyahu di mantenere il controllo militare della Striscia per ragioni securitarie. L’analista anglo-egiziano Hisham Hellyer si è interrogato per il Carnegie Center su cosa intenda realmente Biden quando parla di “Stato” palestinese: anzitutto questo dovrà venire incontro alle esigenze israeliane, ossia essere demilitarizzato, seguendo il modello di Andorra, Micronesia e Nauru, Paesi privi di forze armate e difesi da potenze o da accordi militari regionali. Ma, come precisa subito Hellyer, lo status dei microstati o delle isole del Pacifico e dei Caraibi non può rappresentare in alcun modo un metro di paragone con la Palestina. Un’altra opzione è quella di concedere una sorta di autogoverno, sulla falsariga delle repubbliche di Donetsk e Lugansk in Ucraina prima della guerra del 2022; anche in questo caso, però, vi è il rischio concreto che si finisca per legittimare l’occupazione israeliana in Cisgiordania.

 

Parallelamente prosegue il dialogo sulla consegna degli ostaggi: il direttore della CIA ha incontrato in Europa i funzionari egiziani, israeliani e qatarioti per concordare i termini dell’accordo che riguarderanno soprattutto la durata della “pausa umanitaria”.             

 

Negli ultimi giorni anche il Regno Unito  si è attivato per una soluzione diplomatica: il 23 gennaio il segretario per gli Affari Esteri James Cameron ha compiuto una visita in Medio Oriente (con tappe in Israele, Cisgiordania, Qatar e Turchia) per convincere Tel Aviv a concedere una tregua umanitaria e a prendere in considerazione la soluzione “a due Stati”. Incontri che vanno ricollegati alla proposta a cui stanno lavorando Londra e Doha e che prevede un cessate il fuoco della durata di due mesi, il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani in cambio di un consistente numero di prigionieri palestinesi. A sugellare l’impegno nella questione, i due Paesi hanno inviato un bastimento contenete ventinove tonnellate di aiuti umanitari. La mediazione anglo-qatariota al momento è stata accolta con freddezza dagli israeliani. Durante un incontro con le famiglie degli ostaggi, il premier ha definito il ruolo del Qatar problematico, per via delle sue connessioni con Hamas. Immediata la replica dello Stato arabo, espressa dal portavoce del ministero degli Affari Esteri qatariota Majid al-Ansari: «se vero, questo commento non farà altro che bloccare e compromettere il processo di mediazione».   

 

Anche l’Unione Europea ha cominciato a far sentire la sua voce. Il 22 gennaio l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell ha reso noto un piano di pace «credibile ed esaustivo» che, da una parte, prevede la creazione di uno Stato palestinese autonomo governato dall’Autorità Nazionale, che «viva fianco a fianco» con Israele e, dall’altra, assicura la «normalizzazione totale» delle relazioni tra Israele e il mondo arabo. Secondo Borrell, i termini del piano verranno definiti da una “conferenza di pace preparatoria” a cui partecipino Unione, Stati Uniti, Egitto, Giordania, Lega Araba e Nazioni Unite. I lavori della conferenza costituiranno il punto di partenza del negoziato fra palestinesi e israeliani. Ma è difficile che la proposta riesca a superare la contrarietà dell’esecutivo israeliano al riconoscimento di uno Stato palestinese: per questo il Telegraph ha precisato che Borrell prevede «conseguenze» politiche, seppur generiche e non meglio specificate, qualora Tel Aviv dovesse rifiutarsi di sedersi al tavolo delle trattative.

 

Oltre alle pressioni internazionali, Netanyahu deve anche gestire le relazioni con il suo governo e con l’opinione pubblica, preoccupata per la sorte degli ostaggi. Su Haaretz, quotidiano progressista mai tenero con “Bibi”, Anshel Pfeffer scrive che Netanyahu è «all’angolo», ormai vittima delle sue stesse menzogne. In un incontro con le famiglie degli ostaggi, infatti, egli aveva smentito che Hamas avesse elaborato un accordo per la liberazione degli israeliani a Gaza. Eppure, nota il giornalista, una proposta di Hamas in realtà era pervenuta ventiquattro ore prima: a comunicarla era stato lo stesso Netanyahu, che aveva persino elencato i termini dell’accordo: consegna degli ostaggi in cambio della fine della guerra, sovranità di Hamas sulla Striscia, ritiro delle IDF e rilascio dei miliziani di Hamas detenuti nelle carceri israeliane. La stampa ebraica di destra, invece, evita di criticare l’esecutivo concentrandosi esclusivamente sulla minaccia Hamas. È il caso del Jerusalem Post che ribalta la versione di Haaretz rilanciando una dichiarazione del ministro della difesa Yoav Gallant secondo cui sarebbe stata la leadership di Hamas, e non Israele, a rifiutare per prima l’accordo sugli ostaggi. Inoltre, la testata ha pubblicato un dossier in cui contesta ad alcuni istituti bancari del Sudafrica, Paese che ha presentato l’istanza alla Corte dell’Aja, di aver finanziato Hamas attraverso la Fondazione Internazionale al-Quds, legata al gruppo terrorista palestinese e alla Fratellanza Musulmana.

 

Per il quotidiano libanese L’Orient Le-Jour il gioco a cui sta giocando il premier è piuttosto chiaro. “Bibi” si è lanciato in una lunga «fuga in avanti», per tentare disperatamente di prolungare il più possibile la durata del conflitto almeno fino alle elezioni presidenziali americane del prossimo autunno, contando sulla vittoria di Donald Trump, suo vecchio alleato. Ciò gli permetterebbe anche di evitare i guai processuali e le critiche sugli errori dell’intelligence del 7 ottobre: «il primo ministro si trova di fronte a un dilemma in cui una delle due questioni potrebbe risultare fatale per la sua sopravvivenza politica. Messo sotto pressione dai suoi partner di coalizione di estrema destra e dagli ultranazionalisti per adottare una linea dura nella condotta della guerra, Netanyahu teme però che un approccio del genere possa spingere i deputati centristi come Benny Gantz e Gadi Esienkot a dimettersi dal gabinetto di guerra costringendolo a indire elezioni anticipate». The Atlantic condivide l’analisi generale, anche se non considera i guai del primo ministro con la giustizia un tema all’ordine del giorno: «al momento non c’è nessuna voglia di affrontare la questione giudiziaria, nessuna voglia di discuterla né di rivederla. E l’estrema destra questo lo sa».     

 

L’Arabia Saudita apre alle bevande alcoliche

 

Dopo più di settant’anni, l’Arabia Saudita è intenzionata a riaprire nel quartiere diplomatico della capitale un locale adibito alla vendita e al consumo di liquori per una ristretta clientela di lavoratori stranieri, in particolar modo il personale delle ambasciate di Stati a maggioranza non musulmana. Arab News, la testata di proprietà saudita che per prima ha dato la notizia, evita in ogni modo commenti sensazionalistici: la misura, «in accordo con la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche» serve a impedire l’importazione sregolata di bevande alcoliche e gli «scambi impropri» di questa merce all’interno del Regno. Anche se il divieto si basa sui precetti della religione islamica e prevede sanzioni molto gravi in caso di infrazione, la decisione di proibire per legge la vendita di bevande alcoliche, stando a quanto riporta tra gli altri Middle East Eye, fu dovuta (in tutti i sensi) a un “incidente diplomatico”: nel 1952, durante un party organizzato dal viceconsole inglese a Gedda, il principe diciannovenne Mishari bin ‘Abd al-‘Aziz Al Saud figlio del re ‘Abd al-‘Aziz, probabilmente in stato di ebbrezza, colpì a morte con un’arma da fuoco Osman Cyril membro del corpo diplomatico inglese che si era rifiutato di servigli dell’altro alcol. Il sovrano a quel punto fece condannare il figlio all’ergastolo e vietò la vendita e il consumo di spiriti nel Regno. La nuova misura è destinata ad aver un impatto anche a livello sociale e si inserisce all’interno del progetto Vision 2030, che mira a trasformare il Regno in una meta turistica e in una grande piazza affari con l’obiettivo di diversificare l’economia, ancora dipendente dagli introiti dell’attività petrolifera. A tal proposito, Al Monitor ha raccolto i pareri di alcuni sauditi: molti sono scettici, se non proprio contrari; preoccupati i venditori di mocktails (bevande analcoliche) che temono di perdere il giro di affari e la clientela.     

    

In breve

 

A sorpresa, il Consiglio dei Guardiani della Costituzione iraniano ha escluso dalla corsa elettorale per l’Assemblea degli Esperti, organo deputato a eleggere il futuro Ayatollah, l’ex presidente della Repubblica Islamica Hassan Rouhani, insieme ad altri candidati appartenenti al gruppo dei moderati.  

 

Dopo mesi dal sì del presidente Recep Tayyip Erdoğan, il parlamento turco ha ratificato l’approvazione all’ingresso della Svezia nella NATO.  

 

Secondo un reportage della BBC, gli Emirati Arabi Uniti sarebbero responsabili dell’assassinio di diversi membri dell’Islah, il ramo yemenita della Fratellanza Musulmana, commessi in Yemen nel 2015 da mercenari americani.  

 

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