Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale

Ultimo aggiornamento: 12/01/2024 17:22:31

A quasi cento giorni dall’inizio della guerra a Gaza, la violenza e degli attacchi israeliani continua a essere al centro del dibattito internazionale. Lo si evince dal significativo titolo del quotidiano francese Le Monde: «la guerra aumenta l’incomprensione tra Israele e il resto del mondo». Se dopo l’operazione terroristica “Diluvio di al-Aqsa” il mondo aveva solidarizzato con lo Stato ebraico, oggi quest’ultimo, per via della controffensiva nella Striscia, appare ormai isolato. Oltre all’enorme numero di morti provocato tra i palestinesi, negli ultimi giorni è emerso il dramma di Wael Dahdou, giornalista di Al Jazeera. Già il 20 ottobre era stato informato, proprio mentre era impegnato in una diretta televisiva, della morte della moglie e dei due figli più piccoli a seguito di un raid israeliano. Poi, a dicembre, il reporter è stato ferito dall’esplosione di un missile che ha ucciso il collega con cui stava realizzando il servizio. Infine, sabato scorso l’attacco di un drone è risultato fatale anche per il figlio più grande, anch’egli giornalista di Al Jazeera. Secondo il Committee to Protect Journalism, dallo scoppio della guerra sono almeno 79 i giornalisti uccisi dai bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane (IDF).

 

La grave crisi umanitaria di Gaza ha spinto il Sudafrica a presentare il 29 dicembre 2023 un ricorso al Tribunale Internazionale dell’Aia in cui, oltre a chiedere la sospensione immediata delle operazioni militari, si accusa Israele di aver commesso un genocidio. Non si tratta della prima azione legale intrapresa dal Paese africano, che, insieme a Bolivia, Bangladesh, Comore e Gibuti, il 17 novembre scorso aveva chiesto al procuratore della Corte di avviare un’investigazione su quanto stava accadendo in Palestina. Come ricorda l’Economist, il Sudafrica è uno storico sostenitore della causa palestinese in quanto considera la politica israeliana nei confronti degli arabi paragonabile al sistema dell’apartheid. Come riporta la testata libanese L’Orient Le-Jour, Pretoria imputa a Tel Aviv di essere responsabile fin dal 1948, anno del primo conflitto israelo-palestinese, di un sistematico processo di privazione dei diritti umani e politici nei confronti dei palestinesi. Nel documento si sostiene che, per quanto gravi siano stati gli attentati del 7 ottobre, essi non rappresentano in alcun modo una legittimazione della ritorsione che è stata condotta dalle IDF e che ha provocato la morte di migliaia di civili, tra cui molti bambini. Le operazioni militari rappresenterebbero quindi una violazione della “Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio” redatta dalle Nazioni Unite nel 1948 e di cui Israele risulta uno dei primi firmatari. Poiché nel Tribunale non vi sono giudici di nazionalità sudafricana e israeliana, lo statuto prevede che i due Paesi nominino un giudice ad hoc ciascuno. Al Jazeera si sofferma sul profilo di quello israeliano, Aharon Barak, un «ottantasettenne che è stato giudice della Corte Suprema per ventotto anni, di cui undici come presidente. In precedenza era stato procuratore generale di Israele e importante accademico all’Università Ebraica. Scrittore prolifico di fama internazionale, è stato relatore in prestigiose università e forum internazionali. Parte della sua attrazione è dovuta al fatto che, nel corso della sua carriera, è riuscito a costruirsi una reputazione da giurista liberal-occidentale che cerca di promuovere lo Stato di diritto e i diritti umani nonostante il fatto di trovarsi in una “zona del mondo difficile”. Questa immagine curata nei dettagli, unita al fatto di essere un sopravvissuto di Auschwitz, gli ha conferito l’aria di figura fuori dall’ordinario, una sorta di campione indomito dei diritti umani». Tuttavia, osserva la testata qatariota filo, quando era giudice della Corte Suprema Barak aveva di fatto sostenuto il programma politico del suo governo, dichiarando «non perseguibili» gli insediamenti illegali in Cisgiordania e approvando il decreto per la costruzione della “barriera di separazione” in Cisgiordania che limita i movimenti dei palestinesi. «Esempi come questi – scrive Al Jazeera – svelano l’approccio di Barak al diritto internazionale: lo ignora quando non è in linea con i suoi obiettivi oppure applica una sua versione distorta in modo da renderlo coerente con lo stato di diritto». Nel corso dell’udienza della Corte Penale, i rappresentanti legali di Israele hanno replicato alle accuse sostenendo che è Hamas ad essere responsabile della morte di 23.000 palestinesi a causa di una strategia che tendeva a mimetizzare i miliziani armati tra la popolazione civile. Viene inoltre negato il fatto che ci sia stato un genocidio a Gaza, anzi viene sottolineato l’impegno dello Stato ebraico a far sì che arrivassero acqua e cibo nelle zone coinvolte dal conflitto.  

 

Nonostante le critiche internazionali, il governo israeliano è determinato a continuare la guerra presentando l’offensiva militare come un’azione necessaria e imprescindibile per il ripristino della sicurezza dello Stato ebraico. Un membro del Likud, Nissim Vaturi, ha dichiarato che Gaza deve essere rasa al suolo e ha aggiunto: «quando il popolo vuole difendersi e proteggere i suoi figli dai tremendi atti dell’Olocausto, occorre intervenire con tutta la forza disponibile, ed è quello che stiamo facendo». Intervistato da Haaretz Ami Ayalon, ex capo dell’intelligence per gli affari interni dello Stato israeliano, lo Shin Bet, contesta al governo israeliano di non cercare una risoluzione politica del conflitto : «nessuna exit strategy dalla guerra può avere buon esito senza la definizione di un obiettivo diplomatico. Stiamo marciando verso il pantano di Gaza a occhi aperti». Per Ayalon l’impiego della forza militare non abbatterà lo spirito dei palestinesi, che sono invece determinati a combattere a oltranza, anche dopo la morte dei leader di Hamas: «hanno intenzione di uccidere e di essere uccisi per la loro indipendenza».  

 

Arouri, Tawil, gli Houthi: aumenta il rischio allargamento del conflitto [a cura di Claudio Fontana

 

Il 2024 è iniziato con una nuova ondata di violenze che fa temere per l’allargamento del conflitto in corso a Gaza. In particolare, tre fatti hanno segnato queste prime settimane dell’anno: l’uccisione avvenuta a Beirut di Saleh Al-Arouri, uno dei più importanti leader di Hamas, nonché «astro nascente» del movimento (copyright al-Majalla); quella di Wissam Tawil, a capo del gruppo Radwan di Hezbollah; l’intensificazione degli attacchi degli Houthi nella regione del Mar Rosso e il bombardamento anglo-americano che ne è seguito. A questi eventi si aggiunge il terribile attentato terroristico che ha colpito l’Iran.  

 

L’uccisione di Arouri, ufficialmente non rivendicata da Israele – come da prassi – è avvenuta all’interno di un quartiere di Beirut controllato da Hezbollah e ritenuto particolarmente sicuro dal partito-milizia. Al contrario, come ha scritto L’Orient-Le Jour, una combinazione di fattori militari, tecnologici e di human intelligence (Israele ha arruolato un gran numero di risorse nel Paese dei Cedri, soprattutto dopo la pandemia) ha reso possibile l’uccisione del numero due dell’ufficio politico di Hamas, avvenuta grazie all’uso di un drone esplosivo. Come ha spiegato Hussein Ibish, Arouri ha giocato un ruolo importante non solo nel ramo politico di Hamas, ma anche all’interno delle Brigate al-Qassam, di cui è co-fondatore. In particolare, il compito cruciale svolto da Arouri era quello di collegare la leadership politica di Hamas, situata principalmente a Doha, i leader militari nella Striscia di Gaza, come Yahya Sinwar, e l’Iran. Il primo interrogativo sorto in seguito alla morte di Arouri riguarda la risposta di Hezbollah, dato che l’assassinio è avvenuto all’interno della sua zona di riferimento. Nel suo ultimo discorso Hassan Nasrallah ha indicato che Hezbollah avrebbe vendicato «sul campo di battaglia» l’attacco subito, ma non sembra che il partito-milizia sciita sia al momento intenzionato ad andare oltre a ciò che sta facendo dal 7 ottobre. Il secondo punto interrogativo sollevato da Ibish riguarda invece cosa farà Israele: l’uccisione di Arouri rimarrà un fatto isolato oppure segna l’inizio di una più ampia campagna di assassinii che coinvolgerà gli esponenti di Hamas rifugiati a Doha? In questa seconda eventualità, gli effetti regionali sarebbero di ancora più grande portata.

 

A sei giorni di distanza dalla morte di Arouri, Israele ha ucciso un’altra figura di spicco, questa volta di Hezbollah: Wissam Tawil. Come ha osservato il Financial Times, si coglie l’importanza di Tawil anche dal fatto che, a differenza di quanto avvenuto nel caso dei 130 membri di Hezbollah precedentemente uccisi negli scontri con gli israeliani, il partito-milizia libanese ha diramato una biografia dettagliata di Tawil dopo la sua scomparsa. Per Le Monde Tawil era «uno dei capi con maggior esperienza» della milizia Radwan, la forza d’élite di Hezbollah che secondo gli analisti militari israeliani citati dal New York Times avrebbe da sempre l’obiettivo di conquistare la Galilea. Dopo l’uccisione di Tawil, Hezbollah ha lanciato una serie di droni contro la base israeliana di Safed, che funge da centro di comando e che non è stata comunque danneggiata dall’attacco. Ufficialmente si è trattata di una risposta sia all’assassinio di Tawil che a quella di Arouri. L’attacco ha però rafforzato la convinzione da parte dei vertici militari e politici israeliani che la presenza di Hezbollah, e in particolare della milizia Radwan, al confine nord di Israele è intollerabile. «Decapitare la forza Radwan è una priorità dell’esercito israeliano, […] un’ossessione che risale a ben prima dell’attacco [di Hamas] del 7 ottobre», si legge su Le Monde. Tuttavia, l’apprensione israeliana dovuta alla presenza di questa milizia al confine settentrionale si è acuita con il riconoscimento che Hamas, nei terribili attacchi del 7 ottobre, ha messo in atto il «manuale» della forza Radwan alla lettera. È anche per questo che i cittadini israeliani che risiedono in Galilea sono terrorizzati dal timore che Hezbollah ripeta quanto fatto da Hamas: gli israeliani «non possono dormire in pace», ha raccontato la BBC. A maggior ragione considerando che l’azione in Galilea, come anticipato, è la «ragion d’essere» della forza Radwan fin dalla sua fondazione da parte di Imad Moughnieh dopo la guerra del 2006.

 

Diverse componenti del governo Netanyahu, a cominciare dal ministro della Difesa Yoav Gallant, spingono sempre più per la rimozione di Hezbollah dal confine settentrionale di Israele. Secondo The Atlantic, Gallant e la sua fazione, inizialmente contenuta da Benny Gantz e da altri membri più moderati del governo, avrebbe preso il sopravvento. Michael Horowitz ritiene l’eventualità di una guerra con il partito-milizia guidato da Hassan Nasrallah sempre più probabile: «cercando di prevenire futuri attacchi di Hezbollah, Israele potrebbe provocare una catastrofe […]. Un conflitto con Hezbollah potrebbe rivelarsi devastante e non riuscire a eliminare la minaccia rappresentata dal gruppo», ha scritto Horowitz su al-Majalla.

 

Per cercare di evitare la conflagrazione del conflitto gli Stati Uniti stanno spingendo per un accordo di demarcazione dei confini tra Libano e Israele. Washington ha inviato nella regione il rappresentante speciale Amos Hochstein. Secondo il quotidiano libanese L’Orient-Le Jour, «ciò che Washington vuole è una stabilità duratura nella regione di confine, consolidata da un pacchetto politico completo che comprenda l’elezione di un Presidente della Repubblica [libanese], la formazione di un governo [a Beirut] e l’avvio della ripresa economica, in modo che quest’ultima possa contribuire a mantenere la stabilità nel Libano meridionale e la sicurezza nella regione». Come ha scritto il giornalista libanese Mounir Rabih, ci sarebbero state delle aperture da parte libanese e anche Nasrallah è sembrato lasciare aperti degli spiragli, nonostante abbia specificato che «qualsiasi colloquio, negoziazione o dialogo avrà luogo o raggiungerà un risultato solo dopo aver fermato l’aggressione contro Gaza». Alcune fonti contattate da Responsible Statecraft sostengono che «funzionari del partito sciita hanno dichiarato, in incontri con diplomatici europei a porte chiuse, che l’accordo marittimo tra Libano e Israele, mediato dagli Stati Uniti [proprio nella figura di Amos Hochstein, NdR], potrebbe facilitare i colloqui su un possibile accordo di terra». La spinta americana per prevenire una guerra con Hezbollah deriva tra le altre cose – ma non solo come vedremo nel prossimo paragrafo – dal fatto che difficilmente, secondo l’intelligence statunitense, Israele potrebbe avere la meglio combattendo su due fronti contemporaneamente.

 

Ulteriori cattive notizie giungono dalle azioni degli Houthi e dalle loro conseguenze. Martedì la milizia yemenita, parte dell’Asse della Resistenza, ha lanciato uno dei più consistenti attacchi verso le navi di pattuglia nel Mar Rosso per garantire la libera circolazione nelle acque comprese tra il Canale di Suez e lo stretto di Bab el-Mandeb. Grazie all’azione delle marine americana e britannica, nessuna nave ha riportato danni, ma il lancio di 21 tra droni e missili (in continuo miglioramento come mostrato da un’analisi dell’International Institute for Strategic Studies – IISS) fa temere un ulteriore allargamento del conflitto. Il segretario alla Difesa britannico Shapps ha dichiarato che gli attacchi nel Mar Rosso, che pongono una seria minaccia alle linee commerciali internazionali, non possono proseguire. Nella notte tra giovedì e venerdì le marine di Washington e Londra, coadiuvate da quelle di Bahrein, Australia, Canada e Paesi Bassi hanno bombardato una dozzina di basi utilizzate dai ribelli Houthi i quali, attraverso le parole del loro leader Mohammed al-Bukhaiti hanno promesso vendetta. L’impossibilità di passare attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb e il canale di Suez pone enormi problemi per le catene di approvvigionamento globali e configura un importante danno per l’economia mondiale. A essere colpito sarà in particolare l’Egitto, se consideriamo che il numero di container che attraversano il Canale di Suez è diminuito del 90% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

 

L’inizio del 2024 è stato segnato inoltre da un violento attacco terroristico all’Iran: nella città di Kerman, in occasione della commemorazione per l’anniversario della morte di Qassem Soleimani, quasi 100 persone sono state uccise e 284 ferite. Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato che, seppur di natura differente rispetto ai temi trattati finora, mostra quanto la regione sia in ebollizione.

 

Blinken in Medio Oriente, ma Israele non ascolta gli USA [a cura di Claudio Fontana] ​​​​​​​

 

Con l’intera regione che è sull’orlo del collasso il Segretario di Stato americano Antony Blinken si è recato in Medio Oriente per la quarta volta dagli attacchi del 7 ottobre. L’obiettivo è evitare un allargamento della guerra. In un certo senso, fin dall’inizio il conflitto ha travalicato i confini dei Paesi strettamente coinvolti, se consideriamo gli attacchi lanciati dalle milizie irachene alle forze militari americane nella regione. Tuttavia, gli scontri sono stati «contenuti in ciascun teatro all’interno di linee rosse non ufficiali». Le ultime settimane sembrano segnalare che qualcosa sta cambiando per il peggio. Così, Blinken è ripartito alla volta di Turchia, Grecia, Giordania, Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Egitto, oltre naturalmente a Cisgiordania (dove ha incontrato Abu Mazen) e Israele, dove invece ha avuto colloqui con Netanyahu e con il presidente Isaac Herzog. Blinken ha affermato che gli Stati Uniti sono «pienamente impegnati» nel trovare una soluzione diplomatica alla crisi, che l’escalation «non è nell’interesse di nessuno» e che è necessario che Israele faccia il possibile per ridurre il numero di vittime civili causate dai suoi attacchi.

 

Un invito che difficilmente si sposa con i desiderata dell’estrema destra israeliana che, come ha ricordato il Washington Post, chiede apertamente l’allontanamento di massa dei palestinesi da Gaza. Gli alleati di Netanyahu, inoltre, hanno espresso anche la loro contrarietà al tentativo americano di rivitalizzare l’ANP per assegnarle un ruolo nella futura gestione della Striscia. In particolare, gli Stati Uniti spingono affinché lo scenario post-bellico a Gaza sia caratterizzato da sostanziali investimenti e coinvolgimento dei vicini arabi di Israele, ha scritto Ishaan Tharoor. Uno dei problemi, però, è che alleati di Netanyahu come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich «alimentano costantemente le controversie tra Israele e America e le fiamme della polarizzazione» all’interno dello Stato ebraico, si legge su Haaretz. La politica americana rischia quindi di deragliare in primo luogo proprio per l’azione di una parte dei suoi alleati: il New York Times racconta dell’«aggravarsi dei disaccordi» tra Stati Uniti e Israele anche in seguito al summit tra Blinken e il presidente Herzog.

 

Dopo aver incontrato le autorità qatariote a Doha, Blinken ha affermato che i partner dell’America sono pronti a prendere decisioni difficili. In seguito all’incontro con Mohammed bin Salman ad al-Ula, invece, il segretario di Stato ha dichiarato che Riyad è ancora interessata alla normalizzazione dei rapporti con Israele, ma chiaramente, lato Riyad, MbS «ha sottolineato l’importanza di fermare le operazioni militari, intensificare gli sforzi umanitari, lavorare per creare condizioni di stabilità, garantire i diritti legittimi del popolo palestinese e raggiungere una pace giusta e duratura». Il punto enfatizzato anche dal principe Khalid bin Bandar bin Sultan, ambasciatore nel Regno Unito, è che la normalizzazione con Israele è ora subordinata al raggiungimento di «niente di meno che uno Stato indipendente di Palestina». Una prospettiva che richiederebbe un’inversione a U da parte del governo israeliano, impegnato proprio a prevenire la formazione di uno Stato palestinese. Del resto, sembrerebbe che il tempo giochi a favore di Netanyahu. Secondo Le Monde, il calcolo del governo israeliano è il seguente: entro pochi mesi l’amministrazione Biden sarà troppo impegnata nella campagna elettorale per dedicarsi seriamente a iniziative diplomatiche in Medio Oriente. Inoltre, si legge sul quotidiano francese, Netanyahu e soci scommettono sul fatto che Donald Trump sarà il prossimo presidente americano. Il tycoon è una figura “rassicurante” per Netanyahu, perché aveva fatto del sostegno unilaterale a Israele uno dei capisaldi del suo mandato. Trump «eliminerebbe definitivamente la prospettiva di una soluzione politica» della questione palestinese. Inoltre, l’attuale stato delle relazioni tra USA e Israele dimostra una volta di più, come ha scritto Bloomberg, che «Washington ha molta meno influenza sulle decisioni prese dai suoi partner di quanto ci si potrebbe aspettare, anche quando questi si affidano alla protezione degli Stati Uniti».

 

Vi è poi un attore a cui è prestata poca attenzione in questo scenario, ed è la Cina. Secondo Mark Leonard, direttore dell’ECFR, il sostegno che gli Stati Uniti garantiscono a Israele gioca a favore della Cina, che lo sfrutta per incassare la simpatia del Sud Globale, dove è diffuso il sentimento anti-israeliano.

 

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