Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale

Ultimo aggiornamento: 18/03/2024 17:24:52

Mentre la situazione a Gaza continua drammaticamente a peggiorare (ne scriviamo poche righe sotto), a più di due mesi dall’attacco di Hamas contro Israele ci si continua a interrogare sulla strategia del movimento islamista e sulle motivazioni più profonde delle sue azioni contro lo Stato ebraico. Un segno sia della gravità dell’accaduto che della scarsa attenzione prestata per anni ad Hamas e al suo radicamento nella Striscia di Gaza. Nell’ultimo periodo il centro della resistenza palestinese sembrava essere la Cisgiordania, ciò che ha contribuito all’effetto sorpresa degli attacchi del 7 ottobre, sferrati al contrario proprio da Gaza. La sensazione di spaesamento emersa a mano a mano che si comprendeva la ritrovata centralità della Striscia nella lotta palestinese è dovuta a una erronea comprensione del funzionamento della leadership di Hamas, secondo un approfondimento pubblicato da Foreign Affairs. Come ha scritto la politologa franco-siriana Leila Seurat sulla rivista americana, si pensava in particolare che le decisioni venissero prese dai vertici politici di Hamas all’estero, ma tale convinzione è errata almeno dal 2017, anno in cui Yahya Sinwar ha preso il potere nella Striscia e messo in moto uno spostamento della struttura organizzativa di Hamas proprio verso quell’area. L’aumento del peso della leadership locale del movimento islamista è dovuto inoltre a due elementi di più lungo periodo, sostiene Seurat: il primo è la vittoria alle elezioni del 2006, che ha fornito ad Hamas le risorse generate dal controllo del territorio, mentre il secondo è lo scoppio della guerra civile siriana. Il conflitto in Siria, infatti, ha provocato la dispersione tra Doha e il Cairo della leadership all’estero di Hamas, prima basata a Damasco. Inoltre, mentre fino al 2017 il ramo politico di Hamas era in pessimi rapporti con l’Iran, proprio a causa della guerra in Siria (il movimento islamista sosteneva i ribelli anti-Assad), la leadership locale nella Striscia si è sempre premurata di mantenere relazioni cordiali con la Repubblica Islamica. Con il passaggio di Ismail Haniyeh da capo di Hamas nella Striscia a vertice dell’ufficio politico a Doha, e la conseguente ascesa di Sinwar a Gaza, “gli astri si sono allineati”: tanto a Doha quanto a Gaza comandavano figure che beneficiavano di buoni rapporti con Teheran. Una volta consolidata la presa sul potere locale, Sinwar e gli altri leader all’interno della Striscia hanno via via fatto capire più apertamente la loro scarsa considerazione dei capi – come Haniyeh – che godono di una lussuosa vita all’estero.

 

Tuttavia, questa drammatica fase evidenzia anche che c’è qualcosa di più profondo delle relazioni tra la leadership di Hamas e le potenze regionali. Come ha messo in luce Graeme Wood su The Atlantic, nell’ultimo periodo c’è stato uno scatto in avanti anche nella retorica utilizzata da Hamas. Lo dimostra il fatto che Fathi Hammad, membro del movimento della resistenza islamica, ha dichiarato in televisione che il prossimo passo di Hamas sarebbe stato quello di dichiarare l’istituzione del califfato con sede a Gerusalemme. L’affermazione è inusuale per un movimento nazionalista come Hamas ma mostra – anche secondo Anshel Pfeffer – che «Hamas, come il sionismo, è radicato nella religione e questo rende l’attuale conflitto fondamentalmente religioso». Tuttavia, secondo Wood la religiosità di Hamas è decisamente più «flessibile» di quella dell’ISIS. Un gruppo religioso, ha scritto Wood, può piegare i propri obiettivi politici alle esigenze della propria interpretazione religiosa, ciò che fece ISIS, oppure può piegare la propria interpretazione della religione alle esigenze della politica moderna. Nonostante tutto, l’opinione di Wood è che Hamas rientri nella seconda categoria perché anche nel suo statuto fondativo i richiami all’Islam sono vaghi e, dunque, flessibili: nel documento si afferma che Hamas «trae le sue linee guida dall’Islam, in contrasto con l’ISIS che trae le sue leggi dall’Islam».

 

È alla luce di questa flessibilità che possiamo probabilmente inquadrare le frasi di Abu Marzouk, capo dell’ufficio internazionale di Hamas a Doha, il quale in una lunga intervista ha ventilato l’ipotesi che Hamas possa ricomporre la frattura con Fatah ed entrare a far parte dell’OLP. Se ciò avvenisse, Hamas sarebbe indotto a compiere un passo decisivo: riconoscere, proprio come ha fatto l’OLP, l’esistenza di Israele. Interrogato in merito alla posizione di Hamas rispetto allo Stato di Israele, Marzouk ha affermato: «stiamo cercando di far parte dell’OLP e abbiamo detto che rispetteremo gli obblighi dell’OLP». Il rappresentante di Hamas ha inoltre sottolineato, come si legge su Al-Monitor, che gli israeliani devono avere i loro diritti, «ma non a spese di altri». Non è chiaro che peso dare a queste dichiarazioni: da un lato, si tratta di un significativo cambiamento nella posizione ufficiale di Hamas, che anche nell’aggiornamento statutario del 2017 non si era spinto fino a riconoscere l’esistenza di Israele; dall’altro queste dichiarazioni, rese proprio mentre i politici e i funzionari israeliani rifiutano sempre più esplicitamente la soluzione dei due popoli-due Stati, possono puntare ad attribuire allo Stato ebraico l’ostacolo al raggiungimento di una soluzione al conflitto. Senza realmente richiedere una modifica delle azioni di Hamas.

 

Se quindi la situazione a Gaza potrebbe favorire un riavvicinamento tra le due principali forze politiche palestinesi, anche tra gli ulema internazionali si è registrata una certa convergenza nella fase successiva al 7 ottobre. Su Middle East Eye, lo studioso anglo-bangladese Usaama al-Azaami ha messo in evidenza come molti ulema di Paesi autoritari abbiano espresso una posizione molto critica nei confronti dello Stato ebraico, nonostante i loro governi abbiano fatto accordi con Israele e, per esempio nel caso egiziano, abbiano collaborato con Gerusalemme nella gestione di Gaza. Una delle figure citate da al-Azaami è Ali Gomaa, sostenitore del presidente al-Sisi, che recentemente si è riferito a Israele chiamandolo «entità sionista» e che ha definito il sionismo un «movimento nazista». Nonostante sia un deciso oppositore dei Fratelli musulmani, Gomaa ha espresso chiaramente il proprio sostegno ad Hamas, motivandolo con la reazione all’aggressione sionista. Anche il saudita Abdulrahman al-Sudais, sempre citato su Middle East Eye, da un lato ha sottolineato che la guerra non deve portare i musulmani a mettere in discussione le decisioni dei propri governanti, ma dall’altro, ha definito le forze israeliane «sionisti aggressori e occupanti».

 

A Gaza è un’ecatombe, ma Israele è sempre più isolato [a cura di Claudio Fontana]

 

I morti palestinesi hanno superato quota 18.000. «Tale perdita – ha dichiarato al Financial Times Dina Matar (SOAS) – comporta la cancellazione di memorie e identità condivise per coloro che sopravvivono», ciò che «avrà un impatto traumatico» sulle loro vite. Anche perché gli attuali adolescenti che si trovano a Gaza sono già passati attraverso cinque fasi di pesanti bombardamenti: 2008, 2012, 2014, 2021 e 2023. L’impatto sui bambini è devastante: «gli adulti non riescono a creare quel senso di sicurezza che è un bisogno fondamentale per un sano e normale sviluppo del bambino», mentre bisogna tenere a mente che nessun bambino nella Striscia può andare a scuola e, in ogni caso, «più del 50% delle scuole è stato bombardato». Secondo il ministro degli Esteri del Qatar questa situazione e la prosecuzione dei bombardamenti «restringono la finestra» dei negoziati guidati dall’emirato del Golfo per raggiungere un cessate-il-fuoco e la liberazione di altri ostaggi.

 

A destare preoccupazione non è però (solo) la situazione interna a Gaza. Il rischio di un allargamento del conflitto, infatti, è ancora presente. Recentemente il Consigliere per la Sicurezza nazionale israeliano Tzachi Hanegbi ha dichiarato che la situazione nel nord del Paese deve cambiare: «non possiamo più accettare la presenza delle forze Radwan [componente d’élite di Hezbollah, NdR] al confine. La popolazione israeliana comprende che la situazione deve cambiare, e cambierà. Se Hezbollah concorderà nel cambiarla diplomaticamente, bene. Altrimenti dovremo agire», ha detto Hanegbi durante un’intervista a Channel 12. Secondo Anthony Samrani (L’Orient-Le Jour) Washington sembra per ora aver convinto Israele a lasciare uno spazio alla diplomazia almeno al fronte nord e, nonostante il conteggio dei morti da parte di Hezbollah superi i 100, per ora l’approccio del partito-milizia sciita sta pagando: Nasrallah è riuscito a rafforzare la sua posizione ravvivando «la fiamma della Resistenza» senza contestualmente imporre al Libano un prezzo eccessivamente salato. D’altro canto, un altro articolo pubblicato sul quotidiano libanese a firma di Sally Abou Al Joud, evidenzia come i bombardamenti israeliani sul sud del Libano stiano distruggendo le speranze riposte nel sistema agricolo della zona.

Un’ulteriore minaccia giunge dai ribelli houthi yemeniti (qui un recap dell’Economist su chi sono), i quali negli ultimi giorni hanno alzato la posta delle loro azioni. Gli houthi hanno colpito con un missile una nave norvegese nella zona meridionale del Mar Rosso (è anche intervenuta la nave militare francese Languedoc abbattendo un drone diretto al bastimento scandinavo) e messo in guardia le navi che transitano al largo dello Yemen: tutte quelle collegate a Israele, o dirette nei «territori occupati», rischiano di diventare un bersaglio. Fortunatamente, però, la rinnovata azione degli houthi non sta bloccando gli sforzi di de-escalation per risolvere il conflitto in Yemen, ha spiegato Ibrahim Jalal (Middle East Institute).

 

Sul piano internazionale, invece, ciò che è avvenuto questa settimana certifica da un lato la tenacia americana nel sostenere l’alleato israeliano, dall’altro l’isolamento a cui Washington è sottoposta proprio a causa di questo sostegno incondizionato allo Stato ebraico. Dopo aver posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che chiedeva un cessate-il-fuoco, gli Stati Uniti si sono ritrovati in nettissima minoranza anche all’Assemblea Generale, dove una risoluzione proposta dai Paesi della Lega Araba e dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica è stata approvata con 153 voti favorevoli, 10 contrari (Stati Uniti, Israele e Paesi come Micronesia e Guatemala) e 23 astenuti. Secondo Richard Gowan (International Crisis Group) «la maggior parte degli Stati membri dell’ONU ha perso la pazienza nei confronti della posizione degli Stati Uniti sulla guerra, anche se molti erano inizialmente disgustati dalle atrocità di Hamas». Gli Stati Uniti, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali, sembrano rendersene conto. Joe Biden ha infatti avvertito Netanyahu che i «bombardamenti indiscriminati» di Israele rischiano di isolare lo Stato ebraico sulla scena internazionale. Non è forse un caso che il marchio di abbigliamento sportivo Puma abbia deciso di interrompere la sponsorizzazione della nazionale di calcio israeliana, sebbene ufficialmente si tratti solo di una scelta commerciale. Il fatto stupisce maggiormente se consideriamo che Puma è un marchio tedesco e, per ovvie ragioni storiche, i tedeschi sono sempre molto cauti nelle critiche verso Israele.

 

Un sondaggio di Arab Barometer condotto in Tunisia nelle settimane a cavallo dell’attacco di Hamas mostra inoltre come la guerra stia scavando un fossato sempre più ampio tra chi si oppone attivamente a Israele e chi no. I risultati, esposti su Foreign Affairs, contengono informazioni su diverse attitudini tra cui segnaliamo il fatto che dopo il 7 ottobre è significativamente migliorata la percezione di figure come Ali Khamenei, mentre è peggiorata quella di leader come Mohammed bin Zayed e Mohammed bin Salman.

 

Anche gli Emirati Arabi Uniti, firmatari degli Accordi di Abramo e Paese che collabora con lo Stato ebraico su svariati fronti, hanno fatto sapere che il loro contributo alla ricostruzione di Gaza sarà subordinato all’avvio di un percorso credibile per la realizzazione della soluzione a due Stati. Come ha affermato l’ambasciatrice emiratina Lana Nusseibeh (lei stessa discendente di un’importante famiglia palestinese), «la road map è la seguente: gli israeliani, l’Autorità palestinese e un gruppo di Paesi che hanno un’influenza su entrambi si siedono attorno al tavolo e dicono: “Questo è l’obiettivo finale a cui lavoreremo”. Il lavoro inizia qui. Questo è il calendario e inizia ora”». In questa attività dovrebbero essere coinvolti sia alcuni Paesi europei che altri membri della OIC, tra cui sicuramente Egitto e Giordania.

 

Anche i rapporti di Netanyahu con la Russia di Vladimir Putin sono sempre più difficili. I due si sono parlati al telefono questa settimana e, come mostrato dalle diverse ricostruzioni del colloquio che ciascuno dei protagonisti ha fornito, non sono mancate le divergenze. Mentre Putin ha condannato la situazione umanitaria imposta da Israele su Gaza, Netanyahu si è soffermato sui legami sempre più stretti tra Mosca e Teheran. Nonostante le lamentele del primo ministro israeliano, dopo un colloquio di oltre cinque ore tra Putin ed Ebrahim Raisi a Mosca la settimana scorsa, il ministero degli Esteri russo ha fatto sapere in questi giorni di essere al lavoro per la firma di un nuovo importante accordo di cooperazione tra Russia e Iran.

 

Cop-28 di Dubai: contraddizioni e proteste prima del compromesso finale [a cura di Mauro Primavera]

 

La stampa internazionale non poteva che riprendere l’aggettivo utilizzato dal chairman Sultan al-Jaber per definire il comunicato finale della Cop-28 di Dubai: l’accordo della Conferenza sul Clima è considerato «storico», per il semplice fatto che per la prima la Comunità Internazionale s’impegna ad avviare la “transizione ordinata” (transitioning away) dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. È vero che il testo rinuncia a promettere una “eliminazione drastica” (phase out) degli idrocarburi, come sembravano indicare le bozze circolate dopo le riunioni dei primi giorni, ma il compromesso ha comunque scongiurato il fallimento paventato fino a poche ore dalla conclusione del summit. Il cambio di toni e formule è stato favorito dalla mediazione delle grandi potenze, soprattutto Cina, Unione Europea e Stati Uniti, grazie alle quali è stata trovata una sintesi tra le istanze più progressiste e la posizione del blocco dei Paesi produttori di gas e petrolio, capeggiati da Arabia Saudita, Iraq e Kuwait, del tutto contrari all’opzione del “phase out”.

 

Nonostante il risultato finale, la stampa internazionale ha rilevato le numerose criticità emerse durante lo svolgimento della conferenza. Il quotidiano francese Le Monde ha analizzato in dettaglio la figura di Sultan al-Jaber, incaricato di dirigere i lavori  e di redigere la bozza finale, mettendo in luce una profonda contraddizione: egli è al contempo presidente emiratino della Cop e “presidente-direttore generale” della compagnia nazionale petrolifera, la ADNOC. Come si spiega, allora, il successo del negoziato che ha portato a una bozza condivisa da tutti i partecipanti? Le Monde ipotizza che al-Jaber, «non appartenendo alla famiglia reale» abbia voluto cercare (a tutti i costi) un successo personale ed evitare che l’appuntamento terminasse con un nulla di fatto; d’altro canto, aggiunge il giornale parigino, il fatto che egli fosse un rappresentante del settore petrolifero potrebbe aver reso il negoziato più serio e proficuo. Per il quotidiano inglese The Guardian, «la Cop28 è stata organizzata da un petro-stato e diretta dalla sua stessa compagnia petrolifera. Sultan al-Jaber ha fatto una prima e storica menzione alla transizione dai combustibili fossili. Ma il suo intento, da barone del petrolio, era quello di trascinare l’industria sul cammino della salvezza climatica».

 

Al-Majalla osserva che uno dei meriti principali di questo evento è quello di aver messo in relazione il tema del cambiamento climatico con quello della salute pubblica. La testata saudita ha però espresso delle perplessità sulla presenza della delegazione del governo siriano, che ha persino richiesto, nel corso dei lavori, lo stanziamento di fondi e progetti per far fronte agli effetti del cambiamento climatico in un Paese devastato da quasi tredici anni di guerra. Il regime di Assad, infatti, non solo ha «peggiorato le esistenti criticità ambientali, ma ne ha addirittura create delle nuove, vanificando i tentativi di individuare i responsabili» del disastro ecologico in Siria. A tal proposito The New Arab ha sottolineato la stretta correlazione tra la crisi climatica e la corsa agli armamenti, accusando i Paesi della NATO, e in particolare gli Stati Uniti, di contribuire in massima parte al riscaldamento globale. Come le armi, anche le guerre costituiscono uno dei principali fattori di inquinamento. Infatti la testata di proprietà qatariota ha precisato che, durante i lavori della conferenza, diversi partecipanti hanno manifestato la loro solidarietà a favore dei palestinesi: «sedici anni di assedio e di incursioni militari sulla Striscia di Gaza hanno portato nel lungo termine a un degrado ambientale, a un intenso inquinamento e ad una insostenibile crisi della sanità pubblica. Il 96% dell’acqua di Gaza era considerata non potabile già prima degli ultimi attacchi» del 7 ottobre. Il Times of Israel ha aggiunto che, in realtà, persino gli stessi attivisti pro-Palestina sono stati sottoposti alla censura delle autorità: la struttura dove si è svolto il summit era stata contrassegnata dalla cosiddetta “zona blu”, uno spazio sotto il controllo delle Nazioni Unite nel quale era possibile esprimere in maniera pacifica il dissenso nei confronti delle politiche climatiche e persino portare all’attenzione dell’assemblea l’emergenza umanitaria di Gaza. Ciononostante, gli attivisti hanno lamentato numerose restrizioni alle loro attività, tra cui il divieto di esibire bandiere palestinesi e cartelloni e dell’utilizzo di termini come “apartheid” e “occupazione”. Una censura del genere, secondo loro, non si era vista nemmeno alla conferenza sul clima di Sharm el-Sheikh dell’anno scorso.       

 

Fuori dall’assemblea, invece, gli spazi per la manifestazione del dissenso sono stati assai più limitati. A tal proposito, il New York Times ricorda come negli Emirati «le proteste siano di fatto fuorilegge, i partiti politici e i sindacati vietati e la copertura mediatica sottoposta a stretti vincoli». Il giornale statunitense rileva una enorme contraddizione: l’incompatibilità tra lo scopo del governo emiratino – ossia instaurare un “dialogo inclusivo” che comprenda non solo politici e tecnici, ma anche esponenti della società civile – e la natura di un evento del genere che comporta una serie di manifestazioni e proteste.  

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