Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 16/12/2022 18:32:39

Nell’ultima settimana del mondiale di calcio in corso in Qatar grande attenzione è stata prestata alla nazionale marocchina. La squadra guidata dal commissario tecnico Walid Regragui ha infatti compiuto l’impresa di raggiungere le semifinali (prima squadra africana nella storia a riuscirci), battendo prima la Spagna e poi il Portogallo della stella (de-cadente) Cristiano Ronaldo. La corsa dei “Leoni dell’Atlante” è stata arrestata solo in semifinale dalla Francia, ma ciò non sminuisce il valore dei loro risultati. Questi hanno ricevuto naturalmente diverse letture politiche. Quella marocchina «non è la classica storia dell’underdog, un racconto del revanscismo del sud globale contro le ex potenze coloniali e gli avversari storici, o un ondata di orgoglio arabo, africano e musulmano», ha scritto Issandr El Amrani sul New York Times. Al contrario, sostiene un El Amrani ben consapevole dall’audacia della sua affermazione, le prestazioni della squadra marocchina hanno reso possibile un «momento di ottimismo che non vedevo nella regione [del Nord Africa e del Medio Oriente] dalle rivolte del 2011». Di fronte al «decrepito sistema statale mediorientale, alle guerre civili e alle feroci campagne controrivoluzionarie, per novanta minuti o più, la possibilità di un’identità, un linguaggio e una comunità condivisi si innalza e si diffonde», osserva anche Hisham Aïdi (Africa is a country). Da Gaza ad Amman, passando per Beirut, si è levato un unico coro di sostegno alla nazionale di Regragui, la quale, per usare ancora le parole di Aïdi, «ha conquistato milioni di cuori arabi, africani, musulmani e migranti» in generale. Ma soprattutto, ha scritto El Amrani, «ciò che proviamo [in quanto marocchini] è una forma più evoluta di orgoglio nazionale, senza nessuno dei complessi riguardo a chi è un “vero” marocchino e chi no. Metà della squadra è composta da “binazionali”, e lo stesso Regragui è nato in Francia». Non più concepito come un vulnus, questo fatto è presentato in positivo come la «diversità marocchina e il fatto che [il Marocco] è una nazione di emigranti, di arabi, berberi, ebrei, che si pensa sia africana che mediorientale». Le vittorie marocchine hanno dato dunque alla diaspora marocchina l’occasione per «celebrare la propria eredità culturale». Ciò è vero, si legge sul Financial Times, specialmente nel caso della diaspora in Francia, «dove i partiti di estrema destra sono in crescita e l’ethos della Repubblica francese spinge le persone a vedersi in primo luogo come cittadini, relegando religione, razza o differenze culturali alla sfera privata». Purtroppo in alcuni casi, come dopo la vittoria sul Belgio, ciò è degenerato in disordini e violenze (senza esagerarne la portata, ma nemmeno minimizzandola, ne abbiamo parlato in questa intervista con il professor Dassetto).

 

Come abbiamo scritto, il sostegno al Marocco ha coinvolto tutto il mondo arabo, che si è unito nel tifo per Hakim Ziyech e compagni. Questa coppa del mondo, pur segnata da numerose polemiche, è certamente riuscita non soltanto a riunire nel tifo comune le popolazioni arabofone, ma anche a riavvicinare i leader della regione che fino a poco tempo fa avevano relazioni a dir poco tese. Giorgio Cafiero su Responsible Statecraft ha ricordato le scene di Mohammed bin Salman e dell’Emiro Tamim che sostengono ciascuno la squadra dell’altro, ma anche la reazione unanime con cui il mese scorso i sei Paesi del Gulf Cooperation Council hanno respinto quella che hanno chiamato una campagna mediatica malevola rivolta al Qatar. Sentimenti positivi però non hanno riguardato soltanto le autorità interne al GCC (con l’eccezione delle relazioni Qatar-Bahrein) ma anche i giocatori (con la parziale eccezione di Serbia-Svizzera) e i tifosi che si sono recati ad assistere alle partite. Su questo ha riflettuto Simon Kuper sul Financial Times: il giornalista si è recato in Qatar per seguire la manifestazione, carico di aspettative negative. In particolare Kuper temeva di assistere allo scontro di diversi nazionalismi, giudicati in crescita in tutto il mondo. Così non è stato. Tutto il contrario: secondo Kuper i mondiali in Qatar sono stati «un festival del cosmopolitismo». Un esempio su tutti: persino nel match a più elevata tensione, quello da dentro o fuori tra Stati Uniti e Iran, al 90esimo minuto i giocatori americani hanno consolato quelli iraniani, in lacrime dopo l’eliminazione.

 

Tutto un altro discorso va fatto riguardo al modo con cui il Qatar ha cercato di migliorare la sua immagine agli occhi dei media e dei decisori politici europei. Non spetta a noi riassumere la cronaca del cosiddetto “Qatar gate”, su cui si sa ancora poco ma che coinvolge probabilmente non soltanto Doha, ma anche il Marocco. Osserviamo però che la corruzione dei membri del gruppo socialista Eva Kaili, Pier Antonio Panzeri e Francesco Giorgi è soltanto la punta dell’iceberg: come ha scritto il Financial Times, la strategia del Qatar era più ampia e puntava a influenzare molti membri del Parlamento europeo. Non a caso Roberta Metsola, ha dichiarato che «il Parlamento europeo è sotto attacco». Che poi lo sia più dal suo interno che dall’esterno, sarebbe un altro discorso che però, di nuovo, non ci compete.

 

Una «nuova era» delle relazioni sino-arabe

 

L’inizio di una nuova era nelle relazioni tra Cina e Paesi arabi. Così Xi Jinping ha definito la sua visita in Arabia Saudita. Il giornale cinese Global Times ha naturalmente sposato questa lettura del viaggio di Xi nel Golfo Persico, dove la settimana scorsa ha avuto incontri bilaterali con quasi 20 leader arabi. Il viaggio, si legge sempre sul Global Times, non ha soltanto portato «fruttuosi risultati in termini economici e commerciali, ma ha anche dimostrato che oltre a continuare a giocare il ruolo di collaboratore allo sviluppo regionale, la Cina contribuirà sempre più alla pace nella regione, strategicamente importante, del Medio Oriente».

 

Xi ha partecipato al summit tra Cina e Paesi arabi e a quello tra Cina e membri del Gulf Cooperation Council, oltre ad aver incontrato Mohammad bin Salman, principe ereditario e primo ministro dell’Arabia Saudita. Secondo il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, questi incontri dimostrano «la scelta strategica della Cina e delle nazioni arabe di rafforzare la solidarietà e il coordinamento di fronte alle sfide globali». I vertici cui Xi ha presenziato sono definiti da Liu Zhongmin, professore al Middle East Studies Institute della Shanghai International Studies University, «pietre miliari», mentre una certa enfasi è posta dal principale quotidiano cinese anglofono sul fatto che nella Dichiarazione di Riyad, resa pubblica dopo l’incontro tra le autorità cinesi e quelle dei Paesi della Lega Araba, gli Stati arabi hanno affermato la loro adesione al principio “una Cina”, di cui fa parte anche  Taiwan.

 

Chi ha osservato con una certa attenzione le mosse di Xi sono naturalmente gli Stati Uniti. La CNN ha commentato il viaggio e l’ha definito un nuovo «affronto» a Washington. Come ha osservato Reuters (tra i tanti) non v’è dubbio che l’accoglienza riservata al leader cinese impressiona per la differenza con la freddezza con cui era stato ricevuto Joe Biden. Tuttavia, come osservato dall’esperto di relazioni sino-arabe Jonathan Fulton, sarebbe riduttivo valutare l’impatto della visita di Xi puramente in termini anti-americani. I sauditi hanno riproposto la linea secondo cui Riyad non si schiera con nessuno e collabora con tutti, anche se, in maniera non certo tranquillizzante per Washington, il ministro degli Esteri Faisal bin Farhan Al Saud ha detto che «la competizione è una buona cosa e io penso che viviamo in un mercato competitivo».

 

Secondo un altro esperto di relazioni sino-arabe, William Figueroa (The Diplomat), sebbene «le relazioni  con gli Stati Uniti siano senza dubbio un fattore nei calcoli dell’Arabia Saudita, la visita di Xi riguarda molto più di questo. I legami sino-sauditi sono contemporaneamente più profondi e più limitati di quanto l’attuale copertura mediatica suggerisca». Più profondi perché, se è vero che la grande quantità di Memorandum of Understanding firmati non è vincolante, è altrettanto vero che non ci sono ragioni per credere che la Cina non rispetti quanto promesso, anche alla luce del buon andamento dei precedenti investimenti. Inoltre, non va dimenticato che già ora l’Arabia Saudita «è il più grande destinatario degli investimenti cinesi». Ciò, peraltro, si pone in netto contrasto con il caso iraniano: Pechino ha annunciato grandi flussi di investimenti verso Teheran, ma ha finora mancato di dare seguito concreto alle promesse. Al tempo stesso, ha proseguito Figueroa, la partnership sino-saudita resta per forza di cose limitata dal fatto, definito «inesorabile», che l’Arabia Saudita dipende totalmente per la sua sicurezza dagli Stati Uniti. Un dato esemplifica quanto affermato: per quel che riguarda gli armamenti, l’interscambio tra Pechino e Riyad ammonta a soli 245 milioni di dollari nel periodo compreso tra il 2003 e il 2021. Nello stesso periodo quello tra Washington e Riyad si è attestato a 17,85 miliardi di dollari.

 

La CNN ha sintetizzato il viaggio dicendo, in primis, che l’Arabia Saudita e la Cina sono allineate sulla maggior parte delle politiche da perseguire. In secondo luogo, che hanno grandi piani di cooperazione per quel che riguarda petrolio e sicurezza (finora, come appena visto, ambito riservato principalmente agli americani). Inoltre, certo non meno importante, Pechino e Riyad concordano nel ritenere il principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato estero un pilastro intoccabile del loro approccio alle relazioni internazionali. Infine, come hanno ricordato Maha El Dahan e Aziz El Yaakoubi su Reuters, Xi ha ribadito l’intenzione cinese di lavorare alla possibilità che Pechino acquisti il petrolio dagli Stati arabi pagandolo non più in dollari ma in yuan. Secondo l’analista saudita Ali Shihabi l’abbandono del «petrodollaro è inevitabile perché la Cina, in quanto più grande cliente dell’Arabia Saudita, ha un considerevole potere negoziale». Tuttavia, ha concluso Shihabi, «non mi aspetto che ciò avvenga nel futuro prossimo».

 

In Iran sono iniziate le esecuzioni

 

Le autorità iraniane hanno eseguito le prime condanne a morte da quando sono scoppiate le proteste in seguito alla morte di Mahsa Amini.  A meno di un mese dalla data dell’arresto, lunedì è stato giustiziato Majid Reza Rahnavard, un giovane ventitreenne. Quattro giorni prima la stessa sorte era toccata al suo coetaneo, Mohsen Shekari, accusato di aver pugnalato alcuni basij. Secondo Farnaz Fassihi, l’esecuzione delle condanne a morte, criticate anche da alcune parti del clero iraniano, sono «l’ultimo disperato tentativo» del sistema di porre un freno alle rivolte. Un tentativo che difficilmente potrà avere successo, se prevarranno le prese di posizione come quella di Mona, una trentanovenne intervistata a Teheran, secondo la quale «stanno uccidendo i nostri figli, cos’altro abbiamo da perdere?».

 

In parte facendosi interpreti di questo modo di vedere le cose, Reuel Marc Gerecht e Ray Takeyh hanno scritto sul Wall Street Journal che le attuali proteste, a differenza di quanto creda la CIA, potrebbero rovesciare il regime: ciò si evince, secondo i due analisti, dal fatto che «le autorità della Repubblica Islamica sono incerte, impaurite e sempre più incoerenti nelle loro dichiarazioni pubbliche». L’Iran inoltre, si legge in questa analisi, è l’unico Paese del Medio Oriente ad avere avuto due rivoluzioni nel ‘900, e ad aver apertamente rifiutato due diversi regimi dittatoriali: quello dello scià e l’attuale. Il problema è però sintetizzato bene da Karim Sadjadpour, analista del Carnegie Endowment for International Peace. Lo stile di governo della guida suprema Khamenei è influenzato da tre eventi storici: la fine della monarchia iraniana nel 1979, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, e le rivolte arabe del 2011. Questi eventi, sostiene Sadjadpour, hanno insegnato a Khamenei che, quando sotto pressione, lo Stato non deve accettare compromessi, tanto meno sui propri principi, pena il rischio capitolazione. Fedele a questa visione della storia, di fronte alla scelta tra la concessione di riforme o la repressione, Khamenei ha sempre optato per la seconda, e continuerà a farlo. Ciononostante, Sadjadpour è convinto che dal momento in cui è venuta meno la paura tra la popolazione, che è uno dei pilastri della strategia di governo della Repubblica Islamica, la questione non è più se la Repubblica Islamica crollerà, ma quando ciò accadrà.

 

Di certo, a essere clamorosamente scemato dalla rivoluzione del ’79 a oggi è il prestigio e il rispetto verso gli esponenti del clero sciita. Numerosi video in cui si vedono giovani intenti a far cadere il turbante dalla testa dei chierici sono diventati virali, tanto che secondo un’analisi pubblicata dall’Atlantic Council, alcuni di questi «hanno iniziato ad astenersi dall’indossare negli spazi pubblici l’abbigliamento tipico del clero, così da evitare la rabbia delle persone». L’aria che si respira attorno a questo argomento ha portato alcuni ad «opporsi pubblicamente all’ingresso dei chierici in politica». È il caso, per esempio, di Majid Ansari, membro del Consiglio per il Discernimento, ex parlamentare ed ex vice presidente, il quale «considera il coinvolgimento dei chierici in politica come la causa del declino dei loro valori».

 

In breve

 

La Tunisia si appresta a eleggere un nuovo parlamento, dopo che 17 mesi fa il presidente Kais Saied ne aveva sospeso le funzioni. La nuova assemblea legislativa, tuttavia, è esautorata dalla maggior parte dei poteri di cui godeva nella precedente legislatura (Financial Times). Qui una breve guida alle elezioni di sabato 17 dicembre.

 

Il primo ministro designato di Israele, Benjamin Netanyahu ha concesso una rara intervista ad al-Arabiya, di proprietà saudita, nella quale ha auspicato il raggiungimento di un accordo diplomatico anche con l’Arabia Saudita (Al-Monitor).

 

Un attacco, rivendicato da Isis, a un hotel di Kabul ha provocato il ferimento di cinque cittadini cinesi. Le autorità di Pechino si sono dette scioccate di quanto accaduto (Global Times).

 

 

Il Qatar in diretta Mondiale (parte 4) tra parole di miele e parole di fiele

Rassegna della stampa araba a cura di Mauro Primavera

 

La sconfitta del Marocco contro la Francia non poteva non suscitare la commozione della stampa araba, tra cui il qatariota al-Watan, il quale ha definito i “Leoni dell’Atlante” «eroi in ogni caso» che «hanno perso con onore». Il giornale marocchino al-Sahafa, oltre a ringraziare la squadra (e il Re), accenna agli errori arbitrali che avrebbero pregiudicato l’esito dell’incontro. L’eliminazione non pregiudica l’ottimo mondiale giocato dal Marocco, culminato con le storiche vittorie contro la Spagna e il Portogallo, prima squadra araba e africana ad accedere alle semifinali di una Coppa del Mondo. Questi risultati hanno naturalmente avuto ampia risonanza nella stampa panaraba. In realtà i commenti dei giornalisti, come abbiamo riportato nelle precedenti rassegne, rimangono sospesi fra la dilagante euforia per il momento magico della nazionale magrebina e il malcelato senso di risentimento nei confronti dei detrattori di Doha. Prendiamo ad esempio Wa’el Qandil, scrittore egiziano per la testata Al-‘Arabi al-Jadid il quale, pur titolando senza tema di enfasi «il sole dei sogni sorge da Occidente», non perde occasione per tirare alcune frecciate caricando le partite di significati e suggestioni politici e culturali: «quello che i giocatori magrebini hanno compiuto nel calcio, lo possono fare gli arabi nella politica, nell’istruzione e in qualsiasi altro ambito, se solo quest’ultimi non fossero legati alle catene dell’oppressione e della tirannia aventi un obiettivo ben preciso: quello di precludere il diritto dei popoli a sognare. Ripeto: fintantoché il gioco del calcio sarà l’unico successo culturale per gli arabi, dal momento che sono semplicemente più forti di qualsiasi autorità tirannica, allora continueremo a sognare con questi incomparabili giocatori che hanno dimostrato come il sole dei sogni possa sorgere da Occidente», giocando sul doppio significato di Maghrib, che in arabo indica sia l’“Ovest” sia il “Marocco”, inteso come “il Paese arabo più a occidente”.

 

Al Jazeera si spinge oltre e, partendo dalla vittoria dei “Leoni dell’Atlante” contro le formazioni iberiche, arriva a rievocare i gloriosi fasti della dominazione arabo-musulmana di al-Andalus, durata dall’VIII al XV secolo. Il senso di questo intervento dettagliato, a tratti persino dotto, è piuttosto chiaro: in quel tempo erano i cristiani e gli ebrei a imitare lingua, costumi e scienze degli arabi, fenomeno in stridente contrasto con la realtà odierna. Molto più equilibrata la reazione del romanziere libanese Elyas Khouri che, dalle colonne di al-Quds al-‘Arabi, commenta l’ottima prestazione dei marocchini con composta soddisfazione, aggiungendo però che il risultato «non è legato alla nostalgia andalusa, che poi si è trasformata in nostalgia letteraria». Khouri accenna anche all’increscioso episodio di violenza settaria avvenuto dopo la visione della partita a Beirut, in piazza Sassine: per quanto biasimevole, l’incidente «non cambierà le metafore del momento marocchino, venuto a ricordare agli arabi il loro essere arabi malgrado i regimi oppressivi e la normalizzazione [con Israele], e la loro capacità di unirsi malgrado le [differenze di] sette e di tribù».      

 

In un altro articolo di Al Jazeera dal titolo «la lotta dei valori e dei simboli culturali e l’unità dei sentimenti comuni arabi»,  l’autore  Muhammad Wahman si avventura in una complessa, spesso complicata, analisi dal vago sapore sociologico. Le celebrazioni dei giocatori insieme alle proprie madri forniscono il dato di partenza sul quale l’autore innesta una serie di simbologie e riflessioni legate all’importanza del legame materno, a suo dire contrapposto per natura agli artifizi tecnologici che la scienza ha messo al servizio di correnti di pensiero amorali, azzardando addirittura un parallelismo con “Il mondo nuovo”, il capolavoro distopico di Aldous Huxley. Il riferimento sottinteso è, ancora una volta, l’Occidente e le teorie di genere da esso propagate; si ricalca in questo modo la discutibile dicotomia tra un Oriente tradizional-spirituale e un Occidente tecno-amorale (o immorale), ben radicata nel panorama intellettuale arabo-musulmano contemporaneo. In conclusione, il pezzo di Wahman sintetizza tre tematiche cardine che accomunerebbero gli arabi: i sentimenti di gioia misti a quelli di tristezza, espressioni di una cultura unitaria benché sfaccettata e piena di sfumature interne; la causa palestinese, riportata in auge dalla tifoseria e dai calciatori, una sorta di «referendum popolare» che esprime il dissenso nei confronti del processo di normalizzazione con Israele; il sostegno alla posizione del Qatar sulle questioni sollevate dai media internazionali, per via del noto doppiopesismo già trattato nella scorsa edizione della rassegna.

 

Tuttavia, la narrazione del presunto complotto occidentale venato di razzismo e ipocrisia rischia di incrinarsi di fronte al recente scandalo del “Qatargate”, ossia l’indagine condotta dalla magistratura belga che accusa Doha di aver corrotto alcuni europarlamentari, tra i quali la vicepresidente dell’Assemblea Eva Kaili che proprio poche settimane fa aveva compiuto una visita ufficiale nell’Emirato, lodandone i progressi nel campo dei diritti umani. I giornali qatarioti non hanno commentato direttamente la vicenda, ma al-Watan ha pubblicato il 12 dicembre due articoli della sua edizione cartacea volte a fugare qualsiasi dubbio sul coinvolgimento del Paese. «Le mani del Qatar sono trasparenti nella lotta alla corruzione» il titolo di pagina 7, prendendo a riferimento l’opera dell’artista iracheno Ahmed al-Bahrani, una scultura di metallo a forma di mano aperta, simbolo dell’anticorruzione. Nella pagina seguente, un lungo intervento di Buthayna Hasan al-Ansary entra nel merito e spiega la politica dell’emiro Tamim bin Hamad Al Thani nella lotta alla corruzione, «fenomeno presente in ogni nazione», in tutte le sue forme. Chi invece in prima pagina parla del “Qatargate” è il filo-emiratino al-‘Arab, anche se l’articolo si limita a ricostruire la cronaca delle indagini e a riportare le dichiarazioni ufficiali della polizia e della magistratura belga. Dalla lettura si può tuttavia dedurre che il danno maggiore lo stia accusando Bruxelles, e non Doha: «lo scandalo – si legge in conclusione – è piuttosto imbarazzante per il Parlamento europeo che ritiene di essere la bussola morale di Bruxelles; infatti, cerca di rafforzare le leggi speciali in materia ambientale o aziendale ed emette decisioni che criticano le violazioni dei diritti umani nel mondo e rimbrotta i governi europei». In definitiva, un altro esempio di doppiopesismo occidentale.

 

Xi e bin Salman al vertice di Riyad

 

Il 9 dicembre il principe ereditario Mohammed bin Salman e il presidente cinese Xi Jinping si sono incontrati al vertice di Riyad che riuniva i Paesi del Consiglio di Sicurezza del Golfo e la Repubblica Popolare Cinese. La partnership sino-saudita è uscita rafforzata dall’incontro: ai partenariati bilaterali ratificati si è aggiunta una dichiarazione a favore delle decisioni dell’OPEC+ in tema di mercato petrolifero, una a sostegno della causa palestinese e, infine, si è discussa una possibile sinergia tra Vision 2030 e la “Belt and Road Initiative”.. Il vertice, come nota Al Jazeera, ha generato tra i sauditi un clima di ottimismo che però non deve essere inteso come la fine delle relazioni strette tra il Regno e gli Stati Uniti d’America. «Cina e Russia – osserva ‘Abd Allah Khalifa al-Shayji per al-Quds al-‘Arabi – non hanno le capacità di espandere le basi militari, né desiderano sfidare l’America» sul piano geostrategico. Nadim Qutaysh, invece, critica su al-Sharq al-Awsat il pensiero americano, ancora troppo legato alla visione bipolare della Guerra Fredda; secondo l’autore, tuttavia, gli Stati Uniti continueranno a essere fondamentali per il Paese in almeno tre ambiti: esercito, sicurezza e finanza.       

 

 

 

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