Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale

Ultimo aggiornamento: 02/02/2024 17:18:25

Le voci su un possibile accordo tra Israele e Hamas continuano a circolare. La proposta avanzata dai mediatori qatarioti, egiziani e americani prevede che tutti gli ostaggi ancora nelle mani di Hamas vengano rilasciati durante una pausa dai combattimenti di sei settimane. Dalle prime reazioni, il movimento islamista sembra puntare a qualcosa di più di un cessate-il-fuoco temporaneo: Hamas è disposto a liberare tutti gli ostaggi soltanto in cambio della fine della guerra.

 

Ad ogni modo, diversi mezzi di comunicazione hanno evidenziato che la proposta di accordo includerebbe il rilascio di prigionieri palestinesi nella mani di Israele secondo un rapporto di 3 a 1 (tre palestinesi per un ostaggio rilasciato), il riposizionamento temporaneo delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) più lontano dai centri densamente popolati della striscia di Gaza, e il massiccio ingresso di aiuti umanitari nell’enclave.

 

I dettagli della bozza su cui hanno lavorato a Parigi David Barnea (Mossad), William Burns (CIA), Abbas Kamel (servizi di informazione egiziani) e Mohammed bin Abdulrahman Al Thani (primo ministro del Qatar) sono ora al vaglio di Hamas, che ha fatto sapere che a breve renderà nota la sua decisione. Tuttavia, secondo alcuni funzionari anonimi citati dal Washington Post, il progetto di accordo è ancora nelle fasi iniziali e molti dettagli restano da definire. È probabilmente proprio su questi ultimi che si giocherà la possibilità di un’interruzione del conflitto. Inoltre, dal punto di vista politico, restano grosse incognite: la tenuta del governo israeliano, diviso sulla prospettiva di un accordo; i calcoli di Hamas, che di fatto richiede una resa da parte di Israele; il ruolo del Qatar, continuamente accusato dall’estrema destra israeliana di essere uno strumento nelle mani del movimento terrorista; la capacità israeliana di raggiungere risultati tangibili sul campo.

 

L’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, Linda Thomas-Greenfield, ha affermato che «Hamas ora deve fare una scelta: può continuare a scavare tunnel, a pianificare il prossimo attacco, a usare i civili e le infrastrutture civili come scudi umani, oppure può deporre le armi e accettare la proposta di rilasciare tutti gli ostaggi», si legge sul Jerusalem Post. Gershon Baskin, già negoziatore per conto di Israele nelle trattive per il rilascio di Gilad Shalit, ha messo in luce un aspetto fondamentale della tattica negoziale di Hamas: una volta che avrà reso nota la contropartita per il rilascio degli ostaggi, ovvero la fine della guerra, il gruppo manterrà la posizione e negozierà soltanto sui dettagli ai margini. Hamas, sostiene Baskin, non è interessato a un’interruzione temporanea delle ostilità, soprattutto se in cambio dovesse liberare tutti gli ostaggi. Un concetto simile è espresso da Michael Milshtein, un ex funzionario dell’intelligence israeliana, il quale al Financial Times ha dichiarato che «siamo arrivati a un bivio: o si raggiunge un accordo completo [con Hamas per gli ostaggi] e ci si ritira, o si va verso il completo rovesciamento del regime di Hamas e la conquista di tutta Gaza. Occorre scegliere». Il problema, tuttavia, è che aumentano i dubbi non solo riguardo alla possibilità che gli ostaggi riescano a restare in vita qualora le ostilità proseguano, ma anche sull’efficacia dell’offensiva israeliana. Non è un caso, ha ricordato il quotidiano finanziario londinese, che i tre più importanti membri di Hamas a Gaza – Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwan Issa – siano ancora a piede libero.

 

Inoltre, secondo i dati diffusi dall’IDF sarebbero 17 su 24 i battaglioni di Hamas «dismantled» ma, come ha osservato Milshtein, ciò «non garantisce nulla: si tratta di termini militari convenzionali imposti a una forza molto più flessibile, che è passata alle [tattiche di] guerriglia per eccellenza». Ciononostante, Benjamin Netanyahu ha detto anche questa settimana durante una visita in Cisgiordania (dove Israele sta conducendo una guerra parallela, scrive Le Monde), che il suo governo «non scenderà a compromessi se non per una “vittoria totale”». In particolare, Netanyahu ha voluto precisare che non è disposto ad accettare alcun accordo che preveda il ritiro da Gaza. Inoltre, il primo ministro israeliano è sempre più ostaggio delle componenti estremiste del suo governo, simboleggiate da Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, ma che non si esauriscono a questi nomi. L’idea dell’estrema destra israeliana è chiara ed è stata riaffermata anche recentemente durante l’evento “Settlements Bring Security”, svoltosi a Gerusalemme. In quest’occasione il rabbino Eitan Cahn ha specificato che «l’unico modo per avere la pace è che gli arabi non siano a Gaza». L’evento è stato tutto fuorché un’iniziativa marginale: come si legge nel resoconto del Wall Street Journal, «11 ministri e 15 parlamentari – tra cui molti membri del partito Likud di Netanyahu – sono saliti sul palco per firmare una dichiarazione pubblica di sostegno al ristabilimento degli insediamenti israeliani a Gaza». Benny Gantz, membro del gabinetto di guerra instauratosi dopo gli attacchi del 7 ottobre, ha dichiarato che «la partecipazione dei ministri e dei membri della coalizione alla conferenza danneggia la società israeliana durante la guerra». È proprio sul tema degli insediamenti, eventuali a Gaza, fattuali in Cisgiordania, che si consuma una delle fratture più profonde tra Israele e Stati Uniti. Giovedì 1° febbraio il presidente americano Biden ha espresso tutta la sua insoddisfazione attraverso la diramazione di un ordine esecutivo che impone delle sanzioni su quattro coloni colpevoli di attacchi nei confronti dei palestinesi in Cisgiordania. L’insofferenza occidentale nei confronti dello Stato ebraico è dimostrata anche dal fatto che più di 800 funzionari governativi statunitensi ed europei hanno firmato una dichiarazione secondo cui le politiche dei loro governi in merito al conflitto a Gaza possono portare a «gravi violazioni del diritto internazionale».

 

L’esistenza di posizioni radicalmente opposte e la palpabile tensione all’interno dell’attuale governo è un aspetto fondamentale anche per comprendere i dilemmi di fronte a cui si trova Netanyahu nel caso dell’eventuale accordo con Hamas. Secondo Hamos Arel (Haaretz) «la destra [al governo] è preoccupata del fatto che un lungo cessate-il-fuoco porti effettivamente alla fine della guerra e lasci perciò Hamas al potere, quantomeno nel sud di Gaza». È per questo che Ben Gvir ha già minacciato di far cadere il governo se questa eventualità si presentasse. D’altro canto, non c’è molto da girarci intorno, afferma Arel: qualsiasi accordo che preveda anche la liberazione di prigionieri palestinesi implica l’ammissione che l’offensiva militare israeliana ha fallito. «Indipendentemente da come il governo scelga di presentare» l’eventuale accordo, si tratterebbe di una vittoria di Hamas. In ultima analisi, qualora una bozza venisse definitivamente presentata per l’approvazione, «in un modo o nell’altro […] la coalizione ha scarse prospettive di sopravvivere nella sua forma attuale. Qualunque sia la decisione di Netanyahu, o la destra o la sinistra lo abbandonerà». Non v’è certezza, poi, di quale sarebbe il passo successivo a un eventuale cessazione delle ostilità a Gaza: e se fosse l’apertura del fronte a nord contro Hezbollah?

 

Intanto le sofferenze sul campo aumentano senza sosta. Un ulteriore colpo arriva dalle polemiche che hanno coinvolto l’UNRWA. Secondo alcuni report dell’intelligence israeliana visionati dal Wall Street Journal, almeno 12 impiegati dell’agenzia delle Nazioni Unite sarebbero coinvolti nell’attacco compiuto da Hamas il 7 ottobre. Sei impiegati avrebbero addirittura preso parte in prima persona all’operazione. L’agenzia ha immediatamente licenziato i sospettati e avviato un’indagine interna. Tuttavia, dal lato israeliano non si è perso tempo per passare all’attacco: «il problema dell’UNRWA non sono solo “poche mele marce” coinvolte nel massacro del 7 ottobre. L’istituzione in quanto tale è un rifugio per l’ideologia radicale di Hamas», ha dichiarato un funzionario governativo dello Stato ebraico. Occorre sottolineare però che Sky News ha scritto di non aver trovato nei documenti presentati dall’intelligence alcuna prova del coinvolgimento dell’UNRWA a fianco di Hamas. Inoltre, in alcuni casi le accuse, anche qualora fossero verificate, non coinvolgerebbero direttamente l’agenzia. Ad ogni modo, quali che siano le simpatie dell’organizzazione, il suo ruolo nel distribuire aiuti alla popolazione, soprattutto in questa fase, è cruciale e l’interruzione dei finanziamenti (già comunicata da alcuni Paesi, tra cui l’Italia) si tradurrebbe in un’ulteriore, enorme, problema. Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha ricordato che l’UNRWA è «la spina dorsale di tutta la risposta umanitaria a Gaza» e, se le parole di Guterres possono essere di parte, sono gli stessi militari israeliani a dirsi preoccupati che senza l’UNRWA «la responsabilità per la distribuzione degli aiuti a Gaza ricadrebbe probabilmente sul governo di Israele».

 

La debolezza degli USA di fronte all’ascesa dell’Asse della Resistenza [a cura di Mauro Primavera]

 

Il 29 gennaio un drone ha colpito una base militare americana, la “Tower 22”, situata nella regione nordorientale della Giordania, al confine con la Siria, provocando la morte di tre marines: si tratta di uno degli attacchi più gravi ai danni degli Stati Uniti in Medio Oriente da quando è stata annunciato il “Diluvio di al-Aqsa”. Anche se l’operazione è stata rivendicata dalla “Resistenza Islamica in Iraq”, coalizione di milizie irachene filoiraniane che include Kataib Hezbollah, l’Iran ha cercato di stemperare i toni ed evitare l’escalation armata. Teheran ha immediatamente negato il suo coinvolgimento   nell’attacco e, come riporta Al Monitor, avrebbe ordinato a Kataib Hezbollah di annunciare la sospensione delle operazioni militari contro gli USA. L’obiettivo per la testata è chiaro: applicare la massima pressione agli americani senza cadere nell’escalation armata, scenario non auspicato dalla Repubblica Islamica a causa dei suoi problemi interni di natura socioeconomica.

 

Per il Wall Street Journal l’efficacia della strategia iraniana risiede come sempre nella plausible deniability: affidare ad attori alleati (ma dotati di ampio margine di autonomia) il compito di intraprendere atti ostili contro obiettivi americani, per poi prendere subito le distanze. Il Washington Post, invece, inserisce la notizia dell’attacco in un dibattito più ampio sulla possibilità (o l’opportunità) che l’America ritiri le sue truppe da Siria e Iraq. Le missioni militari in Siria e in Iraq erano state decise nel 2014 in risposta alla minaccia dello Stato Islamico, per poi essere prolungate anche dopo il collasso del Califfato, con l’obiettivo di prevenire il ricostituirsi di formazioni terroristiche. Tuttavia, osserva il quotidiano americano, «l’ambiente in cui operano è radicalmente mutato. Il gruppo jihadista assomiglia ora a un movimento ribelle, piuttosto che a una potenza capace di governare», mentre l’Iran e le componenti dell’Asse della Resistenza hanno incrementato la loro presenza nella regione, esponendo le truppe americane al rischio di attacchi e ritorsioni, aumentati a partire dal 7 ottobre. Non è però così semplice lasciare il Medio Oriente: fu proprio il ritiro dei marines nel 2011 dall’Iraq a creare un vuoto politico che permise allo Stato Islamico di prosperare.

 

Ishaan Tharoor scrive, sempre sul Washington Post, che la politica americana è divisa sulle possibili risposte all’aggressione: da una parte vi sono i falchi repubblicani, che propendono per l’escalation militare contro l’Iran, dall’altra vi è la Casa Bianca che, preoccupata per l’allargamento del conflitto, ha in programma una serie di attacchi chirurgici su precisi obiettivi. In effetti, ammette Tharoor, un conflitto aperto tra forze statunitensi e iraniane vanificherebbe le speranze per un cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Gli effetti collaterali sarebbero disastrosi: scontro totale tra Hezbollah e Israele e destabilizzazione dei regimi alleati come l’Egitto, la Giordania e i Paesi del Golfo. Inoltre, lo scontro porterebbe alla spaccatura definitiva del blocco delle democrazie occidentali tra un gruppo di Paesi, come il Regno Unito, che rimarrebbero fedeli a Washington, e un altro, in cui figurano Francia, Germania e Italia, che cercherebbe di riallacciare contatti diplomatici con Teheran. Su The Atlantic, l’esperto di Studi strategici e Relazioni internazionali Eliot Cohen critica la strategia militare statunitense in funzione anti-iraniana. L’errore più grave è quello di aver discusso la minaccia iraniana in maniera frammentata: si è sempre parlato di questione ostaggi, di dossier sul nucleare, di caso iracheno, mai si è affrontato nella sua interezza «il problema della Repubblica Islamica iraniana». Questo approccio «parcellizzato, limitato e ingenuo continua a dimostrarsi fallimentare, e ogni fallimento non fa che peggiorare la situazione: il programma nucleare non si è interrotto. I proxy iraniani sono più forti e attivi che mai. Il regime è sempre più belligerante […]. Ha costruito una solida partnership con la Russia. La sua retorica è più violenta e ostile come mai prima d’ora». Occorre, secondo Cohen, un cambio di passo da parte dell’amministrazione USA, che deve intraprendere una strategia meno accomodante e focalizzata sul contenimento di Teheran. Un’azione forte e decisa riceverebbe il sostegno degli avversari dell’Iran, soprattutto di quella parte della popolazione ostile al regime che periodicamente scende nelle piazze per manifestare. Pessimo anche il giudizio di Haaretz. Gli Stati Uniti, impegnati in un lungo ed estenuante conflitto con milizie, bande e attori ibridi, appaiono deboli. Un’impressione confermata dal fatto che Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti stanno impostando le loro politiche estere senza coordinarsi con Washington.

 

Ci pensa Foreign Policy a offrire tre opzioni a Biden. La prima è quella di colpire dentro l’Iran, in particolar modo le strutture appartenenti ai Guardiani della Rivoluzione. La seconda prevede una serie di attacchi contro asset iraniani nella regione, dalle navi merci alle milizie sciite irachene. La terza, invece, prevede la ripresa delle relazioni diplomatiche e il raggiungimento di un accordo per il riconoscimento dello Stato palestinese.  

 

Le reazioni all’ordinanza della Corte dell’Aja [a cura di Mauro Primavera]

 

Una settimana fa, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja (ICJ) ha riconosciuto la plausibilità delle accuse rivolte dal Sudafrica a Israele e il diritto dei palestinesi a essere protetti da possibili atti di genocidio. Sferzante il commento a caldo di Netanyahu: «il semplice fatto che si ipotizzi che Israele abbia commesso il genocidio contro i palestinesi non solo è falsa, ma anche oltraggiosa. La volontà della Corte di discuterla è un’infamia che durerà per generazioni». Nei giorni successivi sono arrivate anche le analisi più approfondite. La testata israeliana Haaretz definisce la sentenza un «capolavoro di cautela e moderazione» per poi indignarsi per il sollievo del governo davanti alla “mitezza” della sentenza: «solo in Israele, che inganna sé stesso, può “tirare un sospiro di sollievo” e persino “festeggiare”. Uno Stato che è indagato per genocidio dalla Corte delle Nazioni Unite dovrebbe vergognarsi e non celebrare alcunché. Uno Stato il cui presidente e importanti ministri sono sospettati di incitamento al genocidio dovrebbero indossare il saio, non meravigliarsi di grandi e immaginifici risultati. Venerdì ogni israeliano avrebbe dovuto agitarsi sulla propria sedia, per il semplice fatto che si è tenuto il processo, e provare un profondo senso di vergogna e umiliazione nel sentire le motivazioni della sentenza […]. Sarà ora un po’ più difficile accusare il tribunale di antisemitismo, visto che non ha ordinato a Israele di interrompere la guerra». Secondo Politico i toni arroganti usati dai leader israeliani nascondono in realtà una profonda sensazione di disagio: «Israele tiene molto in considerazione la ICJ ed è in allarme per il fatto di venire messa sullo stesso piano della Russia», anch’essa sub judice per crimini legati all’invasione dell’Ucraina. L’editorialista del  Washington Post, Ruth Marcus, invece, stronca la decisione della Corte: «vi è un grave fraintendimento del concetto di genocidio. Sarebbe tremendo se applicato contro qualsiasi Stato, ma è oltremodo offensivo se diretto contro Israele, Paese sorto dalle ceneri del peggior genocidio della Storia […] Se in questa guerra c’è una parte colpevole di genocidio, quella è Hamas», perché «ripeterebbe le atrocità del 7 ottobre, se potesse». Marcus, ebrea sionista ma ostile al governo di Netanyahu, aggiunge però che «niente può difendere le azioni di Israele prima e dopo il 7 ottobre».

 

Il New Arab, quotidiano anglofono di proprietà qatarina, approva il messaggio che la Corte ha voluto mandare: nessun silenzio da parte della comunità internazionale sulla «condotta criminale» degli israeliani a Gaza. Tuttavia, il semplice monito da solo non basta, e probabilmente rimarrà lettera morta: il Tribunale è infatti privo di strumenti di coercizione necessari a rendere effettive le sue decisioni. Come se non bastasse, aggiunge la testata, Israele ha dimostrato più in volte in passato il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale, ed è probabile che anche questa volta lo ignorerà. Infine, il verdetto della ICJ non sembra aver provocato significative reazioni presso le cancellerie occidentali, segno che continueranno a restare al fianco dello Stato ebraico. Non così nel mondo arabo: alle Nazioni Unite, la missione permanente algerina, sotto indicazioni del presidente Abdelmajid Tebboune, ha richiesto la convocazione dell’Assemblea per delineare una serie di misure volte a rendere effettive e vincolanti le disposizioni della Corte. Per Middle East Eye le disposizioni dell’Aja riguardano anche l’Egitto, considerato complice del massacro per il fatto di aver chiuso il valico di Rafah, cedendo così alle pressioni degli israeliani. Ora che la ICJ ha chiesto a Israele di permettere l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia, il Cairo non potrà «sottrarsi al suo compito».  

 

 

Presentato il “Piano Mattei”, tra speranze e critiche [a cura di Claudio Fontana]

 

Lunedì, durante una conferenza a cui hanno partecipato 25 tra leader africani, autorità europee e istituzioni internazionali, Giorgia Meloni ha presentato il tanto atteso “Piano Mattei” per l’Africa. Il piano comprende «progetti dal Marocco al Mozambico [che] permetteranno all’Africa di diventare un importante esportatore di energia verso l’Europa». L’Italia ne beneficerebbe non solo in quanto gli investimenti e lo sviluppo africano dovrebbero ridurre i flussi migratori, ma – si legge nella ricostruzione dell’Associated Press – diventando l’hub energetico di connessione tra l’Africa e l’Europa. È interessante osservare in che modo i quotidiani francesi hanno seguito l’evento. La Francia è ancora pesantemente coinvolta in Africa, ma è descritta come «in ritirata». Al contrario, ha scritto Le Monde, l’Italia, «ritiene intatta la sua immagine nel continente, si compiace di essere risparmiata dalle accuse di neocolonialismo e si pone quindi come facilitatore delle relazioni euro-africane». Il quotidiano francese Les Echos ha voluto sottolineare il cambio di tono di Meloni, passata dal parlare di un «blocco navale» nei confronti dell’Africa alla «costruzione di un ponte per crescere insieme». Un’altra affermazione ripresa sia da Les Echos che dalla maggior parte dei quotidiani francesi è: «dobbiamo abbandonare un atteggiamento paternalistico o predatorio nei confronti del continente [africano] per cooperare su un piano di parità». Les Echos dà spazio anche a critiche più esplicite nei confronti dell’iniziativa italiana, sottolineando le dichiarazioni di una quarantina di organizzazioni della società civile africana secondo cui la vera motivazione dell’Italia è «aumentare l’accesso al gas fossile africano a beneficio dell’Europa e rafforzare il ruolo delle imprese italiane nello sfruttamento delle risorse naturali e umane dell’Africa». Non mancano i giudizi positivi: l’ambasciatore del Congo Brazzaville (Paese dove opera l’ENI, ha sottolineato prontamente Le Monde…), ha dichiarato che «gli italiani hanno capito che siamo passati a un’altra epoca e non danno lezioni. Questo è un vantaggio. Tempi diversi, modi diversi». Non a caso, se è vero che il piano presentato da Meloni si articola in cinque macro aree (l’economia e le infrastrutture, la sicurezza alimentare, la transizione energetica, la cultura e la formazione, le migrazioni e la sicurezza), occorre segnalare, e l’ha ricordato ancora Le Monde in un altro articolo, che «più che un programma definitivo, quello presentato da Meloni è un approccio» o, per usare le parole del leader di Fratelli d’Italia, «soprattutto una filosofia». Una prospettiva molto critica è quella espressa da Ghazi Ben Ahmed, fondatore dell’Iniziativa Mediterranea per lo Sviluppo, che su Jeune Afrique sostiene che dietro alle frasi di Meloni circa un trattamento alla pari dei Paesi africani si cela in realtà la volontà di mostrare come un «governo di estrema destra gestisce la questione migratoria». Inoltre, più che puntare allo sviluppo dell’Africa, secondo Ben Ahmed l’obiettivo italiano è quello di ottenere l’accesso al gas africano, rallentando peraltro i progetti sulla transizione verso fonti energetiche green.

 

Inizialmente il piano avrà un valore economico di 5,5 miliardi di euro. Da questo punto di vista ci sono almeno due punti critici. Il primo è quello sollevato durante la conferenza da Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’Unione Africana: «voglio sottolineare qui la necessità di passare dalle parole alle azioni. Potete ben comprendere che noi [africani] non possiamo più essere soddisfatti con le mere promesse che spesso non vengono mantenute». Di certo non sarà semplice anche perché, come ha sottolineato Reuters, l’Italia si troverà a dover competere con i capitali di Paesi come Russia, Cina, Turchia e Stati del Golfo, mentre le risorse italiane appaiono estremamente limitate. Anche Politico Europe ha sottolineato i punti deboli dell’iniziativa. Certamente quello delle risorse, ma non soltanto: «l’Africa è un luogo enorme e complesso e potrebbero servire anni se non decenni affinché maturino i frutti della sua strategia [di Meloni, NdR], sempre che maturino».

 

ISIS colpisce una chiesa in Turchia [a cura di Claudio Fontana]

 

Il 28 gennaio un attentato ha colpito i cattolici riuniti per la messa nella chiesa di Santa Maria a Istanbul, nella zona europea della città sul Bosforo. Due uomini a volto coperto hanno fatto irruzione durante la cerimonia e hanno ucciso una persona, prima che – come riporta France24 – le armi si inceppassero e gli assalitori si dessero alla fuga, per essere poi arrestati dalla polizia turca. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha parlato telefonicamente con il sacerdote della chiesa e ha espresso la sua vicinanza alla piccola comunità cattolica locale. Una condanna è giunta anche dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, mentre Papa Francesco ha manifestato il suo sostegno alla presenza cattolica in Turchia.

 

Inizialmente le autorità turche avevano affermato che si era trattato di un’uccisione mirata e non di un attentato vero e proprio. In seguito però, la “Provincia Turca” dello Stato Islamico ha rivendicato l’operazione, giustificandola con la necessità di colpire cristiani ed ebrei ovunque si trovino, come indicato dalle autorità centrali di ISIS.

 

La nazionalità degli attentatori, però, non era turca: i due uomini, infatti, hanno passaporto russo e tagiko. Secondo l’esperto di jihadismo Aaron Y. Zelin (Washington Institute for Near East Policy) la provenienza degli assalitori potrebbe suggerire un collegamento con la branca afghana di Isis (IS-K), senza dubbio la sezione più attiva e più organizzata del gruppo terrorista in questa fase storica. Zelin ha ricordato infatti che negli ultimi mesi le forze di sicurezza turche hanno arrestato diversi appartenenti a IS-K di origine russa e tagika. Inoltre, fatto ancora più significativo, a fine dicembre è stato sventato un attentato che aveva per obiettivi proprio chiese e sinagoghe.

 

In breve

 

In Iran quattro detenuti curdi, accusati di collaborare con Israele, sono stati giustiziati. Nel 2023 il numero delle esecuzioni compiute da Teheran sarebbe aumentato del 68% (Le Monde).

 

L’ex primo ministro pachistano Imran Khan e sua moglie Bushra Bibi sono stati condannati a 14 anni di carcere per corruzione (Al-Jazeera).

 

Il nuovo emiro del Kuwait si è recato in Arabia Saudita per la sua prima visita di Stato (Al-Monitor).

 

Il ministero dell’Energia saudita ha comunicato ad Aramco la necessità di interrompere i piani per l’aumento della sua capacità produttiva da 12 a 13 milioni di barili di petrolio al giorno (CNBC).

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