Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 14/10/2022 17:14:38

 

Libano e Israele hanno trovato un accordo per la definizione dei loro confini marittimi (qui il testo completo) dopo che per un attimo era parso di essere vicini al collasso delle trattative. Martedì è invece stato annunciato il via libera definitivo, raggiunto tramite la mediazione dell’inviato statunitense Amos Hochstein. L’intesa pone fine alla disputa su circa 800 chilometri quadrati di mare all’interno dei quali si trovano i contesi giacimenti di gas di Karish e Qana.

 

Qual è il significato di questo accordo? In primo luogo allontana, anche se non elimina, lo spettro di una nuova guerra nella regione. Ariel Ezrahi, analista dell’Atlantic Council intervistato dal New York Times ha sottolineato che «nessuno di noi si illude che questo sia un accordo di pace» tra i due Paesi, eppure è fondamentale non «sottostimarne l’importanza, non soltanto per il Libano e Israele, ma per la regione intera». Secondo Ezrahi è stato fatto un passo verso la quiete nel Mediterraneo orientale, «una buona notizia anche per l’Europa che cerca di diversificare le sue fonti energetiche».

 

Il primo ministro israeliano Yair Lapid ha affermato che l’accordo «va incontro a tutti i principi securitari ed economici delineati da Israele e garantisce la stabilità del confine settentrionale» dello Stato ebraico. Di tono simile le dichiarazioni del presidente libanese Michel Aoun, secondo il quale «la versione finale soddisfa il Libano, accoglie le sue richieste e preserva i diritti sulla sua ricchezza naturale».

 

I principali interrogativi riguardavano la posizione della milizia sciita pro-iraniana Hezbollah, potenzialmente in grado di rendere inefficace l’accordo qualora desse seguito alle minacce di attacchi alle infrastrutture offshore israeliane. Una prima indicazione positiva in questo senso è arrivata tramite due fonti anonime citate da Reuters, secondo le quali Hezbollah avrebbe dato il suo benestare alla firma. In seguito, è stato direttamente il leader Hassan Nasrallah a ufficializzare il suo benestare. Come ha scritto Anthony Samrani sul quotidiano libanese L’Orient Le-Jour, Hezbollah avrebbe potuto far saltare i negoziati in vari modi, ma ha scelto di non farlo. Piuttosto, ha specificato Samrani, Nasrallah ha «giocato col fuoco, ma ha preparato il suo pubblico all’impossibile e al proibito», ovvero a scendere a patti col nemico. È significativo che nel farlo, e nel riconoscere la validità dell’accordo, Nasrallah «per una volta abbia riconosciuto nominalmente la sovranità» dello Stato libanese. L’ha fatto, scrive Samrani, per un calcolo economico – la crisi libanese è gravissima – e politico, perché oggi il suo obiettivo principale è consolidare la propria posizione all’interno del Libano. Inoltre, Hezbollah ha ottenuto il fondamentale via libera da Teheran.

 

Haaretz ha sottolineato che fonti interne alla Difesa israeliana hanno sollevato un interrogativo riguardo alle implicazioni «politiche e legali» dell’accordo e alle modalità con cui verrà concretamente realizzato. Inoltre, come ha ricordato il Washington Post, il testo su cui è stata trovata un’intesa pone fine soltanto alla disputa riguardo al confine marittimo, mentre resta irrisolta la questione dei circa 80 chilometri di frontiera terrestre, ancora pattugliati dalle forze della missione ONU.

 

Secondo i termini del testo su cui sono convenuti i negoziatori dei due Paesi, il Libano potrà sfruttare le risorse dei giacimenti nelle acque finora contese. Questo potrebbe essere un aiuto importante per la sua economia in profondissima crisi anche se, come ha ricordato L’Orient Le-Jour, ci vorranno anni prima che Beirut possa monetizzare dalla vendita del gas. Il Wall Street Journal ha invece messo in luce come l’accordo apra la strada all’esportazione in Europa del gas israeliano, derivante dal controllo completo sul giacimento di Karish da parte dello Stato ebraico. Secondo alcune indiscrezioni sarà invece la società francese Total a sviluppare il giacimento di Qana per conto del Libano, e sarà la stessa multinazionale a versare a Israele una percentuale dei ricavi derivanti da questo progetto, la cui collocazione è a cavallo del confine stabilito. 

 

Il Libano dovrà ratificare l’accordo entro la fine del mese, prima della scadenza del mandato presidenziale di Aoun, mentre in Israele il gabinetto ristretto ha già approvato il testo. Le cose sono però complicate dal fatto che Benjamin Netanyahu ha già reso noto che non rispetterà l’intesa qualora diventasse nuovamente primo ministro in seguito alle prossime elezioni. Secondo l’ex premier infatti, più che di un accordo si dovrebbe parlare di una «resa alle richieste di Hezbollah». Netanyahu ha inoltre affermato che Lapid, in quanto premier a interim, non aveva alcuna autorità per apporre la firma su un documento di questo genere.
 

Il solco tra Riyad e Washington diventa fossato?

 

La decisione dell’OPEC+ di tagliare la produzione di petrolio, ha scavato un solco nelle relazioni tra Stati Uniti e Paesi del Golfo, Arabia Saudita in particolare. Solco che si è approfondito questa settimana. Nel corso di un’intervista con la CNN il presidente americano Joe Biden ha comunicato di essere pronto a riconsiderare l’intera relazione con l’Arabia Saudita e di valutare qualche forma di ritorsione verso Riyad. Tra le ipotesi, lo stop alla vendita di armamenti o la riduzione della cooperazione securitaria tra i due Paesi. Si tratta però di relazioni profonde che garantiscono benefici a entrambi i Paesi coinvolti e non a caso fonti militari interpellate dal Wall Street Journal hanno immediatamente sottolineato che la cooperazione non verrà meno.  

 

«Ci saranno delle conseguenze per ciò che [i sauditi] hanno fatto con la Russia», ha detto Biden. Le pressioni su Riyad sono forti: sempre il Wall Street Journal ha confermato il tentativo americano di convincere l’OPEC+ a rinviare di un mese il taglio della produzione (dopo le elezioni di mid-term dunque), ma la richiesta è stata rifiutata da Riyad. In seguito alle critiche ricevute, alla minaccia di ritirare la partecipazione americana alla Future Investment Initiative e alla possibilità di limitare le esportazioni di armamenti verso il Golfo, il ministero degli Esteri saudita ha dovuto diramare una lunga e inconsueta nota nella quale ha difeso le scelte saudite e respinto le critiche ricevute. Il taglio alla produzione di petrolio, si legge nella nota diffusa, è motivato esclusivamente da ragionamenti economici. Inoltre, puntualizzano da Riyad, le decisioni dell’OPEC sono ottenute per consenso e non sono dunque il frutto della decisione unilaterale di Muhammad bin Salman. Ma soprattutto, Riyad ha smentito categoricamente le letture secondo cui l’Arabia Saudita starebbe prendendo le parti della Russia nel conflitto con l’Ucraina. A (parziale) conferma di questa lettura dei fatti è arrivato il voto dell’Assemblea Generale dell’ONU, che ha dato all’Arabia Saudita l’occasione di mostrare la sua contrarietà all’invasione russa. Riyad ha infatti votato insieme ad altri 142 Paesi per condannare l’annessione di territori ucraini da parte della Russia e dunque la violazione della Carta delle Nazioni Unite. Adel al-Jubeir, ministro di Stato per gli Affari Esteri dell’Arabia Saudita, ha ribadito che la relazione tra Washington e Riyad è solida e supererà questo momento. Anche se sappiamo che le risoluzioni dell’Assemblea Generale non sono vincolanti, è comunque in qualche modo indicativo che tutti i Paesi mediorientali abbiano votato a favore della risoluzione, con la sola eccezione della Siria, che si è opposta e dell’Iran, che non ha preso parte alla votazione (attenzione: ben 19 Stati africani si sono invece astenuti!).

 

[Per saperne di più sull’Arabia Saudita vi consigliamo l’approfondimento della nostra ricercatrice Chiara Pellegrino nel nuovo numero di Scenari in edicola da oggi]

 

L’Arabia Saudita non è però l’unico Paese del Golfo la cui lealtà verso gli Stati Uniti è messa in discussione. Ha destato un certo stupore il fatto che appena dopo il bombardamento russo su Kiev che ha provocato diverse vittime civili, Mohammed bin Zayed ha annunciato che si sarebbe recato in visita dal presidente russo Vladimir Putin. Secondo quanto riportato da tre diverse fonti al Financial Times, la visita di MbZ è stata compiuta nello «spirito della mediazione». L’influente politologo emiratino Abdulkhaleq Abdulla ha sottolineato che MbZ è uno dei pochi leader che ancora può parlare sia con Mosca che con le capitali europee e Washington. Diversi video diffusi dopo l’incontro testimoniano che di certo Putin ha apprezzato la visita del principe emiratino, al quale ha persino prestato la sua giacca per ripararsi dal freddo di San Pietroburgo. Secondo il Financial Times, gli Emirati si sarebbero anche opposti al taglio della produzione di petrolio, ma non sono riusciti a imporre la propria posizione. Si tratta di una versione dei fatti coerente con le dichiarazioni di John Kirby dalla Casa Bianca: «altre nazioni in seno all’OPEC ci hanno comunicato privatamente di essere in disaccordo con la scelta saudita di tagliare la produzione di petrolio, ma si sono sentite obbligate a sostenere» la direzione imposta da Riyad alla riunione dei Paesi produttori.

 

Nuovi settori si uniscono alle proteste in Iran

 

Non ci sono segni che le proteste scoppiate in Iran dopo la morte di Mahsa Amini possano fermarsi. In alcune zone del Paese, anzi, le manifestazioni sono sempre più intense. È il caso della provincia occidentale del Kurdistan, in particolare della città di Sanandaj dove, secondo quanto riportato da al-Monitor, la repressione è particolarmente violenta.

 

Una novità significativa è emersa questa settimana: nella provincia ricca di petrolio di Bushehr circa 700 lavoratori di un impianto petrolchimico hanno iniziato uno sciopero, coinvolgendo per la prima volta dall’inizio delle proteste l’industria degli idrocarburi. Secondo Amwaj Media anche i lavoratori delle raffinerie di Kangan e Abadan hanno incrociato le braccia, e questo ha spinto alcuni a tracciare dei parallelismi con gli scioperi del 1978 che contribuirono a far cadere il regime dello shah. Tuttavia, se è vero che queste iniziative non vanno sottovalutate, è altrettanto importante non esagerarne l’impatto: lo storico Peyman Jafari ha evidenziato infatti che, finora, a scioperare sono soprattutto i lavoratori con contratti a termine e non i lavoratori permanenti degli impianti, ciò che avrebbe conseguenze molto più profonde.

 

Come ha raccontato il Financial Times, anche molte celebrità iraniane si sono unite alle proteste e dopo diversi calciatori anche un cantante come Shervin Hajipour ha manifestato tramite Instagram la sua contrarietà alle politiche della Repubblica Islamica. Dalle donne ai lavoratori del petrolchimico, passando per le celebrità, l’opposizione al regime teocratico corre anche online: alcuni attivisti hanno hackerato la televisione di Stato iraniana e proiettato al posto delle trasmissioni ufficiali un’immagine che ritrae Khamenei al centro di un mirino e avvolto dalle fiamme. Nel frattempo, il presidente della Repubblica Ebrahim Raisi ha reiterato l’accusa agli Stati Uniti che sarebbero i responsabili dei tentativi di destabilizzazione del Paese.

 

[Un nostro intervento sulle proteste in Iran è disponibile nell’ultimo numero di Scenari in edicola]

 

 

In breve

 

Negli ultimi giorni, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est sono scoppiate nuove violenze dopo che quattro ragazzi palestinesi sono stati uccisi dalle forze di sicurezza israeliane in un campo profughi di Jenin. Come riporta Reuters, dopo anni si «relativa calma, più di cento palestinesi della Cisgiordania sono stati uccisi quest’anno, la maggior parte dei quali da marzo in poi». In questo contesto, è emersa una nuova organizzazione, chiamata “La tana del leone”, attiva soprattutto nella zona di Nablus, che prende di mira forze di sicurezza e coloni israeliani. Un articolo di Haaretz afferma che i membri di questo gruppo sono perlopiù giovani laici, tra i 18 e i 24 anni, che non frequentano la moschea e non sono influenzati da figure religiose

 

In Turchia è stata approvata una legge sulla “disinformazione” che, secondo i critici, avrà l’effetto di limitare ulteriormente le critiche nei confronti del presidente Erdoğan nella prossima campagna elettorale

 

Il gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham ha conquistato la città di Afrin, una postazione strategica nella provincia di Aleppo

 

 

Un accordo storico ma fragile

Rassegna della stampa araba a cura di Mauro Primavera

 

Un evento come l’accordo (ittifāq) sulla demarcazione dei confini marittimi tra Israele e Libano per lo sfruttamento del gas non poteva che generare un’ampia gamma di analisi e commentari. Al-‘Arabi al-Jadid introduce l’argomento con una vignetta piuttosto cruda: una piattaforma off-shore israeliana a forma di colomba che sputa fuoco, seminando morte e distruzione nelle acque circostanti, dove galleggiano numerosi corpi di naufraghi e le bandiere di Palestina, Egitto, Siria (sia quella ufficiale del regime siriano che lo stendardo dell’opposizione). Nell’articolo si sottolinea come l’intesa rappresenti, per entrambe le parti, un “accordo storico” in quanto da un lato risolve i problemi di sicurezza nazionali di Tel Aviv, dall’altro rappresenta un punto di svolta per la situazione socioeconomica di Beirut: «si potrebbe dire che il vincitore è, fondamentalmente, l’interesse economico».

 

Tuttavia, la crisi libanese non è l’unico fattore che ha portato all’ittifāq: vi è anche la volontà americana di arrivare a una risoluzione del confronto con Israele assicurando la stabilità del Mediterraneo orientale. «Tutto ciò ci porta a concludere che l’accordo di demarcazione è il risultato delle difficili condizioni interne libanesi, della decisiva volontà internazionale e degli interessi economici israeliani».

 

L’ultimo paragrafo fa un paragone con un altro partenariato tra i due Paesi, quello del 17 maggio 1983, rimasto in vigore appena dieci mesi. Anch’esso era stato considerato all’epoca come il primo passo verso la pace dopo l’invasione israeliana del Libano meridionale e, proprio come oggi, era stato firmato in un momento molto difficile per Beirut. Tuttavia, commenta al-‘Arabi, «non c’è paragone fra l’accordo di allora e la demarcazione odierna» limitata, quest’ultima, al solo ambito economico e securitario.

 

Il quotidiano libanese al-Nahar tenta, da una parte, di presentare l’intesa come l’assolvimento di una richiesta di lungo corso da parte di molte persone, aggiungendo che si tratta di «una grande opportunità» che potrebbe non ripresentarsi nei prossimi anni»; dall’altro, fa notare come sia ancora presto per analizzare il trattato, in quanto manca ancora la pubblicazione del documento in lingua araba. In un altro articolo dal titolo “Non la chiameremo pace, ma razionalità” si legge che «lo Stato ratifica un accordo elusivo con Israele con la mediazione statunitense, anche se il riconoscimento di Israele […] non ci sarà. Tuttavia, la peggiore risposta che può essere data a queste domande legittime è un silenzio sospetto».

 

Non ci sono ancora prese di posizione da parte del giornale filo-Hezbollah al-Akhbar, che si limita a riportare le parole del presidente della repubblica Michel Aoun e a soffermarsi sull’iter legislativo della Knesset e sulla mediazione americana. Per quanto riguarda il processo di ratifica libanese, invece, il giornale sottolinea che la tempistica dipenderà dal tipo di definizione finale che verrà dato al documento: le possibilità sono la pubblicazione di un trattato (mu‘āhada), di un accordo (ittifāq), oppure di intesa (tafāhum), che sembra l’opzione più probabile e la meno problematica da un punto di vista giuridico e politico.    

 

Per Al-Quds al-‘Arabi l’Ittifāq rappresenta un vantaggio sia per Michel Aoun, in vista della possibile rielezione alla presidenza fissata al prossimo 31 ottobre, sia per gli Stati Uniti che, grazie all’accordo, «fermano il declino del prestigio americano in Medio Oriente». Al-Hurra, testata arabofona con sede negli Usa, sostiene che l’approvazione dell’Ittifāq indebolirà il ruolo regionale di Hezbollah ma non danneggerà più di tanto il consenso di cui questo gode all’interno del Paese. 

 

 

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