Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale

Ultimo aggiornamento: 22/12/2023 17:11:33

La condotta delle forze armate israeliane a Gaza è sempre più oggetto di disapprovazione. In un editoriale pubblicato sul Telegraph, l’ex ministro della Difesa britannico Ben Wallace, in carica fino allo scorso agosto, ha criticato duramente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: «l’errore di Netanyahu è stato non prevenire l’attacco del 7 ottobre. Ma se pensa che una furia omicida possa correggere la situazione, allora si sbaglia di grosso». Una «furia omicida» che colpisce in primo luogo i palestinesi: sono ormai più di 20.000 i morti. I «metodi di attacco rozzi e indiscriminati», sommati a un così grande numero di lutti, rischiano di alimentare il conflitto «per altri 50 anni», ha scritto Wallace. Nelle ultime settimane, poi, è emerso in maniera sempre più chiara che non sono soltanto i miliziani di Hamas a essere colpiti dall’esercito israeliano: i casi più recenti parlano dell’uccisione di due donne cattoliche, di un funzionario del consolato francese morto in un bombardamento a Rafah e di tre ostaggi israeliani uccisi dal fuoco amico.

 

Il 16 dicembre il Patriarcato Latino di Gerusalemme ha denunciato l’uccisione da parte di un cecchino israeliano di due donne, Nahida Khalil Anton e sua figlia Samar, colpite a sangue freddo mentre si trovavano all’interno del complesso della parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza. Nello specificare che nella parrocchia sono ospitati esclusivamente civili, il Patriarcato ha anche sottolineato che una delle due donne è stata raggiunta dal fuoco israeliano mentre tentava di mettere in salvo l’altra. Inoltre, missili israeliani hanno colpito il convento delle Missionarie della Carità, mettendo fuori uso tutte le fonti di approvvigionamento energetico e rendendo impossibile l’uso dei respiratori da parte dei disabili che vi sono ospitati. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno inizialmente smentito questa ricostruzione e ribadito che «considerando che le comunità cristiane sono un gruppo di minoranza in Medio Oriente», prestano massima attenzione a possibili danni a chiese o civili. Tuttavia, Tsahal ha in seguito ammesso che c’è stato un «incidente» nella zona della parrocchia, nei cui pressi si sarebbero trovati operativi di Hamas. Lunedì anche Papa Francesco ha condannato l’accaduto, equiparandolo a un atto di terrorismo.

 

Un altro caso tristemente eclatante è quello relativo alla morte di tre ostaggi israeliani, uccisi proprio dalle forze dello Stato ebraico. L’indagine militare sulla vicenda, riassunta da Haaretz, ha mostrato una serie di inefficienze ed errori che hanno portato alla morte di Samer al-Talalka, Yotam Haim e Alon Shamriz. Inoltre, continua a non esserci traccia del ricercato numero uno, il leader di Hamas a Gaza Yahya Sinwar. La violenza dell’offensiva israeliana e la scoperta di nuovi tunnel e di un centro di comando a Gaza City non hanno finora dato i risultati sperati: la leadership di Hamas è in gran parte ancora a piede libero. Nemmeno la taglia da 400.000 dollari posta da Israele sulla testa di Sinwar ha finora funzionato. Come ha sottolineato il New York Times, non c’è traccia nemmeno di Rafi Salameh, uno dei comandanti militari più ricercati, e di Mohammed Deif, capo delle Brigate al-Qassam. È anche per questo che Jeremy Scahill su The Intercept propone un’analisi molto dura nei confronti dello Stato ebraico: «a livello militare, le cose non vanno bene. Israele, uno Stato nazione dotato di armi nucleari, di moderni sistemi di armamento, di capacità di intelligence e pienamente sostenuto dal Paese più potente della Terra, sta disperatamente lottando per ottenere una vittoria tattica significativa nei confronti delle forze armate della guerriglia palestinese a Gaza». Mentre lo Stato ebraico fa affidamento per la propria difesa su armamenti e tecnologie all’avanguardia, ma molto costosi, i droni di Hamas, «economici e improvvisati, stanno superando in astuzia l’alta tecnologia militare di Israele», ha scritto Bloomberg.

 

Giovedì l’OMS ha fatto sapere che nel Nord di Gaza non è più presente nessun ospedale regolarmente funzionante a causa della mancanza di personale, rifornimenti sanitari e carburante. Delle complessive 36 strutture mediche presenti nell’enclave, solo 9 sono ancora in funzione, ma sono tutte concentrate al sud. Come se non bastasse, un’indagine indipendente pubblicata dal Washington Post mostra che è tutt’altro che “evidente” che l’assalto israeliano all’ospedale di al-Shifa fosse giustificato dall’utilizzo delle sue strutture come centri di comando e collegamento da parte di Hamas.

 

Il Wall Street Journal sostiene che via via che la devastazione colpisce Gaza, aumentano coloro i quali ritengono che Hamas sia colpevole di aver portato le bombe israeliane sulla popolazione della Striscia. I risultati di un’indagine condotta dal Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah mostrano un quadro più complesso: mentre in Cisgiordania il sostegno per Hamas è più che triplicato nel periodo settembre-dicembre, al contrario nella Striscia di Gaza, dal 7 ottobre ad oggi, il sostegno al movimento di resistenza islamica è salito solamente dal 42% al 44%. Secondo Mkhaimar Abusada, politologo dell’Università Al-Azhar di Gaza, nei primi giorni seguenti all’attacco del 7 ottobre «la gente [nella Striscia] era felice. Ma quando Israele ha iniziato a bombardare Gaza, distruggendo infrastrutture e uccidendo civili, le cose sono cambiate». Da allora, i palestinesi hanno iniziato a ritenere l’attacco del 7 ottobre e in particolare «l’uccisione di civili israeliani, donne e bambini, un errore strategico che ha spinto Israele alla guerra attuale».

 

Chances per un cessate-il-fuoco o rischio di un secondo fronte

 

È proprio per via della gravità della situazione che si moltiplicano le spinte per raggiungere quanto meno una pausa nei combattimenti. Israele sta subendo pressioni sia da parte di alleati occidentali come Regno Unito, Francia e Germania, preoccupati dall’eccessivo numero di morti civili, che da una porzione della sua popolazione. Come ha scritto il Financial Times, infatti, nel Paese si sono verificate alcune tra le più significative manifestazioni dall’inizio della guerra per chiedere la liberazione degli ostaggi che si trovano ancora nelle mani di Hamas. Una novità si è registrata martedì, quando il presidente israeliano Isaac Herzog ha dichiarato che Israele è «pronto per un’altra pausa umanitaria» che favorisca il rilascio degli ostaggi. Un ruolo fondamentale è quello della mediazione qatariota, passata anche attraverso un incontro tra il capo della Cia Bill Burns, quello del Mossad David Barnea e il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman al-Thani. Secondo una fonte citata dal Financial Times, Barnea era pronto a recarsi a Doha per favorire i colloqui, ma Netanyahu ha posto il veto sul viaggio. La maggior parte degli ostaggi ancora detenuti da Hamas sono soldati o riservisti e per questo il movimento islamista esige un prezzo più alto per il loro rilascio. Tuttavia, l’arrivo di Ismail Haniyeh (che precedentemente aveva incontrato il ministro degli Esteri iraniano) in Egitto aumenta le speranze per il raggiungimento di un accordo. Secondo l’AFP Haniyeh vedrà il capo dei servizi segreti egiziani Abbas Kamel, con il quale discuterà come «fermare l’aggressione e la guerra, per preparare un accordo per il rilascio dei prigionieri e la fine dell’assedio», ha dichiarato una fonte interna ad Hamas. Uno dei punti dirimenti riguarda chi, tra i prigionieri palestinesi detenuti da Israele, sarà rilasciato in cambio della liberazione degli ostaggi: tra di essi potrebbe esserci anche Marwan Barghouti, uno dei leader di Fatah e potenziale successore di Abu Mazen. Di lui Foreign Policy nel 2009 scrisse che il suo «grande appeal» e la sua «vena riformista […] «offrono le migliori prospettive di pace».

 

Un cessate-il-fuoco, che per il quotidiano emiratino The National è «a portata di mano», è al momento il massimo che ci si può aspettare. Sebbene, come sembra da alcune ricostruzioni, la leadership politica di Hamas stia iniziando a pensare a come gestire la fase successiva alla guerra, una vera e propria pace richiederebbe anche un cambio di leadership tanto all’interno del campo palestinese quanto in quello israeliano. Ne è convinta Dana El Kurd (Arab Center), secondo la quale il motivo della scarsa popolarità dell’Autorità Palestinese risiede anzitutto nell’affidamento quasi esclusivo sugli input politici che riceve dall’esterno, e da Washington in particolare: c’è un «vuoto politico in cui attori esterni intervengono o tentano di posizionare il loro leader preferito in base ai propri interessi. Questa situazione è semplicemente insostenibile, sia a breve che a lungo termine. In questo scenario, qualsiasi compromesso avrà uno scarso sostegno pubblico». Dal lato israeliano le cose non vanno meglio: se è vero che «i leader non mancano e personaggi come Benny Gantz e Yair Lapid sono stati indicati come alternative al Primo Ministro Benjamin Netanyahu», occorre considerare, scrive El Kurd, che «nessuno degli attori politici ritenuti accettabili dall’opinione pubblica israeliana si esprime in modo molto diverso da Netanyahu sulla questione della Palestina». Inoltre, secondo Anthony Samrani (L’Orient-Le Jour) tra i membri del gabinetto di guerra israeliano favorevoli all’apertura di un secondo fronte a nord, contro Hezbollah, c’è proprio Benny Gantz. Il ragionamento del trio composto da Gantz, Yoav Gallant e Gadi Eisenkot è che Israele ha «un’opportunità unica per indebolire Hezbollah vista la presenza delle portaerei americane nella regione e dell’assenza, da entrambi i lati del confine, di civili nell’area che sarebbe al centro della guerra. Se i 70.000 sfollati israeliani e i 60.000 libanesi torneranno nei loro villaggi, sarà molto più difficile per lo Stato ebraico portare a termine un’operazione di questo tipo».

 

A livello diplomatico, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si appresta a votare una risoluzione che chiede l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza. Dopo lunghi negoziati con emiratini ed egiziani, gli Stati Uniti hanno fatto sapere di essere pronti a «sostenere» la risoluzione se sarà messa ai voti esattamente come è stata scritta, sostiene il New York Times. Dove un voto c’è già stato, invece, è all’Assemblea Generale: qui una risoluzione che riafferma il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e invoca «una soluzione di pace giusta, duratura e completa» tra palestinesi e israeliani è stata approvata con 172 voti favorevoli, 10 astensioni e 4 contrari: Israele, Stati Uniti, Micronesia, Repubblica di Nauru.

 

A livello diplomatico, inoltre, Le Monde ha pubblicato un documento confidenziale inviato al Quai d’Orsay che contiene un piano elaborato da Abdelaziz Sager, presidente del think tank saudita Gulf Research Center, per porre fine al conflitto israelo-palestinese. Il piano di Sager include «l’evacuazione verso Algeri della leadership securitaria e militare di Hamas», «il dispiegamento di forze di pace arabe a Gaza, sotto mandato delle Nazioni Unite, e la creazione di un “consiglio congiunto di transizione”, che riunisca i principali partiti di Gaza (Hamas, Jihad islamica e Fatah), per gestire la Striscia per quattro anni e organizzare elezioni presidenziali e parlamentari». Tuttavia, come ha sottolineato il quotidiano francese, non è chiaro se il documento redatto da Sager abbia il beneplacito del governo saudita. Il fatto che il piano sia stato condiviso con il ministero degli Esteri francese lo lascia intendere, ma Sager ha precisato che si tratta unicamente della sua posizione personale.

 

Un nuovo-vecchio emiro per il Kuwait

 

È deceduto all’età di 86 anni l’emiro del Kuwait Nawaf al-Ahmad al-Jaber al-Sabah. Alla guida dell’emirato negli ultimi tre anni, al-Sabah è stato ministro degli Esteri, degli Interni, e ha guidato la Difesa nel periodo di crisi più grave della storia del Kuwait, quando Saddam Hussein invase il Paese scatenando la Guerra del Golfo. In seguito a una riunione d’emergenza del Gabinetto, il governo del Kuwait ha nominato emiro Meshal al-Ahmad al-Sabah, principe ereditario che già dal 2021 aveva assunto le funzioni di regnante de facto a causa del peggioramento dello stato di salute del precedente emiro.

 

Come ha scritto Bader Al-Saif, professore di storia alla Kuwait University, l’emiro Meshal ha alle spalle una carriera trascorsa negli uffici della sicurezza dello Stato e nella Guardia nazionale. Inoltre, secondo Al-Saif il nuovo emiro è un esempio di «insider-outsider»: ha avuto accesso alle stanze dei bottoni con tre dei precedenti quattro emiri, senza però ricoprire cariche governative ufficiali.

 

L’emiro Meshal si trova davanti un compito non semplice: anzitutto scortare il Paese fuori dalla paralisi politica in cui si trova, e in secondo luogo riformare un settore pubblico che secondo al-Monitor «ha trasformato il Kuwait in uno degli Stati più arretrati del Golfo». Durante il discorso di insediamento il nuovo capo dello Stato ha duramente criticato il Parlamento e il governo del Kuwait, accusati di aver «danneggiato gli interessi del popolo e del Paese». Tuttavia il discorso di Meshal ha mostrato che le precedenti linee di politica estera, e il tentativo di combattere la corruzione nel governo, resteranno in vigore anche durante il suo regno.

 

Allarme Mar Rosso [a cura di Mauro Primavera]

 

La crisi israelo-palestinese si sta allargando all’intera regione mediorientale. Le milizie Houthi – gruppo yemenita separatista, filoiraniano e componente dell’Asse della Resistenza – hanno intensificato i loro attacchi con droni e missili alle navi mercantili di passaggio nello stretto di Bab al-Mandeb, cruciale punto di collegamento tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Si tratta dell’ultima di una serie di offensive iniziate a fine novembre, in risposta all’assedio dell’esercito israeliano su Gaza: se però all’inizio gli Houthi miravano esclusivamente alle navi dirette verso i porti dello Stato ebraico oppure legate ad armatori e imprenditori israeliani, negli ultimi giorni hanno colpito anche quelle che non appartengono alla flotta commerciale di Tel Aviv.     

 

A causa dell’elevato livello di insicurezza, importanti compagnie occidentali (tra cui spicca la BP), giapponesi, sudcoreane e taiwanesi hanno deciso di sospendere la navigazione della tratta; i cargo diretti verso il Mediterraneo sono stati quindi costretti a circumnavigare il continente africano passando per il Capo di Buona Speranza, con conseguenti ritardi nella consegna delle merci e un ingente incremento dei costi di trasporto. Il Mar Rosso ha sempre costituito una delle vie d’acqua più trafficate e strategiche per gli scambi commerciali, in particolar modo per le esportazioni di idrocarburi; tuttavia, il fatto di essere delimitato da due “punti di strozzatura” come il Canale di Suez a nord e lo stretto di Bab al-Mandeb a sud lo rende particolarmente vulnerabile ad attacchi militari e ad azioni di pirateria. Il blocco alla circolazione avviene oltretutto in un periodo delicato per i commerci via mare: l’altro grande “collo di bottiglia” geo-economico, l’istmo di Panama, sta operando a regime ridotto a causa della perdurante siccità che ha abbassato il livello delle acque.

 

La crisi provocata dagli Houthi, come sostiene l’Economist, ha due grandi conseguenze. La prima è di carattere economico: il danno derivato dal blocco non riguarda solo il commercio israeliano, ma l’intera catena di approvvigionamento globale. Tra i Paesi più colpiti vi è l’Egitto, da tempo in gravi difficoltà finanziarie, che rischia di rivivere l’incubo dell’incidente della Ever Given, l’enorme portacontainer che nel marzo 2021 si intraversò nel Canale di Suez, bloccando per giorni la circolazione marittima. La seconda è di tipo militare: il gruppo degli Houthi, “attore per procura” dell’Iran, ha ribadito la sua piena appartenenza all’Asse della Resistenza; l’abilità nel colpire obiettivi sensibili servendosi di droni e missili dimostra il grado di interdipendenza raggiunto con Teheran, rendendo concreta la minaccia di escalation del conflitto israelo-palestinese all’intero Medio Oriente. Per il quotidiano francese Le Monde la strategia del movimento, sebbene inaccettabile, non risulta poi così sorprendente. Lo Yemen, Paese impoverito e diviso al cui interno proliferano movimenti armati e attori ibridi, costituisce da tempo una delle maggiori aree di instabilità regionale: «senza essere un cimitero di imperi come l’Afghanistan, lo Yemen ha già visto due grandi Paesi arabi impantanarsi in guerre di logoramento: l’Egitto, più di mezzo secolo fa, e più recentemente l’Arabia Saudita sotto l’iniziativa del principe ereditario Mohammed bin Salman». Per Middle East Eye, invece, i toni allarmistici sono esagerati: «gli attacchi degli Houthi sono arrivati in un momento in cui il mercato petrolifero trabocca di nuove forniture, compresa la produzione americana che ha toccato un nuovo record. Nel frattempo, le tensioni tra Teheran e Washington sulla guerra a Gaza non hanno scalfito le crescenti esportazioni di petrolio dell’Iran».     

 

Per eliminare la minaccia degli Houthi e riaprire la zona al traffico mercantile, il 19 dicembre gli Stati Uniti hanno annunciato l’operazione “Guardiano della Prosperità” (Prosperity Guardian), che prevede l’invio di una flotta militare multinazionale (vi prendono parte Bahrain, Canada, Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Norvegia, Seychelles e Regno Unito) destinata a proteggere le imbarcazioni che transitano nel Mar Rosso, nello stretto di Bab al-Mandeb e nel Golfo di Aden. Scorrendo la lista dei Paesi aderenti, ci si può domandare come mai nessuno Stato del Golfo, a eccezione del Bahrein, o arabo abbia deciso di partecipare alla forza militare che intende riportare stabilità nel Mar Rosso. Su L’Orient-Le Jour l’esperta dell’area Eleonora Ardemagni chiarisce come, in primo luogo, la marina militare di Manama sia molto più integrata con quella americana rispetto a quelle di Riyad e ad Abu Dhabi. Inoltre, spiega come i sauditi siano impegnati in un delicato negoziato con gli Houthi e non vogliano compromettere la loro posizione partecipando all’iniziativa statunitense. Gli emiratini, conclude Ardemagni, non partecipano a Prosperity Guardian a causa di un generale senso di insoddisfazione nei confronti della politica mediorientale degli USA, giudicata debole e poco incisiva. La versione inglese della testata libanese filo-Hezbollah Al Mayadeen fa invece riferimento a una vera e propria divergenza tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti nel fornire una risposta alla minaccia del gruppo armato yemenita: «Riyad sostiene un approccio moderato per timore di gravi atti di ritorsione da parte di San‘a, come avvenuto in passato, soprattutto con gli attacchi contro la Aramco nel 2019 che interruppero metà della produzione petrolifera saudita. […] Inoltre il Regno ritiene che colloqui diplomatici con l’Iran aiuterebbero a risolvere la questione e a scongiurare un’escalation militare, riflesso della nuova politica saudita verso la Repubblica Islamica a seguito del rapprochement dello scorso marzo mediato dalla Cina». Gli Emirati Arabi, invece, «stanno mettendo pressione a Washington affinché attacchi lo Yemen e riconsideri Ansar Allah [cioè gli Houthi] come organizzazione terroristica». Ma il numero dei partecipanti è solo un aspetto del problema. Per la testata inglese The Telegraph esistono altri punti di criticità, come il numero esiguo delle navi di Prosperity Guardian, che rende problematica la difesa di tutte le imbarcazioni mercantili, o il carattere esclusivamente difensivo dell’operazione, che non permette di fornire un’adeguata risposta alle molteplici azioni di disturbo attuate dagli Houthi.    

 

Ma le azioni di sabotaggio hanno colpito anche l’Asse della Resistenza. Proprio mentre gli Houthi bersagliavano i cargo, un gruppo di hacker israeliano chiamato Predatory Sparrow è riuscito a penetrare il circuito informatico delle smart cards, strumento attraverso il quale gli iraniani fanno rifornimento di carburante a prezzo sussidiato, rendendo non operante circa il circa il 70% delle stazioni di rifornimento del Paese. Anche in questo caso non si tratta di un’operazione estemporanea, ma di una guerra cibernetica iniziata già dall’ottobre del 2021. Anche se è difficile stimare gli effetti dell’operazione di hackeraggio, Middle East Eye riporta che il governo di Raisi ha subito alcune pressioni e contestazioni per non aver saputo prevenire la minaccia che ha paralizzato il Paese.  

 

In breve

 

Favorite in parte dal boicottaggio delle elezioni da parte di Moqtada al-Sadr, tre liste che fanno parte del “Quadro di Coordinamento” (CF) sciita hanno ottenuto i migliori risultati alle elezioni provinciali in Iraq. Il successo del CF si traduce in un rafforzamento dell’influenza iraniana in Iraq (Reuters).

 

Le Forze di Supporto Rapido (RSF) comandate da Hemedti hanno conquistato la seconda più importante città sudanese, Wad Madani, poco dopo che l’esercito guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan aveva celebrato il respingimento di un primo attacco da parte delle forze paramilitari (Al Jazeera). Mentre la situazione umanitaria si fa sempre più grave, si rafforzano le accuse agli Emirati Arabi Uniti per il loro sostegno alle RSF.

 

Come ampiamente previsto, il presidente egiziano al-Sisi ha vinto le elezioni con l’89,6% delle preferenze e sarà in carica per un terzo mandato (The Guardian).

 

Nonostante le pressioni internazionali, l’Iran ha eseguito la condanna a morte nei confronti di Samira Sabzian, accusata di aver ucciso suo marito in seguito alle violenze subite (France 24).

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