close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

Sostienici
Newsletter
Focus attualità

Gli accordi di Abramo e le dinamiche politiche nel Golfo

La cerimonia di firma degli accordi di Abramo alla Casa Bianca [The White House - Flickr]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 18/09/2020 12:50:26

Sono veri accordi di pace quelli siglati martedì alla Casa Bianca tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein oppure no? Dopo la firma molti hanno fatto notare che questi Paesi del Golfo non erano tecnicamente in guerra con Israele, anzi, da tempo tra Israele ed Emirati esistevano rapporti di vario tipo che non hanno però ottenuto la stessa risonanza internazionale. Tutto vero, ma gli accordi di Abramo firmati a Washington, oltre a essere una vittoria sul piano interno per Trump e Netanyahu e contribuire a una più stretta alleanza contro l’Iran (come avevamo già spiegato), probabilmente daranno avvio a una serie di lenti cambiamenti a cascata nella regione del Golfo, sebbene la traiettoria della politica estera americana dipenderà anche dal risultato delle elezioni di novembre.

 

La vicenda, chiamando in causa molti elementi, può essere analizzata da svariate angolature: ecco perché  Haaretz, che fa notare che il grande assente dai negoziati sono i palestinesi, ha raccolto le opinioni di una decina di esperti. Il quotidiano israeliano si chiede poi se Netanyahu abbia firmato la pace con gli attori giusti: la normalizzazione dei rapporti con il Golfo, che prevede la cooperazione in una serie molto lunga di settori, è cosa diversa dalla “pace in Medio Oriente”. Martedì e mercoledì, da Gaza, Hamas ha lanciato una serie di razzi verso lo Stato ebraico che hanno lasciato dei feriti tra i civili; eppure, Trump e Netanyahu hanno presentato la storia della regione come se EAU e Bahrein avessero combattuto per anni contro Israele. Perché questa rappresentazione? Perché, scrive Anshel Pfeffer, Netanyahu ha bisogno del mito della “pace per la pace, sa «che non risolverà il conflitto israelo-palestinese. Non pagherà nessun prezzo per questo. Nemmeno lo staterello monco e mangiato dalle tarme che il piano Trump offre ai palestinesi».

 

Fa notare il Foglio che a rimetterci saranno effettivamente i palestinesi, ma le clausole degli accordi di pace prevedono una cooperazione tale per cui a cambiare è il paradigma culturale della regione: «Siamo arrivati all’Erasmus tra israeliani e arabi e questo dovrebbe far capire che cosa sta succedendo. Non sono più accordi pratici tra vicini che non si vogliono fare la guerra, c’è l’intento di provocare uno choc culturale senza ritorno nelle teste della regione, sia in Israele, sia nei paesi arabi». Un cambio di paradigma aiutato, continua Daniele Raineri, dall’uccisione di Soleimani che ha permesso a Trump di riunire e compattare il club dei Paesi contro l’Iran. Non a caso, parole di critica nei confronti degli accordi sono arrivate non solo da parte di Teheran, ma anche da Doha, perché il Qatar continua a essere il grande escluso della regione. Al contrario, la maggior parte dei media sauditi ha speso parole di elogio per gli accordi, come spiega The New Arab.

 

Vedere gli accordi come una mossa anti-cinese sarebbe esagerato, avvertono gli esperti (la Cina non ha, almeno per il momento, una così elevata influenza in Medio Oriente), ma sicuramente mettendo la questione nero su bianco le alleanze della regione vengono non solo portate alla luce del sole, ma anche cementificate: «L'Arabia Saudita, l'Egitto e i loro alleati rimangono preoccupati anche per le attività dei Fratelli Musulmani in tutta la regione. Formalizzando gli accordi con Israele, e rafforzando così l'alleanza strategica con gli Stati Uniti, gli alleati dei sauditi sono in grado di formare un contrappeso più forte alla Fratellanza e di esercitare una pressione più efficace sui governi, come il Qatar, che sono più solidali con la Fratellanza. Metodi più aggressivi come il blocco saudita contro il Qatar si sono dimostrati inefficaci».

 

Un altro nodo della questione è la vendita degli F-35 da parte americana agli Emirati Arabi Uniti, che si scontra con l’opposizione di Netanyahu. Da una parte, sembra non esserci una totale fiducia tra i partner (militarmente parlando, gli F-35 riescono a fare la differenza e possono essere un game changer), dall’altra bisogna tenere a mente che le elezioni americane potrebbero cambiare le carte in tavola. Tuttavia, spiega la CNN, anche se a novembre l’amministrazione americana dovesse cambiare, EAU e Bahrein si troverebbero comunque ben posizionati. D’altro canto, una parte dell’interesse statunitense sta nel continuare a vendere armamenti ai Paesi del Golfo.

 

Il piccolo Bahrein è salito sul carro del vincitore, una “concessione di Riad” (il Bahrein non si muove senza l’approvazione saudita) ma affinché anche l’Arabia Saudita si unisca al club bisognerà aspettare un cambio generazionale, perché re Salman (padre di MbS) e l’establishment sono cresciuti in quel paradigma culturale che vedeva gli ebrei come nemici giurati. Non è nemmeno facile prevedere ulteriori adesioni al club anti-Iran, perché, come dice Cinzia Bianco, «in Kuwait e Oman la reazione della società civile e dei gruppi pseudo-politici è stata di nettissimo rifiuto». Anche lo storico Kristen Ulrichsen concorda: in particolare in Kuwait, l’attuale emiro e il principe ereditario hanno vissuto tutte le fasi del conflitto arabo-palestinese, per cui per fare la pace con Israele servirà ancora un po’ di tempo.  

 

Libia, quale governo?

 

Appare molto incerto il futuro della Libia dopo la decisione di Fayez al-Serraj di dimettersi entro fine mese. L’annuncio segue le dimissioni del primo ministro Abdullah al-Thani, allineato non con il GNA (Governo di accordo nazionale) di Serraj, ma con l’LNA (Esercito nazionale libico) che fino a poco tempo fa faceva capo al generale Khalifa Haftar. Insomma, sembra essersi improvvisamente creato un vuoto di potere sia nella regione orientale che in quella occidentale della Libia e non si sa ancora chi potrebbe sostituire Serraj, anche se Jeune Afrique fa una panoramica di nomi papabili.

 

A Bengasi, città base dell’LNA, la settimana scorsa si sono verificate delle proteste per i continui tagli all’elettricità: spiega Al Jazeera che manca l’elettricità perché manca il combustile, dato che sulla produzione di petrolio l’LNA aveva imposto un blocco da gennaio. Ma con il conseguente arrivo del coronavirus, le condizioni della popolazione sono ulteriormente peggiorate. Anche a Tripoli si erano verificate proteste che avevano generato tensioni all’interno dello stesso GNA. In parallelo, tra fine agosto e inizio settembre si sono svolti negoziati ed entro 18 mesi potrebbero verificarsi nuove elezioni e la totale smilitarizzazione di Sirte, che come ricorda ISPI si trova a metà tra Tripolitania e Cirenaica, ma soprattutto vicino a importanti giacimenti petroliferi.

 

È difficile prevedere la piega che prenderà il conflitto ora, però gli esperti dicono che le dimissioni di al-Serraj sono «lo sparo di partenza per un nuovo round di manovre per quello che verrà dopo» e che la questione delle milizie sarà ora ancor più «vivace». I negoziati per un nuovo governo (che dovrebbe sostituire l’attuale GNA) dovrebbero svolgersi a Ginevra fra un mese, ma, come afferma Federica Saini Fasanotti, Serraj sembra essersi dimesso «per calmare gli animi, senza una reale volontà di cedere il proprio incarico a una ‘autorità’ di cui non si conosce il nome e che difficilmente si materializzerà nelle prossime quattro settimane, visto che è proprio su questi temi che dal 2015 le due fazioni in campo non riescono a trovare un accordo». Altrettanto complicato per le Nazioni Unite sarà arginare il coinvolgimento degli attori internazionali, ai quali è stato chiesto, per l’ennesima volta, di rispettare l’embargo sulle armi mentre il Segretario generale Antonio Guterres deciderà per la nomina di un nuovo inviato speciale dell’ONU per la Libia. A prendere le decisioni principali per il momento sono comunque ancora, come in Siria, la Russia e la Turchia.

 

In un paragrafo

 

Primi incontri diretti tra talebani e governo afghano

 

È inutile negarlo, i negoziati tra talebani e governo afgano «saranno lunghi e complicati», scrive il Guardian, perché le due fazioni hanno visioni completamente diverse sul tipo di governo che dovrebbe esserci in Afghanistan, islamico o democratico. Però sabato scorso, all’apertura dei negoziati, le due parti hanno anche mostrato una «genuina buona volontà» nel portare avanti il processo di pace, che potrebbe veramente segnare, per la prima volta dopo decenni, la fine degli scontri sul suolo afgano. A complicare le negoziazioni, ricorda invece il New York Times, ci sono le divisioni interne al governo afghano, mentre l’unità dei talebani verrà testata nei prossimi mesi. Tra le questioni più pressanti invece, ci sono i diritti delle donne: molti temono che i successi in termini di emancipazione femminile raggiunti negli ultimi anni verranno sacrificati e dispersi tra i vari possibili compromessi tra le parti.

 

Una “nuova” Costituzione per l’Algeria

 

In Algeria è stata approvata la revisione della Costituzione, che verrà sottoposta a referendum a novembre, ma secondo Limes non ci saranno reali cambiamenti nel Paese. Se alla fine dell’anno scorso l’ascesa al potere del presidente Abdelmadjid Tebboune era carica di aspettative, ora l’euforia delle piazze che chiedevano un netto cambiamento è scemata, dal momento che la revisione costituzionale non andrà a toccare i poteri del presidente. In conclusione quindi, «la rinnovata Costituzione che si delinea all’orizzonte si colloca in un limbo. Da una parte sembra essere la risposta – totalmente deficitaria – alle istanze di equità e democraticità avanzate dai manifestanti. Dall’altra aggiunge un nuovo capitolo alla saga algerina che vede nella revisione costituzionale un rito di passaggio delle varie presidenze che si sono succedute dal 1962 [...]. Come se la revisione della carta fondamentale fosse essa stessa un obbligo sancito costituzionalmente, pur se priva di contenuto effettivo».

 

In una frase

 

Come le principali capitali europee vedono e pensano di affrontare la crescente assertività della Turchia nel Mediterraneo (European Council on Foreign Relations).

 

La storia del nuovo capo dello Stato islamico raccontata da Jenan Moussa.

 

Anche San Salvatore in Chora, in Turchia, verrà riconvertita in moschea (La Croix).

 

Il presidente francese Emmanuel Macron ha ribadito di voler lottare contro il «separatismo», termine con il quale sembra riferirsi all’islamismo (LCI).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Iscriviti gratuitamente alla newsletter per non perderti i nostri approfondimenti

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale