Nati negli anni ’90 per rivitalizzare l’identità zaydita, gli Ansar Allah hanno rielaborato la propria dottrina fino a includervi influenze khomeiniste, islamiste e anti-imperialiste. Una miscela ideologica che si è tradotta nella presa di Sana‘a e nell’alleanza con l’Iran

Ultimo aggiornamento: 22/10/2026 16:01:58

Gli attacchi degli Houthi all’Arabia Saudita hanno riportato sotto i riflettori questo attore politico-militare, che rimane poco conosciuto nonostante da anni influisca in maniera considerevole sulle dinamiche della regione. Per comprenderne l’ascesa, occorre infatti andare agli anni ’90, quanto il movimento nacque intorno alla figura di Husayn al-Houthi. Il gruppo, la cui vera denominazione è Ansar Allah (“I partigiani di Dio”) affonda le sue radici nella comunità zaydita, una corrente minoritaria dello sciismo nata nell’VIII secolo e affermatasi nella regione di Sa‘da, nello Yemen settentrionale, ma non può essere identificato con lo zaydismo nel suo complesso. Il fondatore del movimento ha infatti elaborato una propria dottrina religiosa e politica, in cui l’attivismo occupa un posto centrale.

Gli Ansar Allah emersero inizialmente con l’obiettivo di rivitalizzare l’eredità e l’identità zaydita. La rivoluzione repubblicana del 1962 aveva messo fine alla millenaria esistenza dell’imamato, la forma di autorità politico-religiosa propria della tradizione zaydita in cui l’imam è sia capo religioso che capo politico, e ridimensionato drasticamente il ruolo politico e sociale dell’élite zaydita, rappresentata dalle famiglie di sāda (plurale di sayyid), che si dicono cioè discendenti dal profeta Muhammad. Husayn al-Houthi apparteneva a una di queste famiglie ed era figlio di un autorevole religioso yemenita, Sayyid Badr al-Din al-Houthi (m. 2010), il quale impartì al figlio un’educazione zaydita tradizionale. Husayn denunciò le discriminazioni subite da queste famiglie nei primi anni della Repubblica e in particolare durante il regime del presidente ‘Ali Abdullah Saleh (1990-2012).

All’emarginazione dei sāda corrispose l’ascesa del salafismo e del wahhabismo, la cui diffusione fu sostenuta dal governo repubblicano yemenita e dall’Arabia Saudita. L’obiettivo di entrambi era favorire la nascita di una nuova élite religiosa sunnita, politicamente quietista e obbediente alle autorità dello Stato, ridimensionando ulteriormente il ruolo delle famiglie religiose yemenite che da secoli esercitavano la loro influenza nel Paese. Tra queste figuravano le famiglie zaydite nel nord e quelle sufi sunnite nel sud, che si dicevano discendenti rispettivamente da Hasan e Husayn, figli di ‘Ali e Fatima e quindi nipoti di Muhammad.

Uno dei principali centri d’irradiamento del salafismo sorse proprio a Dammaj, nella regione di Sa ‘da, roccaforte zaydita, a pochi chilometri da Marran, la città natale di Husayn al-Houthi. La presenza di questo focolaio di proselitismo innescò fin da subito aspre controversie dottrinali, sfociate in scontri violenti e nella distruzione dei reciproci luoghi di culto che sarebbero durati fino al 2014, quando gli houthi smantellarono il centro salafita.

Gli anni ’90 furono cruciali per la formazione del pensiero politico e dottrinale di Husayn al-Houthi. Nel 1993 fu eletto al Parlamento yemenita come rappresentante di Hizb al-Haqq, il partito politico zaydita fondato dopo l’unificazione del Paese nel 1990 per rappresentare gli interessi della comunità zaydita nel nuovo sistema multipartitico. La sua esperienza politica fu però breve. Deluso dalle politiche del presidente ‘Ali Abdullah Saleh, nel 1997 al-Houthi decise di non ricandidarsi e di concentrare il proprio impegno nella Gioventù Credente (al-Shabāb al-Mu’min), movimento che aveva lui stesso contribuito a fondare negli anni ’80. Inizialmente l’obiettivo di questo gruppo era favorire la rinascita dell’identità zaydita attraverso la creazione di centri di insegnamento religioso e la pubblicazione di manoscritti della tradizione zaydita. Alcuni suoi membri, tra cui lo stesso al-Houthi, fin da subito svilupparono inoltre legami con i seminari teologici sciiti (hawza) di Qom, in Iran, e Najaf, in Iraq. La Gioventù Credente costituì il nucleo originario da cui successivamente sarebbe emerso il movimento houthi.

Nello stesso periodo, Husayn decise di proseguire gli studi islamici a Khartoum, in Sudan, Paese che negli anni ’90 era attraversato da un grande fermento islamista. Il regime di Omar al-Bashir attraeva esponenti di diverse correnti islamiste, sia sunnite che sciite, oltre ai jihadisti di al-Qaida, tra cui lo stesso Osama bin Laden. Durante il soggiorno nel Paese africano, al-Houthi fu quindi esposto a ideologie diverse, che contribuirono a plasmarne il pensiero politico e religioso.

 

La visione del mondo di Husayn al-Houthi

Tra il 2002 e il 2004, Husayn al-Houthi tenne una serie di lezioni sul Corano nel suo villaggio natale di Marran e nella città di Sa‘da. I suoi insegnamenti, inizialmente diffusi su audiocassetta, furono poi trascritti e raccolti nei Malāzim (Fascicoli), un corpus di oltre 2.000 pagine destinato a diventare il principale riferimento dottrinale dei suoi seguaci. La visione del mondo che emerge dai Malāzim combina la tradizione zaydita con elementi khomeinisti, islamisti, salafiti e jihadisti, oltre che con un’ideologia marcatamente anti-imperialista.

Dopo la rivoluzione iraniana del 1979, Husayn visitò più volte l’Iran e rimase affascinato dall’Ayatollah Khomeini e dalla sua capacità di trasformare il linguaggio religioso in uno strumento di mobilitazione e opposizione all’influenza occidentale. Fu in particolare da Khomeini che al-Houthi riprese la retorica anti-israeliana e anti-americana.  

Successivamente, gli attentati dell’11 settembre, l’inizio della «guerra al terrore» globale e l’intervento statunitense in Iraq nel 2003 accentuarono la connotazione anti-americana e contribuirono a trasformare gli Ansar Allah da movimento di mobilitazione religiosa e culturale a progetto politico di opposizione al presidente Saleh. La decisione del governo di Sana‘a di collaborare con Washington nella lotta al terrorismo in Yemen fu interpretata da Husayn al-Houthi come una forma di subordinazione del Paese agli interessi statunitensi. Nello stesso periodo, la seconda Intifada (2000-2005) e il sostegno statunitense a Israele inserirono progressivamente nella retorica houthi anche la questione palestinese accentuando la dimensioni anti-israeliana. Nel discorso di al-Houthi, la Palestina divenne così il simbolo dell’umiliazione inflitta ai musulmani da Israele e dall’Occidente imperialista. È in quegli anni che gli Ansar Allah adottarono il celebre slogan, riportato anche sulla loro bandiera, “Dio è grande! Morte all’America! Morte a Israele! Siano maledetti gli ebrei! Vittoria per l’islam!”. La crescente centralità della Palestina e dell’opposizione a Israele, tuttavia, rimase inizialmente sul piano ideologico, traducendosi in azioni militari dirette a partire soprattutto dal 7 ottobre 2023.

Tra il 2004 e il 2010, le sei guerre combattute dagli Houthi contro il regime di Saleh accelerarono ulteriormente la trasformazione del movimento. Dopo l’uccisione di Husayn al-Houthi da parte dell’esercito yemenita nel 2004, la leadership passò al fratello Abdelmalik al-Houthi, che ha progressivamente ampliato e consolidato il progetto politico e militare degli Ansar Allah.

 

La teologia della discordia

Sul piano teologico-dottrinale, al-Houthi introdusse elementi estranei alla tradizione zaydita classica, attirandosi le critiche dei sāda, le stesse famiglie contro la cui emarginazione si era inizialmente battuto. Sono essenzialmente due gli aspetti che gli furono contestati: il rinnegamento della tradizione e la dottrina della “Guida eminente” (‘alam al-hudā). In un’ottica affine a quella salafita, al-Houthi rifiutava tutte le scienze islamiche tradizionali, tra cui l’esegesi coranica e il fiqh – la disciplina che interpreta il Corano e la Sunna e ne ricava le norme che regolano la vita dei musulmani. Accusava infatti gli ulema di aver abusato di queste scienze, favorendo la diffusione di interpretazioni errate del Testo sacro e alimentando divisioni e discordie all’interno della comunità musulmana. A questo rifiuto contrapponeva il riconoscimento della preminenza, unica e assoluta, del Corano, sintetizzata nel principio della “Guida del Corano” (hady al-Qur’ān), il principio secondo il quale il libro sacro dell’Islam contiene tutto ciò di cui i musulmani hanno bisogno per recuperare la grandezza perduta nel corso dei secoli. Un principio ampiamente condiviso nel mondo islamico, ma che al-Houthi investiva di una precisa finalità politica: fare della centralità assoluta del Corano lo strumento per ricompattare attorno a sé la comunità musulmana yemenita.

Il secondo elemento di discordia riguarda la dottrina della «Guida eminente», una figura investita della funzione di guida universale della comunità che al-Houthi aveva introdotto in una delle sue lezioni. Tale figura può essere collegata alla riflessione che l’attivista aveva sviluppato nei Malāzim sulla nozione di wilāya, intesa come principio di autorità allo stesso tempo religioso e politico su cui si fondava la conduzione della comunità islamica dopo la morte del Profeta. In particolare, al-Houthi richiamava la tradizione secondo cui Muhammad avrebbe designato l’imam ‘Ali come proprio successore nel corso di un sermone pronunciato nel 632 a Ghadir Khumm. Gli zayditi hanno commemorato questo evento dall’XI secolo fino agli anni ’90, quando le autorità repubblicane ne ostacolarono le celebrazioni, che sono state poi riprese e promosse dagli Ansar Allah dopo la conquista di Sana‘a nel 2014.

Dalla proclamazione della Repubblica nel 1962, nessun esponente dell’élite zaydita, Houthi compresi, ha mai rivendicato apertamente il ripristino dell’imamato. Questa istituzione era stata progressivamente delegittimata dalle autorità repubblicane, che l’avevano definita discriminatoria perché riservava l’accesso alla leadership politica ai soli discendenti del Profeta. Anche gli Houthi sono rimasti ufficialmente legati a una forma di governo repubblicana, ma la dottrina della «Guida eminente» sembra riproporre alcuni elementi dell’imamato sotto una denominazione diversa. La “Guida eminente” teorizzata da al-Houthi è un discendente del Profeta, divinamente ispirato e dotato di una funzione di guida universale. Non coincide, però, con la figura di un religioso in senso stretto, né è assimilabile alla figura dell’imam nella tradizione zaydita classica o alla Velāyat-e faqīh iraniana.

Gli Houthi, peraltro, non riconoscono l’autorità della Guida suprema iraniana; la legittimità del movimento, infatti, si fonda interamente sulla famiglia al-Houthi. Anche per questo, sul piano geopolitico, gli Ansar Allah sono alleati ma non meri agenti dell’Iran, dal quale mantengono un elevato grado di autonomia politica e decisionale. Sebbene abbiano assunto un ruolo sempre più centrale nell’Asse della Resistenza, soprattutto dopo l’indebolimento di Hamas e Hezbollah e la caduta di Bashar al-Assad in Siria, gli interessi del movimento yemenita non coincidono pienamente con quelli iraniani. Questo distingue nettamente gli Houthi da Hezbollah, che invece riconosce nella Guida suprema iraniana il proprio riferimento religioso e dottrinale, e sin dalle origini è legato a doppio filo alla Repubblica Islamica.

Le innovazioni dottrinali introdotte da Husayn al-Houthi suscitarono l’opposizione di una parte dei sāda e contribuiscono a spiegare perché il movimento houthi non possa essere identificato tout court con lo zaydismo. Definire gli Ansar Allah semplicemente come zayditi restituisce soltanto una parte della loro natura. Il fondatore del movimento ha infatti rielaborato la propria tradizione religiosa d’origine, integrandovi diversi elementi ideologici esterni. Se le radici del movimento affondano nella storia dello zaydismo e nell’emarginazione delle sue élite dopo il 1962, la sua evoluzione è riconducibile a una combinazione di fattori: la crisi dello Stato yemenita, il conflitto con il governo di Sana‘a, la diffusione del salafismo, l’influenza della rivoluzione iraniana e delle ideologie islamiste, e, più recentemente, l’inserimento del conflitto yemenita nelle dinamiche geopolitiche regionali.

 

Per saperne di più

Hamad H. Albloshi, “Ideological Roots of the Hūthī Movement in Yemen”, Journal of Arabian Studies, vol. 6, n. 2, 2016, pp. 143–162.

Ahab Bdaiwi, The Beliefs of the Zaydis: A Conspectus, «Leidenarabichumanitiesblog», 8 maggio 2024.

Marieke Brandt, Tribes and Politics in Yemen: A History of the Houthi Conflict, Oxford University Press, Oxford 2017.

Abdullah Hamidaddin (a cura di), The Huthi Movement in Yemen, I.B. Tauris, London 2022.

 

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