Il partito di Dio ha aperto un fronte contro lo Stato ebraico per fedeltà ideologica alla Repubblica Islamica, ignorando gli interessi e le istituzioni libanesi e trascinando il Paese dei Cedri in una guerra che anche molti sciiti non vogliono

Ultimo aggiornamento: 07/03/2026 13:53:03

Lunedì 2 marzo, a guerra già ampiamente iniziata, Hezbollah ha ceduto ai suoi peggiori istinti suicidi, lanciando alcuni missili contro l’alta Galilea, totalmente insignificanti dal punto di vista militare. Non serviva essere grandi strateghi per sapere che l’esercito israeliano non aspettava che questa scusa per aprire un secondo fronte di combattimento, secondo piani già predisposti da mesi. Lo sapeva anche Hezbollah, ma alla fine non ha potuto sottrarsi alla sua ideologia. E ha servito il casus belli su un piatto d’argento.

Certo, il nuovo segretario generale Naim Qassem, succeduto a Hasan Nasrallah nell’ottobre 2024, non ha dimostrato particolare acume politico quando, poco dopo lo scoppio della guerra israelo-americana contro l’Iran, ha dichiarato che l’uccisione di Khamenei avrebbe rappresentato una linea rossa per il partito-milizia. Così, quando la notizia della morte della Guida Suprema è arrivata, si è trovato con le spalle al muro. Più intelligenti, i leader Houthi hanno evitato di precisare la loro soglia d’ingresso nel conflitto, anche se al momento «hanno il dito sul grilletto», come ha dichiarato il loro leader Abdul Malik al-Houthi. Ma alla fine, anche loro difficilmente potranno sottrarsi. Dopo anni passati a relativizzare l’importanza dell’ideologia nei conflitti mediorientali, ad esempio rappresentando Hezbollah come un movimento nazionalista libanese che “si serve del discorso islamista”, scopriamo che così irrilevante l’ideologia non è. Che il pragmatismo ha un limite e che alla fine il patrono presenta il conto. Ci sarebbe di che riflettere per molti analisti, se solo non fossero troppo impegnati a lanciare strali contro l’uomo di paglia “essenzialista” che è diventato l’ossessione di una parte consistente dell’accademia.

Questa volta però una parte della base sciita non ha seguito il Partito. Lo ha raccontato l’Orient-Le Jour, che in questi giorni sta facendo un servizio impagabile di copertura degli eventi. «Non tocca al Libano vendicare l’assassinio di Khamenei nel mezzo di una terza guerra mondiale. In questo Paese riusciamo a stento a fornire l’elettricità e ci dovremmo confrontare militarmente con Israele e gli Stati Uniti?», è stato uno dei commenti raccolti tra gli sfollati sciiti del sud. «Oggi ci troviamo con due problemi: Israele e Hezbollah», gli ha fatto eco un’altra voce (i nomi sono stati modificati dal redattore per ragioni di sicurezza).

In altre parole, è diventato evidente a molti il paradosso della milizia-partito: il suo compito è proteggere l’Iran, non i libanesi. O meglio, anche i libanesi finché i due interessi coincidono. Ma quando le strade si separano, la scelta è obbligata. In tutto questo, le istituzioni libanesi sono state completamente ignorate. Ancora una volta, Hezbollah, che pure ha i suoi deputati in Parlamento, ha preso la decisione in autonomia e il governo è stato informato a cose fatte. Per la prima volta, lo Stato libanese ha reagito dando mandato all’esercito di arrestare i militanti armati. Questa disposizione, in realtà, era già negli accordi di Taef del 1989, che imponevano di disarmare tutte le milizie, ma non è mai stata applicata, perché Hezbollah agiva come braccio armato del protettorato siro-iraniano. Se eseguita, segnerebbe la fine della sciagurata stagione aperta con gli accordi negoziati al Cairo nel 1969, sotto l’egida del Presidente egiziano Nasser, quando lo Stato libanese legalizzò la presenza dei militanti palestinesi armati sul proprio territorio, gettando i semi dei successivi conflitti.

E tuttavia, è molto improbabile che il conflitto in corso conduca a questo esito. Israele ha altri piani. Vuole rioccupare la zona meridionale, già in suo possesso fino al 2000 e ha ordinato l’evacuazione di tutta la regione a sud del fiume Litani. Naturalmente la campagna è presentata come un’operazione di sicurezza, ma in realtà è dall’inizio della guerra contro Hamas che i militanti di estrema destra in Israele conducono una campagna mediatica, come ha documentato tra gli altri il quotidiano israeliano Haaretz, per estendere i confini dello Stato ebraico anche a nord, con tanto di opuscoli di bambini che giocano felici in un idillico paesaggio montano siro-libanese. È nato un movimento, Uri Tzafon (“svegliati o nord”, una citazione del Cantico dei Cantici), che ha già iniziato a vendere titoli di proprietà in quella che chiamano biblicamente Bashan (Basan, in italiano). Di idillico però, in tutto questo c’è ben poco.

E poi l’ultimo sviluppo, l’ordine di evacuazione lanciato ieri, 5 marzo, per tutta la periferia sud di Beirut. Si tratta di una roccaforte di Hezbollah, dove nei decenni si sono concentrati i profughi della guerra perpetua al sud. Una roccaforte però in cui vivono 700mila persone che di colpo, nel giro di poche ore, sono state costrette a fuggire, in un esodo di proporzioni bibliche che ha generato ingorghi mostruosi sulle due sole direttrici di uscita, verso nord e verso la Siria. Il ministro Bezalel Smotrich, tra i più sinistri figuri del messianismo israeliano, ha ammonito in un video postato su X (qui la traduzione inglese) che Beirut sud diventerà un’altra Khan Younis, la città della Striscia di Gaza rasa al suolo dall’esercito israeliano. Godono di totale impunità e lo sanno. Non si fermeranno. Macron è ridotto a chiedere “moderazione” alla leadership statunitense, sperando che si facciano latori del messaggio a Gerusalemme. Comunque meglio del silenzio totale del resto dell’Europa.

Hezbollah è un cancro per il Libano, Israele lo sta asportando, ma per il “dottore” se il paziente muore nell’operazione tanto meglio, si prenderà tutti i suoi beni. Per oggi è tutto.