A venticinque anni dagli attacchi di al-Qaeda, il jihadismo è ancora vivo e l’eredità delle “guerre infinite” continua a pesare su un ordine internazionale sempre più segnato dalla violenza

Ultimo aggiornamento: 14/09/2026 16:45:43

A uno sguardo superficiale, il quarto di secolo che ormai ci separa dall’11 Settembre del 2001 è stato abbastanza lungo da generare un mondo significativamente diverso da quello plasmato dal crollo delle Torri Gemelle. La competizione e lo scontro tra potenze hanno scalzato dal proscenio della politica internazionale la “guerra al terrore” lanciata dal presidente americano George W. Bush in risposta all’attacco di al-Qaeda. E sembra un segno dei tempi che nella strategia antiterrorismo degli Stati Uniti, pubblicata nel maggio di quest’anno, la lotta ai cartelli del narcotraffico e alle organizzazioni criminali transnazionali abbia la precedenza sulla minaccia islamista.

In realtà il jihadismo ha cambiato forma ma è tutt’altro che debellato. Come un’Idra di Lerna, ogni volta che è stato decapitato ha saputo ripensarsi, con il risultato paradossale di essersi esteso ben oltre i teatri dai quali si cercava di sradicarlo: dopo l’11 Settembre, l’organizzazione centrale di al-Qaeda non è più stata in grado di portare a termine alcuna nuova operazione, ma le sue filiali e soprattutto il suo brand si sono diffuse a livello planetario; in Afghanistan è tornata a sventolare la bandiera dell’emirato talebano e se oggi l’ISIS non può più rivendicare un controllo territoriale in Medio Oriente, la sua espansione in altre aree del mondo, in primis il Sahel, è allarmante. Anche in Europa, benché il jihadismo appaia in declino dopo gli anni tragicamente ruggenti dei grandi attentati a Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles, Berlino, il suo messaggio continua a circolare, grazie in particolare agli ecosistemi digitali, e a fare presa su un numero non irrilevante di persone, a partire dai più giovani.

Inoltre, l’eredità dell’11 Settembre va ben oltre la persistenza del terrorismo islamista. Un bel libro dello studioso di relazioni internazionali Alessandro Colombo, Il suicidio della pace, pubblicato nel 2025, evidenzia come la reazione americana all’aggressione jihadista abbia dato avvio a una guerra infinita, cioè letteralmente senza limiti, che ha contribuito in maniera decisiva all’attuale disordine internazionale. Tale illimitatezza si è manifestata a diversi livelli: spaziale, temporale e giuridico. I conflitti scatenati per rispondere all’attacco alle Torri Gemelle sono stati infatti ubiqui, permanenti ed emancipati da qualsiasi vincolo. Più in generale, non sono rimasti confinati allo scontro tra Stati Uniti e al-Qaeda, ma si sono allargati «a raggiera in tutte le direzioni, tanto da acquisire molto presto un carattere epidemico».

È indicativo che proprio l’effetto epidemico della guerra sia al centro del film-evento di quest’anno, l’Odissea di Nolan. Nella rilettura del poema omerico proposta dal regista britannico, il lungo viaggio di Ulisse verso Itaca diventa l’occasione per rielaborare il senso di colpa generato dall’aver violato, con lo stratagemma del cavallo, la legge di Zeus, e aver così aperto la strada al dilagare della violenza e alla decadenza morale.

Non è fuori luogo vedere nel tormentato ritorno a casa di Ulisse una rappresentazione degli effetti nefasti delle forever wars dell’ultimo quarto di secolo. Il direttore del Modern War Institute dell’Accademica militare di West Point, Patrick Sullivan, ha per esempio definito il film una potente allegoria della “ferita morale” riscontrabile tra tanti veterani americani, un tipo di sofferenza che si differenzia dal disturbo da stress post-traumatico proprio per la vergogna o il senso di colpa che implica.

Tuttavia, se l’adattamento di Nolan vuole essere un atto d’accusa contro il bellicismo che sta caratterizzando il terzo millennio, nella sua narrazione c’è un’incongruenza. Per ristabilire l’ordine compromesso dalla propria astuzia, Ulisse deve compiere un’ultima strage, che questa volta sembra legittimata dalla malvagità delle vittime, colpevoli anche loro di aver violato la legge sacra. Nel film, il massacro dei pretendenti è la condizione perché Telemaco – cioè una nuova generazione – possa finalmente salire sul trono e inaugurare un’era di pace. Nella realtà si tratta di una tentazione sempre in agguato: continuare a ricorrere alla violenza nell’illusione di poter così sanare le offese o creare un ordine politico migliore. Dalla guerra a Gaza all’attacco all’Iran, negli ultimi anni non sono mancati gli esempi in questo senso. L’alternativa non è un altrettanto illusorio pacifismo assoluto, ma quello che Papa Leone ha definito un realismo autentico, che è tale perché «non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi».

 

*Questo articolo è stato pubblicato sull’Osservatore Romano del 12 settembre

 

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