Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba

Ultimo aggiornamento: 19/03/2024 11:41:42

L’11 novembre si è tenuto a Riyad il “vertice straordinario e di emergenza” congiunto tra Lega Araba e Organizzazione della Cooperazione Islamica per cercare una soluzione al conflitto tra Israele e Palestina. La stampa araba si è divisa tra chi ha fortemente criticato l’iniziativa e chi invece l’ha difesa, pur con qualche distinguo e precisazione.

 

Giudizi molto negativi giungono dai media di proprietà del Qatar. Al Jazeera lo bolla come un «show di parole» che certifica l’inazione e il fallimento del mondo arabo e musulmano di fronte alla tragedia di Gaza. Per cominciare, «il dato che balza all’occhio è che il duplice vertice si è tenuto dopo più di un mese dall’invasione della Striscia, e con più di undicimila morti e il doppio dei feriti». In secondo luogo, «i risultati del summit hanno dato la preminenza a formule retoriche e giri di parole, come richieste, appelli, richiami, inviti e dichiarazioni di sostegno, nella quasi totale assenza di una qualsiasi misura pratica che ci si sarebbe aspettati da un vertice di cinquantasette Paesi arabi e musulmani di fronte alla questione palestinese». Persino l’unica azione concreta che il consesso ha proposto, quella di rompere l’assedio per far entrare gli aiuti umanitari, per quanto «appariscente», non è stata spiegata né definita. Il giudizio finale è pertanto molto severo: «il vertice conferma la condizione del mondo arabo e musulmano», un misto di impotenza, incapacità e disinteresse.

 

Ancora più caustica la giornalista giordana Ihsan al-Faqih, che su al-Quds al-‘Arabi scrive un pezzo dal titolo «tanto rumore, poco macinato» (traducibile in italiano come “tanto fumo, poco arrosto”): prendendo ispirazione da un proverbio arabo, il vertice viene paragonato alla macina di un mulino che gira a vuoto senza produrre farina. L’autrice passa poi a illustrare quello che doveva essere il vero comunicato finale dell’incontro. «Primo, espellere tutti gli ambasciatori israeliani e ritirare tutti gli ambasciatori dalla Palestina occupata. Secondo, impedire le esportazioni di gas e petrolio verso il nemico sionista, gli Stati Uniti e tutti gli Stati che sostengono l’occupazione. Terzo, interrompere la collaborazione con le aziende o istituzioni che sostengono in maniera più o meno diretta l’occupazione. Quarto, riconoscere la resistenza palestinese e soprattutto il fatto che Hamas è un gruppo che appartiene alla Resistenza, non al terrorismo. Quinto, far entrare i convogli di pronto soccorso nella Striscia attraverso il valico di Rafah sotto la supervisione di una forza militare arabo-musulmana. Non c’è assolutamente alcuna traccia di queste decisioni nella realtà, tranne che nei nostri sogni e desideri, ma tutto ciò è frustrante perché ogni vertice disattende le speranze». Sempre su al-Quds, l’algerino Nasser Jabi si chiede se per il suo Paese, uno dei più convinti sostenitori della resistenza palestinese, non sia davvero giunto il momento di ritirarsi dalla Lega Araba, «le cui ragioni di esistere sono svanite da anni». Dello stesso parere anche al-‘Arabi al-Jadid: «non è necessario dilungarsi troppo nel commentare il comunicato, visto che siamo abituati a questo genere di formule e sciocchezze, spesso gonfiate ad arte, per mettere l’accento sulla lingua e nascondere la mancanza di fatti». Delusione totale anche per la testata islamista Arabi 21 che in un articolo scrive, in maniera quasi beffarda, che rivestono maggiore importanza le manifestazioni pro-Palestina in Occidente che il summit di Riyad.  

 

Cauto ottimismo all’interno della stampa saudita ed emiratina. Ghassan Charbel, direttore di Al-Sharq al-Awsat, apre il suo editoriale in maniera criptica: «non basta un “cessate il fuoco” per fermare l’incendio. Occorre trattare la miccia che l’ha innescato. Evitare di affrontare il nodo centrale del problema rende il cessate il fuoco una tregua astratta e pone le premesse per l’espansione dell’incendio». Poche righe più avanti si scopre che la critica è rivolta alla politica del “doppio standard” dei Paesi dell’Occidente e non al vertice che, invece, ha prodotto un comunicato «forte nei suoi termini, nel suo spirito, nel suo discorso e nella sua visione di spegnere l’incendio. […] Le discussioni hanno dimostrato che i leader del mondo arabo musulmano non sono confluiti a Riyad per pubblicare un comunicato tradizionale sotto forma di ammonimento. Domina un evidente sentimento di orrore per quanto sta succedendo e un interesse per la stabilità». Questo punto costituisce la priorità dell’incontro, anche se Charbel riconosce l’esistenza di interessi, visioni e prospettive non perfettamente sovrapponibili per molti Paesi membri delle due Istituzioni riunite nella capitale saudita. Vi è poi un’altra ammissione, più importante, sulle difficoltà del mondo arabo musulmano ad avere sufficiente peso geopolitico nell’arena internazionale: «non è esagerato affermare che esso in passato non è riuscito a presentarsi come un vero e proprio attore per svariate ragioni. Cosa che appare incredibile oggi, dato lo scenario che si sta venendo a creare. Il mondo arabo-musulmano è ben consapevole di possedere i requisiti necessari per difendere i suoi interessi: ha le capacità e le disponibilità». In tal senso, il comunicato di Riyad prevede la nascita di una commissione che riporterà all’attenzione del mondo la “soluzione a due Stati” eliminando le divergenze e superando la tregua virtuale del “cessate il fuoco”. Ma’mun Fandy, direttore del London Global Strategy Institute, specifica, con un gioco di parole, che la soluzione alla crisi si articola in due parti: la prima è il makhraj (via d’uscita), cioè la “sostanza” dei contenuti e l’operato della diplomazia; la seconda è il mukhrij (produttore, regista), ossia la “sponsorizzazione” e la “commercializzazione” dei risultati politici ad attori e organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite, l’Unione Europea e gli Stati Uniti. È questa la dimensione in cui deve essere inquadrato il vertice, il cui successo risiede già nel fatto di aver riunito cinquantasette Paesi «che rappresentano l’opinione di un miliardo e mezzo di musulmani». Un dato che, secondo l’autore, va promosso e sfruttato a livello mediatico.  

 

Anche la stampa vicina all’Asse della Resistenza critica il summit. Al-Maydeen condanna sia la tempistica che i toni del comunicato, e fornisce la sua spiegazione: «è risaputo che alcuni Paesi arabi considerano Hamas un’emanazione della Fratellanza Musulmana, a loro ostile, piuttosto che parte del movimento patriottico palestinese che si oppone all’invasione sionista. Essi non esitano ad addossare su Hamas la responsabilità della guerra, e la considerano una risposta naturale all’operazione “Diluvio di al-Aqsa”. Ciò è assai pericoloso e costituisce, di fatto, una sorta di suicidio politico». La posizione del quotidiano libanese filo-Hezbollah al-Akhbar può essere ben riassunta nel titolo del suo articolo: «Dopo il summit di Riyad tutto è come prima», e anche chi ha una posizione più assertiva contro Israele, come la Turchia, ce l’ha solo «a parole». Di tutti i discorsi pronunciati, il giornale di proprietà iraniana al-Wifaq salva quelli del presidente siriano Bashar Assad e del presidente iraniano Raisi: «le parole di Raisi sono state pronunciate in maniera tagliente come una spada […] tutto quello che ha detto» è talmente chiaro ed evidente che «non ha bisogno di interpretazioni».    

          

Di segno opposto la visione del quotidiano filo-emiratino al-‘Arab che titola: «Risorse limitate e posizioni contrastanti al vertice di Riyad». L’articolo non può fare a meno di notare come ci sia un grave ritardo nella convocazione del consesso e sottolinea la grande differenza tra la posizione delle monarchie del Golfo (Arabia Saudita ed Emirati), fautori della “soluzione a due Stati” e di una Palestina governata dall’OLP, e quella dell’Iran, alleato di Hamas e sostenitore dell’unità territoriale palestinese “dal fiume al mare”. Per non parlare del presidente turco Erdoğan, che ha posizioni simili (ma non identiche) a quelle di Teheran, e dei presidenti algerino, libico e libanese (Tebboune, al-Menfi e Miqati) che erano intenzionati a chiudere quantomeno lo spazio aereo israeliano. A tal proposito, il giornalista libanese Khayrallah Khayrallah scinde il dibattito in una parte logica, il progetto dei sauditi, e una illogica, portata avanti dal presidente iraniano Raisi. Per la testata al-‘Ayn al-Ikhbariyya il vertice non solo ha confermato la «compattezza» del fronte arabo-islamico, ma ha anche «superato la fase di indignazione, disapprovazione e altre espressioni generiche». Pur approvando i contenuti del testo finale, anche al-‘Ayn ammette che alle parole devono seguire i fatti: «al fine di essere obiettivi e di pensare in maniera razionale, il vero successo del vertice di Riyad non si misura con la quantità di cambiamento e con i passi in avanti presenti nel comunicato, convinti che la crisi sia conclusa e risolta. Il successo si misura con i fatti sul campo».   

 

Le piazze arabe e al-Azhar contro Israele [ a cura di Chiara Pellegrino]

 

Come forma di protesta contro Israele, i popoli arabi boicottano i prodotti israeliani e occidentali, scrive il quotidiano panarabo filo-palestinese al-‘Arabi al-Jadid. Accade in Egitto, dove il Comitato popolare per la solidarietà con il popolo palestinese, insieme ad alcune forze politiche e ai sindacati, ha lanciato una campagna in tutte le maggiori città. I Paesi arabi, scrive l’antropologo egiziano Issam Shaaban, hanno una lunga tradizione di boicottaggi ai danni dello Stato ebraico: il primo fu proclamato dalla Lega Araba nel 1951, seguito da quelli annunciati in occasione della prima e della seconda Intifada. Questo strumento di lotta, però, ha perso la sua capacità di incidere, soprattutto dopo gli accordi di Abramo, che hanno spaccato in due il mondo arabo. Ma nell’ultimo mese la tendenza si è invertita. Oggi il boicottaggio sortirebbe un duplice effetto: danneggerebbe l’economia israeliana e occidentale, ma soprattutto potrebbe favorire la nascita di nuovi modelli di consumo e di sviluppo locali, perché limitare le importazioni di prodotti consente di risparmiare valuta estera e incentiva la produzione locale. A livello politico, inoltre, esso «assume i tratti di un referendum e di un laboratorio di sostegno dei diritti del popolo palestinese».

 

Questa forma di protesta è in atto anche in Giordania, la cui «storia di resistenza alla normalizzazione con Israele» risale al 1995, l’anno successivo la firma dell’Accordo di pace di Wadi ‘Araba. Muna Awadallah ha monitorato le attività social delle campagne di boicottaggio, rilevando una forte impennata dell’attivismo online nell’ultimo mese. Un esempio tra tanti: la campagna giordana “Muoviti”, lanciata nel 2008, nei primi 9 mesi del 2023 ha pubblicato due/tre articoli al mese sui suoi profili social, ma la frequenza è aumentata di nove volte dopo il “Diluvio di al-Aqsa”. Oggi, rispetto al passato, fa notate la giornalista, il boicottaggio ha assunto un significato diverso: «Non è più limitato all’idea dell’impatto economico e alla delegittimazione dell’occupazione, ma ha assunto una dimensione legata alla dignità nazionale e al rifiuto della dipendenza dall’Occidente, spingendo i membri della società a rivalutare il sistema morale che l’Occidente continua a venderci». È questo il segno di un cambiamento «nella visione che l’arabo ha di sé stesso».

 

Se in Egitto le piazze sono effervescenti, a battersi per la causa palestinese a livello istituzionale è soprattutto la moschea-università di al-Azhar. «Al-Azhar ha parlato e ha oscurato i gruppi dell’Islam politico», scrive su Asas Media Ahmed al-Muslimani, direttore del Cairo Center for Strategic Studies. Muslimani accusa gli islamisti di fare il gioco di Israele, perché «ripetono il discorso israeliano secondo cui è l’Egitto ad assediare i palestinesi, e il regime egiziano a tenere Gaza prigioniera, come aveva fatto già in passato. Gli estremisti islamisti e Netanyahu sono perciò due lingue di un unico discorso: entrambi vogliono evacuare i palestinesi ed espellere il popolo dalla sua terra e dalla sua patria [spingendolo] verso il Sinai. Ed entrambi propongono lo stesso metodo: aprire il valico di frontiera con l’Egitto per svuotare la Palestina dei palestinesi, ciò che significa cancellare, liquidandola, la questione [palestinese]». Se in passato il discorso islamista avrebbe fatto presa sul popolo egiziano, oggi le cose vanno diversamente. A conquistare l’opinione pubblica è la posizione del Grande Imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyib, la cui posizione «dà voce ai sentimenti di due miliardi di musulmani nel mondo». Due domande poste dal Grande Imam sul settimanale della moschea-università riassumono implicitamente la posizione di al-Azhar: «Quale parte occupa l’altra da 75 anni?»; «Quale parte rifiuta il diritto internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite da 75 anni?». Il discorso dello shaykh è stato recepito positivamente anche nel resto del mondo musulmano, visto che trentuno leader di istituzioni islamiche hanno firmato una dichiarazione in cui esortavano al-Tayyib a continuare a opporre resistenza. È singolare che Muslimani faccia riferimento a questo appello, visto che alcune delle istituzioni firmatarie afferiscono alla galassia islamista e chiedevano proprio che il Grande Imam spingesse per l’apertura del valico di Rafah.

 

Su al-‘Arab, quotidiano panarabo filo-emiratino, il giornalista egiziano Muhammad Abu al-Fadl spiega che la posizione assunta da al-Azhar «risponde alla visione dello Stato, che ha cercato di vanificare lo scenario di reinsediamento degli abitanti di Gaza nel Sinai». Al-Azhar ha saputo riempire il vuoto politico lasciato sulla scena egiziana dai Fratelli Musulmani e dalle altre organizzazioni religiose, spiega l’editorialista, e nelle ultime settimane ha raddoppiato il ritmo degli attacchi mediatici lanciati contro Israele con il benestare del governo egiziano. La moschea-università «ha tratto beneficio dalla voce religiosa che ha risuonato all’interno di Israele, dove il primo ministro Benjamin Netanyahu e alcuni membri del Governo hanno fatto ricorso a un vocabolario biblico, colmo di errori, per mobilitare l’opinione pubblica locale e conferire sacralità alla guerra a Gaza, un modo attraverso cui Netanyahu potrebbe contenere il declino della sua popolarità e conquistare il favore dell’estrema destra. Si è perciò guardato al discorso di al-Azhar come al suo corrispettivo islamico dal lato opposto, ed esso non è stato impedito dal Cairo, né è stato contrastato dagli Stati che hanno una relazione solida con lo shaykh Ahmad al-Tayyeb». Il referente di quest’ultima osservazione sono gli Emirati, Paese con il quale il Grande Imam collabora da anni.

 

L’influenza di cui gode la moschea-università in Asia e in Africa sembra preoccupare Israele, che si sta adoperando per contrastarla, ma con scarsi risultati, conclude Abu al-Fadl. Al-Azhar, perciò, continuerà a dire ciò che il governo egiziano pensa, ma non può dire.

Tags