In un Paese provato da guerra, crisi economica ed emigrazione, Papa Prevost arriva per rilanciare dialogo e unità
Ultimo aggiornamento: 27/11/2025 14:34:23
Intervista a mons. Jules Boutros, Vescovo della Curia Patriarcale d’Antiochia dei Siri e membro del Comitato promotore di Oasis, a cura di Chiara Pellegrino
L’ultima visita di un Papa in Libano risale al 2012, quando vi si recò Benedetto XVI. Da allora il Paese ha attraversato profondi cambiamenti. In che modo la visita di Papa Leone XIV si inserisce in questo contesto mutato?
Partirei dalla visita degli ultimi due Santi Padri. Giovanni Paolo II visitò il Libano nel 1997, subito dopo la fine della guerra civile durata sedici anni. In quell’occasione il Santo Padre consegnò l’Esortazione apostolica “Una speranza nuova per il Libano”, che apriva a nuovo Libano e una nuova Chiesa, capaci di comprendere la loro nuova missione in un Paese segnato dal conflitto. Quel testo invitava noi cristiani, che avevamo combattuto per lungo tempo, a essere costruttori di pace e di fraternità universale, a convivere in pace con l’altro – musulmano e druso – in un ambiente interreligioso, e costruire un bel mosaico che è quello libanese. Il Santo Padre disse che il Libano è più di un Paese, è un messaggio.
Benedetto XVI visitò il Libano tredici anni fa per consegnare l’Esortazione apostolica post-sinodale “Ecclesia in Medio Oriente”. Scelse il Libano perché è la fortezza dei cristiani del Medio Oriente. Il nostro Paese è un punto di riferimento per i cristiani orientali, che dalla Chiesa libanese ricevono speranza e anche istruzione cristiana. Abbiamo diverse Facoltà teologiche e siamo molto presenti in lingua araba anche sui social media. Il Libano ha sempre mantenuto questo slancio missionario. Oggi però la situazione è diversa.
Papa Leone XIV non viene in Libano per portare un’esortazione apostolica o una nuova enciclica. Viene dopo un lungo periodo di guerra fra Hezbollah e Israele, dopo cinque anni di crisi finanziaria e l’esplosione del porto di Beirut, che ha lasciato più di 300.000 persone senza casa. Questa tragedia purtroppo ha causato una nuova grande ondata di emigrazione tra i nostri giovani. Il Santo Padre viene qui, oggi, per portarci il suo messaggio: beati i costruttori di pace. Tutti gli incontri previsti durante la sua visita – con i consacrati, i giovani, i politici, l’incontro interreligioso ecumenico fino alla Santa Messa con la quale termina il suo viaggio – portano questo titolo: “Beati i costruttori di pace”. Il Santo Padre ci dice: beati voi, libanesi, se scegliete la pace. La pace dev’essere pregata, annunciata e costruita. E questa responsabilità ricade su di noi, non solo come cristiani cattolici, ma come libanesi. Siamo chiamati a costruire la pace fra noi, a livello interno, ma anche a livello regionale, con la Siria, Israele e la Terra Santa. Papa Leone XIV viene in Libano perché la nostra terra ha tanta sete di pace.
A parte il viaggio in Turchia, in un certo senso già previsto perché quest’anno ricorre l’anniversario del Concilio di Nicea, il Libano rappresenta la prima visita internazionale di Papa Leone XIV. Come interpreta questa scelta?
Nella sua prima lettera pastorale “Dilexi te”, il Santo Padre ha invitato la Chiesa, i cristiani e gli uomini di buona volontà a scegliere il povero, inteso non solo in senso economico, ma anche il povero di salute e il povero di giustizia. Penso abbia scelto il nostro Paese perché gli sta a cuore la Terra Santa, e il Libano, soprattutto il sud, è una Terra Santa. Cristo ha visitato queste terre con i suoi apostoli e la prima Chiesa è partita anche da qui. Proprio in questa terra dove, più che altrove, si dovrebbe vivere nella pace – perché il “Re della pace” è nato qui e da qui ha irradiato la sua luce –, la sofferenza continua da più di duemila anni. Portare la pace in questa regione non è importante solo per i cristiani: queste terre sono la culla del cristianesimo, dell’ebraismo e dell’islam. Per questo è importante richiamare i leader politici e religiosi a vivere la pace. “Islam” in arabo deriva dalla parola salām, che significa pace. Ma questa pace spesso manca nel mondo musulmano a causa del fondamentalismo, che rifiuta e stermina le popolazioni, che uccide il diverso. E manca anche a causa del fondamentalismo ebraico, che non riconosce nel fratello palestinese, musulmano o cristiano, una pari dignità umana. Tutto ciò ha spinto molti cristiani a chiudersi nei ghetti, rendendo più difficile lo slancio missionario delle Chiese orientali. Oggi si parla poco di evangelizzazione dei popoli e il dialogo interreligioso è molto limitato e timido. Eppure, le tre religioni sono chiamate a essere in pace tra loro e avere un dialogo aperto, che non si limiti ai valori umani e sociali, ma che tocchi anche i valori religiosi. In questo senso, la “Nostra Aetate” del Concilio Vaticano II ha tanto da dirci anche oggi: per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica si è parlato in modo positivo e costruttivo dei musulmani e dei fedeli delle altre religioni. Io penso che il Santo Padre voglia partire dalla pace, da questa terra in cui le tre religioni sono nate e convivono.
Fin dall’inizio del suo pontificato, Papa Leone XIV ha manifestato una grande attenzione per le Chiese orientali. Che cosa dice questa visita ai cristiani orientali?
La decisione di visitare il nostro Paese è già in sé un dono, soprattutto considerando che nell’anno del Giubileo il Santo Padre di solito non si sposta, perché dovrebbe restare a Roma ad accogliere i pellegrini da tutto il mondo. Il primo e unico viaggio che fa quest’anno Papa Leone è in Medio Oriente, una terra che 1700 anni fa, durante il Concilio di Nicea, riunì la Chiesa dall’Oriente e dall’Occidente per confessare la fede in Cristo. È questo che ci unisce, la fede in un Dio che si è fatto uomo, un Dio che è amore e carità. Noi speriamo in questa carità. Venendo in Medio Oriente, in Turchia e poi in Libano, Leone XIV ci vuole ricordare che noi in origine eravamo uniti e dovremmo continuare a muoverci, come cristiani – ortodossi, protestanti e cattolici – in quella direzione. Se guardiamo al fondamento della nostra fede, Gesù Cristo, possiamo avvicinarci e incontrarci, come accadde 1700 anni fa, per confessare Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Lui è la speranza della nostra unità. Quando si parla delle Chiese d’Oriente, la parola che subito viene in mente è “ecumeniche”. Noi abbiamo bisogno di questa unità perché viviamo insieme, ortodossi, cattolici e fedeli di altre confessioni e chiese. Ognuna è bella nella sua tradizione particolare, ma non è bello non confessare insieme la fede e non celebrare insieme le solennità come la Pasqua. Anche se il cammino ecumenico è lento, segnato da secoli di storia a volte dolorosa, il nostro impegno oggi è ricostruire questa unità. Il Santo Padre incontrerà i patriarchi cattolici ad Harissa, poi, a Beirut, parteciperà a un incontro ecumenico e interreligioso con tutti i patriarchi ortodossi, i cattolici e i capi religiosi musulmani. Speriamo che tutti facciano un passo avanti verso l’unità.
Lei è molto coinvolto nelle attività con la società, in particolare con i giovani. Come si stanno preparando per l’arrivo di Papa Leone?
Si stanno preparando giorno e notte. Abbiamo questa opportunità e in due mesi abbiamo dovuto preparare tutto, perché la conferma della visita del Papa in Libano è stata rimandata a lungo. Il nostro territorio viene bombardato quasi ogni giorno, quindi speriamo che la sua visita porti veramente stabilità e pace. I giovani sono molto entusiasti di partecipare. Abbiamo inviato il link per registrarsi e in pochi giorni tutti i posti sono stati riservati. Sia per la Santa Messa, a cui parteciperanno più di 100.000 fedeli, sia per l’incontro con i giovani, che accoglierà 13.000 persone. Non ci aspettavamo una risposta così rapida, perché il Santo Padre è nuovo ed è ancora poco conosciuto dai giovani, anche se un bel gruppo ha partecipato al Giubileo dei Giovani a Roma pochi mesi fa. L’incontro con i giovani sarà una grande festa, avremo tempo per pregare insieme e ascoltare tre testimonianze. La prima sarà la testimonianza di una persona del Sud, che racconterà come ha vissuto la guerra; la seconda di una giovane che ha accolto a casa sua una famiglia musulmana del sud, ciò che ci dice come il rapporto di fraternità sia cresciuto. La terza testimonianza riguarderà l’esplosione del porto di Beirut. Poi i giovani avranno l’opportunità di fare delle domande al Santo Padre e offrirgli dei doni. Infine, aspetteremo il suo discorso e la benedizione, che sono i momenti centrali dell’incontro.