Il discorso di Benedetto XVI «ha sollevato il morale e ridato vigore» a coloro che lavorano per affermare giustizia, pace e libertà nel più importante organismo internazionale, spesso afflitto dai troppi compromessi e dalla frammentazione degli interessi contrapposti.

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Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:48:46

La quarta visita di un Papa all’ONU, quella resa da Benedetto XVI il 18 aprile 2008, è avvenuta in un momento storico non facile per questa Istituzione. Frammentazione culturale, difficoltà e talora indisponibilità a capirsi a vicenda, derive della politica in ogni parte del mondo e sfide alla sicurezza umana trovano nel Palazzo di Vetro una cassa di risonanza. Papa Benedetto XVI, che conosce tutto questo e ne condivide il peso e la speranza nel suo ministero di Pontefice, “costruttore di ponti”, ha sollevato il morale e ridato vigore a coloro che nell’ambito delle Nazioni Unite lavorano per affermare giustizia, pace e libertà. Lo ha fatto con presenza, incontri, sguardi, strette di mano, parole e gesti improntati a grande serenità, mitezza e sincerità. La qualità del messaggio è stata alta e ben accolta: il senso dei diritti umani; la «responsabilità di proteggere», quale base imprescindibile per l’autorità di ogni governo e amministrazione; e il dialogo tra persone di culture e religioni diverse, innestato sul comune riconoscimento della dignità di ogni persona e gruppo umano. Che Papa Benedetto non venisse a dire parole di circostanza, politicamente corrette, se lo aspettavano tutti. Da settimane ero assediato da domande su quanto avrebbe detto il Papa. Segno che la parola del Papa conta anche oggi e che egli era atteso all’ONU non in veste di Capo di Stato ma di autorità morale. Autorità che custodisce un disegno, conserva i principi e i valori fondanti la vita dell’individuo e della comunità. Autorità morale che è riconosciuta come “legge naturale”, la quale precede, e non può venire contraddetta dalle leggi dello Stato. Ecco perché il Papa non si è dilungato – peraltro, non ne avrebbe avuto il tempo– sulle varie crisi e sfide che preoccupano il mondo oggi, ma è andato alla radice di ogni problema, e cioè ai diritti dell’uomo che sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà. L’ONU è il risultato della volontà politica dei singoli Paesi membri e al suo interno è evidente, da tempo, che all’accoglienza e al rispetto per i principi che non sono negoziabili si sono sostituiti il compromesso e il negoziato su qualsiasi cosa. L’insistenza che Benedetto XVI ha posto sulla convinzione che cer¬ti principi, come quello della vita, della responsabilità di proteggere e del dialogo, non sono disponibili alla volontà della maggioranza o dei governi, dovrà guidarci nei dibattiti e nelle risoluzioni in vista del sessantesimo anni¬versario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Egli ha affermato che di fatto la base morale per il diritto di un governo a esercitare l’autorità e la sovranità è costituita dalla sua responsabilità, volontà ed efficacia nel proteggere le popolazioni da ogni forma di violazione dei diritti umani. Papa Benedetto ha mutuato l’espressione «responsabilità di proteggere» dal Documento prodotto dal Vertice dei Capi di Stato e di Governo nel 2005. Tuttavia, egli l’ha situata in un contesto molto più ampio: la responsabilità di proteggere non si limita, infatti, all’intervento umanita¬rio, spesso armato, ma sempre più assurge a nome nuovo per sovranità, la quale, per l’appunto, non è solo un diritto, ma principalmente una responsa¬bilità verso la protezione e la promozione delle popolazioni civili. A più riprese, nel suo viaggio negli USA egli ha parlato della libertà di religione e del dialogo interreligioso. Su questo punto, ha affidato un messaggio chiaro e fecondo anche alle Nazioni Unite, attualmente alla ricerca di una strategia efficace per il dialogo e la cooperazione tra persone di diversa cultura e religione. Il Papa ha collegato il discorso sulla laicità con quelli relativi a trascendenza, libertà e democrazia. Lo Stato è laico proprio per amore della religione nella sua autenticità, vissuta liberamente. Ci sono qui alcuni elementi indispensabili che rendono il rispetto e la promozione della libertà religiosa la chiave di volta per un governo e una società che rispettino tutti i diritti umani di base. Anzitutto «per amore della religione», quando cioè la religione non viene considerata un problema, ma parte della soluzione. I pionieri americani fuggivano da situazioni di oppressione religiosa in Europa, ma tenevano ben salda e preziosa la coscienza del rapporto Dio/società. La religione è «autentica» quando non la si manipola per altri fini diversi da quelli a essa propri, cioè dar gloria a Dio e rendere felice e realizzato l’uomo. «Vissuta liberamente»: quando governi, società civile, religioni comprese, sono tutti convinti che la libertà religiosa si innesta sull’uguale dignità di ogni persona e danno corpo a questa premessa.La lunga e calorosa ovazione finale tributata dall’Assemblea non poteva provenire che dal sussulto del dover essere che alberga in ogni cuore, al di là delle politiche quotidiane. Papa Benedetto ha lanciato un messaggio etico, morale, che va fatto proprio dagli addetti ai lavori perché si traduca in linee operative. In questo senso si può capire nella sua giusta dimensione l’espressione che molti usano e cioè che il Papa è la coscienza dell’umanità e parla alle coscienze degli uomini.

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