I funerali di Ali Khamenei hanno restituito l’immagine di un regime capace di mobilitare milioni di persone. Eppure, questa dimostrazione di forza non riflette una rinnovata legittimità del sistema. Dietro l’apparente continuità, la Repubblica Islamica sta attraversando una profonda trasformazione
Ultimo aggiornamento: 14/07/2026 16:31:37
L’assassinio di Ali Khamenei e la guerra hanno accelerato la trasformazione della Repubblica Islamica. In che modo il conflitto ha ridefinito i rapporti di forza tra il clero e i Guardiani della Rivoluzione? Quale ruolo giocano il martirio e l’ideologia della rivoluzione del 1979 nell’Iran contemporaneo? E quale messaggio intendevano inviare al mondo le autorità iraniane attraverso i funerali di Khamenei?
Ne abbiamo parlato con Farhad Khosrokhavar, Direttore di Studi emerito presso l’EHESS (École des Hautes Études en Sciences Sociales) di Parigi
Intervista a cura di Chiara Pellegrino
Durante i funerali di Ali Khamenei milioni di persone si sono radunate per rendere omaggio alla Guida Suprema. Soltanto pochi mesi prima, nel gennaio 2026, milioni di iraniani erano scesi in piazza per protestare contro il regime. Queste esequie sono il segno di una ritrovata legittimità del regime, o la mobilitazione va interpretata con maggiore cautela?
I funerali hanno effettivamente richiamato circa due milioni di persone in tre grandi città: Teheran, Qom e Mashhad. Ma questo non significa in alcun modo che il regime iraniano abbia riguadagnato legittimità. Si tratta principalmente di una parte di popolazione che dipende economicamente dallo Stato. Il 5% circa degli iraniani vive a spese del regime, grazie al sostegno delle fondazioni della rivoluzione, come la Fondazione dei Martiri e la Fondazione per i Diseredati, e di varie organizzazioni formali e informali appoggiate dall’Esercito dei Guardiani della Rivoluzione o dalla vasta organizzazione della Guida Suprema, che sotto l’Ayatollah Khamenei costituiva uno Stato nello Stato. Queste persone vengono mobilitate ogni volta che il regime organizza una manifestazione.
La differenza con i funerali dell’Ayatollah Khomeini è molto evidente. Quest’ultimo era stato veramente accompagnato dai fedeli, con una reale dimostrazione di affetto collettiva e una partecipazione popolare spontanea. Oggi, invece, sappiamo benissimo che tutto ciò che abbiamo visto ai funerali di Khamenei è stato in gran parte organizzato. Era una mobilitazione controllata dalle autorità, più che una realtà vissuta dalla popolazione.
Dal 2009 in Iran ci sono stati quattro o cinque grandi movimenti sociali di protesta contro il regime, tutti repressi nel sangue. Questo dimostra che il regime non gode di molta legittimità. Il problema fondamentale è che gli Stati Uniti di Trump avevano promesso di aiutare i manifestanti durante le proteste del gennaio 2026, ma alla fine non l’hanno fatto. Hanno lasciato che le proteste venissero represse dal regime, uccidendo in due sole notti circa 7.000 persone. Altre stime parlando di un bilancio ancora più drammatico di 42.000 vittime.
Oggi la popolazione si trova in una situazione in cui non ha molta scelta: da una parte, ci sono stati i bombardamenti aerei israeliani e americani; dall’altra, il regime, che reprime ma allo stesso tempo difende la sopravvivenza del Paese. La grande forza del regime sono i Guardiani della Rivoluzione, che formano un blocco molto coeso. Non sono solo un esercito, ma anche una vera e propria mafia economica che domina il Paese. I Guardiani della Rivoluzione controllano più della metà dell’economia iraniana e sono strettamente legati allo Stato sin dalla presidenza di Ahmadinejad, quindi almeno dal 2005. Sono finanziati direttamente dai proventi del petrolio iraniano, in dollari. Il loro principale braccio economico, Khatam al-Anbiya, vale diversi miliardi di dollari. È coinvolto nella maggior parte dei grandi progetti infrastrutturali: gli impianti petroliferi, le dighe, le opere pubbliche… Molte di queste dighe hanno distrutto l’ecosistema iraniano: ne sono state costruite più di 600, spesso con l’obiettivo di arricchire illecitamente i vertici di questo esercito.
Il mio ultimo libro, uscito un mese fa, s’intitola Iran: la fin du totalitarisme? A questa domanda rispondo “no”. Gli americani, in un certo senso, hanno aiutato il regime eliminando il livello superiore della classe dirigente, una gerontocrazia, e consentendo alla classe media di accedere al potere. I Guardiani della Rivoluzione hanno saputo sfruttare i punti deboli dell’attacco americano, ovvero l’assenza di un esercito di terra. I bombardamenti aerei da soli non bastano a rovesciare un regime. Le manifestazioni organizzate per celebrare la Guida Suprema esprimono anche il rifiuto dell’attacco americano, che ha causato molte vittime tra i civili.
In che modo la guerra e la morte di Khamenei hanno modificato gli equilibri tra il clero e i Guardiani della Rivoluzione?
Questa guerra ha avuto un effetto paradossale: ha consolidato la totale egemonia dei Pasdaran sul sistema politico iraniano. Khamenei aveva esercitato un potere incontrastato per oltre tre decenni. Oggi la situazione è diversa. Suo figlio, che gli è succeduto come Guida Suprema, è invisibile. È malato, ha subito dei bombardamenti e, in ogni caso, il suo potere non è minimamente paragonabile a quello del padre. Non stiamo quindi assistendo a un cambio di regime, ma a una profonda trasformazione della struttura del potere, in cui i Pasdaran occupano una posizione più centrale che mai. Ahmad Vahidi, capo dei Guardiani della Rivoluzione, e Mohammad Qalibaf, ex comandante dei Pasdaran e ora presidente del Parlamento, sono tra le figure più influenti del Paese.
Questo nuovo centro di potere però non è omogeneo. Da una parte ci sono i realisti, rappresentati in particolare da Qalibaf, principale mediatore con gli Stati Uniti, e dal presidente della Repubblica Pezeshkian. Loro sanno che l’Iran non può perseguire a tempo indeterminato una politica anti-americana radicale e che bisogna trovare un modus vivendi con Washington. Dall’altra parte ci sono i duri e puri, molto più invisibili. Non sappiamo esattamente chi siano perché non si mostrano, ma di tanto in tanto vediamo le loro azioni. Una decina di giorni fa, per esempio, un’intervista televisiva a Qalibaf è stata censurata dopo un quarto d’ora perché quello che stava dicendo non piaceva alla fazione radicale del regime. Questa evoluzione ha avuto un riflesso anche nei funerali della Guida Suprema. Gli slogan tradizionalmente incentrati sull’ostilità verso gli Stati Uniti sono stati relativamente pochi, l’enfasi era posta principalmente sulla grandezza della Guida Suprema.
Allo stesso tempo, l’influenza del clero si è notevolmente attenuata. Questa tendenza era già visibile durante gli anni di Khamenei, se non altro in Parlamento dove il numero di mullah era diminuito, ma dopo la sua morte ha subito un’accelerazione. Il regime esercita meno pressione sulle donne, per esempio. Oggi sono molto più libere di non indossare il velo e di uscire. D’altro canto, però, i militari si mostrano non meno repressivi nei confronti dell’opposizione di quanto lo fosse in passato il potere religioso. Il numero delle persone giustiziate per aver partecipato alle proteste di gennaio 2026 continua ad aumentare e l’Iran ha il più alto numero di esecuzioni pro capite al mondo.
Ma all’interno della nuova leadership dei Guardiani della Rivoluzione esiste ancora una dimensione ideologica legata alla rivoluzione del 1979?
L’ideologia della rivoluzione del 1979 presentava quattro elementi essenziali: la de-secolarizzazione della società iraniana e la sua totale islamizzazione con l’obbligo del velo per le donne, la politicizzazione dell’Islam e la stretta interconnessione di quest’ultimo con la politica, la contestazione dell’imperialismo americano e in particolare del suo alleato Israele, e il sostegno ai movimenti di islamizzazione nella regione, soprattutto in Libano e Iraq (in Iraq in particolare dopo l’invasione americana nel 2003).
Gran parte di questa ideologia è stata contestata: il movimento “Donna, Vita, Libertà” del 2022-2023 ha criticato l’obbligo del velo per le donne, la guerra lanciata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio 2026 ha messo in discussione l’egemonia assoluta del clero sul sistema politico, sancendo l’ascesa dell’Esercito dei Guardiani della Rivoluzione come attore politico principale. Restano l’antimperialismo, che spesso si confonde con l’anti-occidentalismo del regime, e il sostegno a Hezbollah in Libano. Tutto il resto è stato contestato, e anche questa dimensione potrebbe indebolirsi in futuro se i negoziati con gli americani avranno successo nonostante i numerosi ostacoli sul loro cammino: l’instabilità mentale del presidente Trump, l’impatto delle fazioni radicali del regime islamico sui negoziati in corso e la posizione di Israele.
Tornando alle esequie di Khamenei, alla cerimonia del 5 luglio hanno partecipato diverse delegazioni straniere. A ciascuna delegazione venuta a porgere le condoglianze ha corrisposto la recitazione di un versetto del Corano, carico di significato politico. Alla Turchia e all’Arabia Saudita sono stati attribuiti dei versetti controversi, mentre alla Russia e al Qatar sono stati associati dei versetti dal messaggio più conciliante. Come interpreta questo fatto?
Ho l’impressione che si tratti solo di retorica. Innanzitutto, il numero di rappresentanti stranieri presenti era relativamente limitato: c’erano soltanto due presidenti, alcuni ministri e primi ministri. I versetti coranici a loro associati intendevano mettere in discussione una serie di cose in maniera implicita. Ma tutto ciò attiene alla metafora più che alla realtà politica. A mio parere, la realtà si gioca altrove.
La salma di Khamenei è stata trasportata anche a Najaf e Karbala, le due principali città sante dello sciismo in Iraq. Qual è il significato simbolico e politico di questa scelta? Può essere interpretata come il tentativo di collocare la figura della Guida Suprema nella geografia sacra dello sciismo, al di là del contesto nazionale iraniano?
In un certo senso sì, ma in un altro no. Ad esempio, in Libano, dove Hezbollah è molto legato all’Iran, non ci sono state grandi manifestazioni paragonabili a quelle viste in Iraq. In Iraq, c’erano fazioni del potere molto vicine all’Iran. La scelta di Najaf e Karbala è normale, dal momento che in queste due città risiede la maggior parte del clero sciita. In Iran, l’equivalente è ovviamente Qom. Quindi il triangolo Qom-Karbala-Najaf per le esequie di Khamenei è perfettamente logico.
Il problema è che questa celebrazione si è svolta all’interno di un regime il cui carattere religioso si sta indebolendo e in cui la politica sta prendendo gradualmente il sopravvento. Date le difficoltà economiche dell’Iran, il Paese non potrà più sostenere le fazioni irachene, e soprattutto libanesi, come faceva in passato. Per questo credo che questa celebrazione rappresenti non solo un lutto per la Guida Suprema, ma anche un lutto per il regime clericale nella forma in cui è esistito fino a oggi. Non è più un regime dominato dal clero, ma un altro tipo di regime che tuttavia continua a basarsi sui rapporti con il clero per mantenere la legittimità islamica. La realtà del potere, però, ora si gioca su un altro terreno, quello militare. Il regime iraniano assomiglia sempre più ai regimi egiziano e pakistano, con la differenza che la sua ideologia è ancora fortemente islamista.
In che misura le circostanze della morte di Khamenei hanno rinvigorito la nozione di martirio nella società iraniana?
Il concetto di martirio è scomparso dalla società iraniana. Intendo dire che per le giovani generazioni non è più un riferimento. Quanto al martirio della Guida Suprema, il regime lo celebra, ma la società civile non lo asseconda. Se domani ai manifestanti venisse chiesto di criticare la Guida Suprema e scendere in piazza, lo farebbero. Tutto dipende dalla struttura del potere. Ricorda in un certo senso il ruolo svolto dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica: se il partito cambia le sue politiche, la storia viene riscritta. Allo stesso modo, il concetto di martirio, per molto tempo ampiamente politicizzato dal regime islamico, oggi ha perso d’importanza. È diventato un mero strumento politico del regime e non ha più alcun significato reale in quelle che potremmo definire relazioni sociali. Peraltro, è proprio in questo che, paradossalmente, si situa la forza dei Guardiani della Rivoluzione. Questi concetti sono stati svuotati del loro significato e, di conseguenza, i militari possono prendere il posto dei chierici e dei mullah senza causare troppi danni. Infatti, negli slogan dei movimenti di protesta il martirio non ha giocato alcun ruolo, non è stato nemmeno menzionato.
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