Dallo scorso 21 settembre, nel Paese caucasico è vietato coprirsi il capo nelle scuole pubbliche. Il provvedimento ha suscitato proteste e innescato la più grave crisi degli ultimi anni con Ankara, che tuttavia ora cerca di stemperare i toni
Ultimo aggiornamento: 22/10/2026 12:17:57
Il 21 settembre 2026, il Consiglio dei ministri dell’Azerbaigian ha modificato il regolamento sulle uniformi scolastiche, vietando gli indumenti che compromettono l’uniformità della divisa o che non sono conformi al principio di laicità. Il termine “hijab” non compare nel provvedimento, ma le modalità di applicazione di quest’ultimo lasciano pochi dubbi: alcuni video, ampiamente circolati sui social, mostrano studentesse respinte all’ingresso delle scuole, talvolta in lacrime. Disposizioni analoghe sono state introdotte per le insegnanti il 6 ottobre, mentre il 9 ottobre la direzione dell’istruzione di Baku ha annunciato l’avvio di controlli. Diverse insegnanti che indossavano il velo sarebbero state allontanate o licenziate.
Un divieto mascherato
Le autorità ribadiscono che non esiste alcun divieto di indossare il velo negli spazi pubblici: la norma riguarda l’uniformità dell’abbigliamento scolastico, non la religione. Questa argomentazione si scontra tuttavia con la sua applicazione pratica, mentre la protesta ha assunto dimensioni insolite per un Paese in cui lo spazio pubblico è sottoposto a uno stretto controllo: si sono verificati boicottaggi delle lezioni, assembramenti davanti agli istituti scolastici e persino lezioni improvvisate per strada, tenute da un’insegnante allontanata dalla scuola. Il 12 ottobre, il Ministero dell’Interno ha annunciato 37 arresti per turbativa dell’ordine pubblico, mentre sono stati segnalati rallentamenti nell’accesso a Instagram, TikTok e X.
Una nuova svolta repressiva
Nelle ultime settimane, la vicenda ha assunto una piega ancora più repressiva. Secondo alcuni attivisti citati da Caucasian Knot, oltre 200 persone sarebbero state fermate nel Paese, anche se la maggior parte è stata successivamente rilasciata. Già dal 16 ottobre sono stati segnalati nuovi arresti e il licenziamento di alcune insegnanti. Sono state inoltre comminate sanzioni che prevedono da 25 a 30 giorni di detenzione per la pubblicazione di contenuti su TikTok o per lo slogan “Libertà per l’hijab” scritto su un muro. Di un attivista che organizzava lezioni online per i bambini esclusi dalle scuole si sarebbero perse le tracce. Amnesty International ha chiesto la revoca delle restrizioni e il rilascio dei manifestanti pacifici.
Il 16 ottobre, la Procura generale dell’Azerbaigian ha inoltre annunciato l’avvio di un procedimento penale contro Celal Çiftçi, editorialista turco di un quotidiano di Şanlıurfa, in Turchia, accusato di aver incitato a un colpo di Stato e promosso l’«estremismo religioso». Nei suoi confronti è stato emesso un mandato di arresto e Baku ha chiesto la collaborazione delle autorità turche. La questione, dunque, va ben oltre la scuola e riguarda il controllo del dibattito pubblico, anche al di là dei confini nazionali.
Un secolo di laicità di Stato
La decisione si inserisce in una lunga vicenda storica. Nel 1918, la Repubblica Democratica dell’Azerbaigian fu la prima repubblica a maggioranza islamica a dotarsi di istituzioni parlamentari e laiche. Il periodo sovietico impose una brutale politica antireligiosa, che prevedeva tra le altre cose lo “svelamento delle donne”. Con l’indipendenza nel 1991, la religione tornò ad avere un posto nello spazio pubblico. La Costituzione sancisce tuttavia il carattere laico dello Stato, facendo della laicità un pilastro dell’identità ufficiale del Paese, percepita come un’eredità al tempo stesso sovietica e nazionale.
La questione, però, non è nuova. Già nel dicembre del 2010 il ministro dell’Istruzione Misir Mardanov aveva annunciato il divieto di indossare il velo a scuola, presentandolo come un’applicazione della normativa vigente. Centinaia di fedeli scesero in piazza e, nel gennaio del 2011, il leader del Partito islamico, Movsoum Samadov, fu arrestato poco dopo aver criticato il provvedimento. Alcuni esponenti religiosi iraniani lo definirono «anti-islamico», mentre Teheran lo presentò come una questione interna all’Azerbaigian. La misura del 2026 riattiva dunque un conflitto di lunga data, ma in un contesto regionale profondamente mutato.
Gli obiettivi di Baku
Gli obiettivi che Baku persegue con questa decisione sono principalmente tre. Innanzitutto controllare la religione. Circa il 96% degli azerbaigiani si dichiara musulmano, con una maggioranza sciita e una consistente minoranza sunnita, anche se la pratica religiosa presenta spesso un carattere culturale e secolarizzato. Il regime di Ilham Aliyev esercita uno stretto controllo sulla sfera religiosa, in particolare attraverso la Direzione dei musulmani del Caucaso, guidata fin dall’indipendenza dallo sheikh-ul-islam Allahchoukour Pachazadé. Quest’ultimo ha definito l’hijab «un importante obbligo religioso», pur sostenendo la posizione del governo e lamentando allo stesso tempo di non essere stato consultato preventivamente. Il provvedimento mette dunque in difficoltà la stessa istituzione religiosa ufficiale. Negli anni Dieci del 2000, il timore di una possibile radicalizzazione alimentata dall’Iran sciita, dai salafiti o da reti transnazionali giustificava questo controllo, ma oggi le mobilitazioni islamiste si sono notevolmente ridotte. La televisione di Stato ha peraltro presentato la misura come un argine ai valori «arabo-persiani». Alcuni critici, come il giornalista Afgan Moukhtarli, ritengono piuttosto che il potere abbia bisogno di agitare lo «spettro dell’islam radicale» per consolidare il proprio potere.
In secondo luogo, il divieto punterebbe a proteggere le minori. I sostenitori del provvedimento invocano il diritto delle ragazze a compiere liberamente le proprie scelte una volta raggiunta l’età adulta e ricordano che restrizioni analoghe esistono in Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan. L’argomento non è privo di fondamento, ma escludere dalla scuola delle alunne a causa del loro abbigliamento solleva un problema relativo al diritto all’istruzione, tanto più che il testo, non menzionando esplicitamente l’hijab, lascia ai singoli dirigenti scolastici il compito di interpretarlo.
Infine, l’Azerbaigian mira ad affermare la propria sovranità. Il 2 ottobre, intervenendo al congresso dello Yeni Azərbaycan Partiyası (YAP, Partito del Nuovo Azerbaigian), Ilham Aliyev ha dichiarato che il suo Paese non accetta interferenze nella propria politica estera, non ha bisogno dell’«aiuto» né della «tutela» di alcuno e nessuno deve «interferire nel nostro stile di vita». Il presidente non ha fatto nomi, ma molti hanno interpretato le sue parole come un messaggio rivolto alla Turchia. È la manifestazione di una nuova forma di autonomia nei confronti di Ankara, resa possibile dalla vittoria nel Karabakh.
Ankara: dall’indignazione alla distensione
La reazione turca è stata infatti piuttosto accesa, perché la questione tocca una ferita ancora viva nella memoria collettiva. In Turchia, il velo è stato vietato nelle università e nella pubblica amministrazione fino alla «rivoluzione silenziosa» dell’AKP. Il cosiddetto «processo del 28 febbraio 1997», quando l’esercito costrinse il governo islamista dell’epoca a rinunciare alla propria politica, continua a segnare profondamente gli ambienti conservatori. Numerosi commentatori hanno accostato le immagini provenienti da Baku a quelle di quel periodo. Già all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, subito dopo l’adozione del provvedimento azerbaigiano, Erdoğan aveva condannato i divieti del velo a scuola, senza però menzionare alcun Paese.
In un primo momento, Ankara ha mantenuto il silenzio stampa, mentre la pressione cresceva dal basso, con assembramenti davanti al consolato dell’Azerbaigian a Istanbul il 3 e il 12 ottobre, una lettera aperta del leader del partito islamista Saadet, Mahmut Arıkan, e le critiche di esponenti politici e giornalisti vicini all’AKP. Il 12 ottobre, Oktay Saral, consigliere di Erdoğan, ha definito inaccettabile privare le studentesse velate del diritto all’istruzione e ha chiesto a Baku di correggere questo «errore». La risposta dello YAP, il 13 ottobre, è stata durissima: il partito ha ricordato che la stessa Turchia è uno Stato laico secondo la sua stessa Costituzione, ha accusato i responsabili turchi di ingerenza e difeso le relazioni dell’Azerbaigian con Israele, fondate, a suo dire, sul diritto internazionale e sugli interessi reciproci.
Gli ultimi giorni, tuttavia, hanno fatto segnare una svolta dell’esecutivo turco. Già il 14 ottobre Devlet Bahçeli, leader del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), aveva invitato a rispettare la sovranità azerbaigiana. L’ex primo ministro Binali Yıldırım, oggi alla guida del Consiglio degli anziani dell’Organizzazione degli Stati turchi, ha preso le distanze dalle dichiarazioni di Saral, precisando che non esprimevano la posizione né di Erdoğan né dello Stato turco.
Presente in rappresentanza di Erdoğan al vertice della Conferenza sulle misure di interazione e rafforzamento della fiducia in Asia (CICA), tenutosi a Baku, il ministro degli Esteri Hakan Fidan è stato ricevuto da Aliyev e ha affermato che «la natura strategica delle relazioni turco-azerbaigiane prevale su tutto». Ha inoltre denunciato la propaganda sui social media, senza fare riferimento né al velo né al discorso del 2 ottobre.
Il 16 ottobre, il vicepresidente dell’AKP Kürşad Zorlu ha invitato a rispettare le decisioni e la sovranità di ciascun Paese e ad affrontare le divergenze «in famiglia», annunciando la partecipazione di Aliyev al prossimo vertice dell’Organizzazione degli Stati turchi, previsto in Turchia per la fine di ottobre. Il 17 ottobre, alla vigilia del 35° anniversario della restaurazione dell’indipendenza azerbaigiana, Bahçeli ha nuovamente richiamato la formula «un popolo, due Stati».
Questo riallineamento non ha però cancellato tutte le divergenze. Negli stessi giorni, durante l’intervento del presidente israeliano Isaac Herzog al vertice di Baku, la delegazione turca ha abbandonato la sala insieme ad altre delegazioni, richiamando l’attenzione su un’altra dimensione del contrasto: l’Azerbaigian fornisce a Israele una quota significativa del suo petrolio, trasportato attraverso oleodotti che attraversano la Turchia. Una situazione che Ankara ha tollerato a lungo, nonostante il malcontento di una parte dell’opinione pubblica.
Alcuni account turchi collegano ormai esplicitamente le due questioni, mentre la stampa ufficiale azerbaigiana mette in evidenza gli scambi commerciali tra Turchia e Israele. La controversia va dunque al di là della questione scolastica e investe gli equilibri del Caucaso meridionale, in un contesto in cui Teheran, pur essendo direttamente interessata, mantiene per il momento un atteggiamento discreto.
E ora?
Questa piccola crisi è, per molti aspetti, comprensibile. La vittoria nel Karabakh ha rafforzato il potere azerbaigiano, che intende seguire una propria linea autonoma, tanto in politica interna quanto in politica estera. Per la Turchia, il problema si pone in termini speculari: Ankara deve abituarsi a non essere più il «fratello maggiore» che impone la propria visione al «fratello minore». È la sfida tra due logiche. Per Baku, cedere significherebbe ammettere che i limiti della propria laicità possano essere dettati dall’esterno. Per Ankara, la difesa del velo è un elemento identitario che il governo non può ignorare senza pagare un prezzo politico.
Gli avvenimenti degli ultimi giorni sembrano tuttavia confermare la prospettiva di una distensione. Le due capitali condividono troppi interessi, dall’energia ai corridoi di trasporto, fino alla cooperazione militare, per lasciare che la crisi degeneri. Inoltre, in una regione instabile, le due parti hanno bisogno una dell’altra. Il vertice dell’Organizzazione degli Stati turchi, previsto per la fine di ottobre, sarà il primo banco di prova di una riconciliazione almeno formale. La distensione diplomatica lascerà però irrisolta la questione di fondo: quella delle giovani azerbaigiane e delle loro famiglie, strette tra uno Stato che pretende di definire unilateralmente il giusto equilibrio tra laicità e religione, e una società più religiosa e più desiderosa di libertà di quanto si creda a Baku. Una società che la repressione degli ultimi giorni non sembra aver ridotto al silenzio.
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