Dopo la sconfitta dell’ISIS, il jihadismo ha perso buona parte della sua spinta ideologica e della sua capacità di mobilitare i giovani in Europa. Attrae ancora individui isolati, ma è in fase di regressione un po’ ovunque nel mondo, fatta eccezione per l’Africa. Una conversazione con Farhad Khosrokhavar

Ultimo aggiornamento: 21/10/2026 12:26:35

Intervista a cura di Chiara Pellegrino

Sociologo franco-iraniano, direttore degli Studi emerito all’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi, Farhad Khosrokhavar ha dedicato la propria vita accademica allo studio dell’Islam contemporaneo, delle problematiche sociali e antropologiche dell’Islam in Francia e in Europa e ai rapporti tra religione e politica in Iran. Il 15 ottobre il professor Khosrokhavar ha partecipato al convegno “Hastening the End. Messianism and International Politics”, organizzato dalla Fondazione Oasis e dall’Alta Scuola di Economia e Relazioni internazionali (ASERI) dell’Università Cattolica di Milano, intervenendo con una relazione sulla trasformazione della Repubblica Islamica d’Iran. A margine del convegno lo abbiamo intervistato su un altro tema: l’evoluzione dell’islamismo radicale, un fenomeno che ha indagato per anni e sul quale ha pubblicato numerosi libri.

 

Lei studia la radicalizzazione islamista dagli anni Novanta. Come si è evoluto il fenomeno dall’epoca di al-Qaeda e dello Stato Islamico fino a oggi? Stiamo assistendo a una trasformazione delle sue forme, delle sue modalità di reclutamento e delle sue ideologie?

Innanzitutto, occorre sottolineare che l’islamismo radicale è in larga misura il prodotto sia dell’evoluzione interna delle società musulmane sia degli interventi occidentali nel senso più ampio del termine. Prendiamo l’Afghanistan. Ciò che è accaduto, in particolare l’ascesa dei talebani, è in parte una conseguenza dell’invasione russa degli anni Settanta, che ha destabilizzato il sistema politico, già fragile, della monarchia afghana di Zahir Shah. Questo sistema è stato sostituito da un regime comunista e, in seguito, da un regime islamico fondamentalista. È in questo contesto che è nata al-Qaeda.

L’invasione americana dell’Iraq è un altro esempio d’intervento esterno che ha favorito la formazione dello Stato Islamico. L’élite politica di questa organizzazione si è formata nelle prigioni americane in Iraq. Sotto Saddam Hussein, che era indubbiamente un dittatore sanguinario, al-Qaeda e l’islamismo radicale non erano veramente radicati in Iraq. È stata l’invasione americana, insieme al modo molto approssimativo, per non dire ingenuo, in cui gli Stati Uniti hanno amministrato il Paese, a consentire la formazione del nucleo originario dello Stato Islamico. Successivamente l’organizzazione si è sviluppata in due Paesi, in Siria e in Iraq.

La peculiarità dello Stato Islamico risiede nel fatto che si trattava, appunto, di uno Stato, ovvero di un’organizzazione radicata in un territorio. Al-Qaeda, invece, non possedeva alcun territorio. Per la maggior parte delle persone, un territorio costituisce una sorta di corpo: dà vita a un’entità in cui è possibile identificarsi. Lo Stato Islamico ha così cambiato radicalmente le carte in tavola, diventando molto più potente di al-Qaeda.

Tra i 6.000 e i 7.000 europei sono partiti e si sono trasferiti sul suo territorio. Secondo le stime, se questa dinamica non fosse stata bloccata dagli Stati europei avrebbe potuto raggiungere almeno le 20.000 unità. Tra loro vi erano molte giovani donne – un fatto paradossale, ma antropologicamente spiegabile – nonostante si sapesse che, sotto il regime dello Stato islamico, le donne erano private persino dei diritti più elementari (argomento a cui ho dedicato diversi libri e articoli, sia in francese che in inglese).

L’aspetto importante è che lo Stato Islamico rendeva possibile un’utopia, questa volta radicata in un territorio preciso. Le conferiva un’esistenza concreta, quasi corporea. Con una galassia come al-Qaeda ci si può certamente identificare in una causa, ma è sempre qualcosa di astratto. Con uno Stato, invece, tutto diventa concreto: si può andare e viverci. Questa trasformazione segna una rottura fondamentale con al-Qaeda. La guerra contro lo Stato islamico si è conclusa con la sua sconfitta territoriale in Siria e in Iraq nel 2018, ma il movimento è giunto effettivamente alla fine soltanto nel 2021.

Da allora, l’edificio dell’islamismo radicale in Europa è in crisi, nel senso che le vocazioni jihadiste sono calate. Certamente ne esistono ancora, ma si tratta perlopiù di singoli individui, non di gruppi organizzati. Oggi l’islamismo radicale non costituisce più un punto di riferimento centrale per contestare i regimi politici, né in Europa né altrove. In altre parole, l’opposizione agli interventi occidentali, al sostegno degli Stati Uniti a Israele o alla gestione della questione palestinese da parte di Washington non sfocia più in una mobilitazione su larga scala in nome dell’islamismo radicale. Il cambiamento è dunque riconducibile a diversi fattori: l’usura interna di questa ideologia, la scomparsa dello Stato Islamico come entità territoriale in Siria e in Iraq, e il fatto che le nuove generazioni non credono più alle sue promesse.

A mio avviso, questa situazione è destinata a perdurare, a meno che non si costituisca uno Stato islamista in Africa, dove nuclei jihadisti sono presenti in diversi Paesi. La creazione di uno Stato islamico potrebbe avere ripercussioni sull’Europa. Negli Stati Uniti, invece, l’impatto sarebbe molto più limitato, anche perché c’è un oceano che li separa. Inoltre, la maggior parte dei musulmani americani appartiene alla classe media, mentre in Europa gran parte delle popolazioni musulmane appartiene alle classi sociali più umili, spesso alle prese con frustrazione, percezione di razzismo e difficoltà di accesso a una vita normale.

 

Il conflitto a Gaza ha avuto, o potrebbe ancora avere, un impatto sui processi di radicalizzazione?

Finora, l’effetto sull’islamismo radicale è stato limitato. Si sono verificati alcuni casi, ma si è trattato spesso di falsi allarmi o di iniziative individuali, e non di azioni condotte da organizzazioni. L’islamismo radicale è in fase di regressione un po’ ovunque nel mondo, fatta eccezione per l’Africa. Che si tratti di Francia, Germania, Italia, Canada o Stati Uniti, il fenomeno è diventato marginale. Il numero di attacchi e di vittime è estremamente basso. In Africa, invece, c’è uno zoccolo duro di gruppi ancora attivi e operativi, come Boko Haram o lo Stato islamico dell’Africa occidentale.

 

Come spiega questa regressione?

L’islamismo radicale come ideologia capace di mobilitare esiste ormai da quasi mezzo secolo. È iniziato nel mondo sciita con la rivoluzione iraniana, poi è proseguito con al-Qaeda e con lo Stato Islamico. Si è sviluppato a partire dagli anni Settanta, ma oggi è entrato in una fase di declino perché, in ultima analisi, non è riuscito a mantenere le sue promesse. Le ideologie utopistiche finiscono per logorarsi: all’inizio promettono di reinventare il mondo, di costruire il paradiso in terra. Ma quando queste promesse vengono disattese, suscitano progressivamente un senso di disaffezione. Da questo punto di vista, l’islamismo segue una traiettoria analoga a quella del comunismo o di altre grandi ideologie, la cui durata non supera solitamente il mezzo secolo. Questo arco temporale corrisponde a circa tre o quattro generazioni: la prima aderisce pienamente all’ideologia, la seconda inizia a prenderne le distanze, mentre la terza e la quarta constatano che la situazione non migliora e che quella ideologia non consente una trasformazione positiva della società. Finora, dunque, il conflitto a Gaza ha avuto un effetto limitato sull’islamismo radicale, proprio perché l’ideologia stessa è in fase di declino.

Si nota, invece, una certa disaffezione nei confronti degli Stati arabi, che sono diventati complici di Israele e, soprattutto, quasi schiavi degli Stati Uniti. Questa situazione potrebbe durare ancora per un po’, ma con il tempo si renderanno conto che mettersi in ginocchio davanti agli Stati Uniti non cambia granché. Oggi gli Stati arabi sono totalmente insensibili alle sofferenze dei palestinesi e questo contribuisce alla loro delegittimazione.

Mi ha colpito constatare che l’Iran, il cui regime è profondamente illegittimo agli occhi della stragrande maggioranza della popolazione iraniana, sia diventato nel mondo arabo un simbolo di resistenza agli Stati Uniti e a Israele. Gli arabi hanno un atteggiamento piuttosto positivo nei confronti dell’Iran. Ogni volta che incontro degli amici arabi mi dicono: «Bene che hanno resistito, hanno fatto quello che bisognava fare, non si sono messi in ginocchio, anzi, ne sono usciti vincitori».

C’è quindi una sorta di doppia percezione: gli iraniani detestano il proprio regime, mentre gli arabi gli sono favorevoli, per ragioni legate meno alla situazione interna dell’Iran che alla sua capacità di resistere agli Stati Uniti e a Israele. In un certo senso, pensano che il regime iraniano abbia ottenuto una vittoria. Il che non è del tutto errato, dato che si pensava che l’Iran sarebbe stato rapidamente schiacciato; eppure, né gli Stati Uniti né Israele ci sono riusciti. Per le società arabe, è come una sorta di nazionalismo per procura.

 

E nelle società occidentali?

Nelle società occidentali, dove vivono minoranze palestinesi e, più in generale, arabe, regna un profondo smarrimento. Negli Stati Uniti, ad esempio, i palestinesi e i loro sostenitori sono stati duramente repressi dall’amministrazione Trump. Questo ha generato un senso di disorientamento. È possibile che, tra qualche anno, emerga una nuova forma di opposizione a questa situazione. Al momento, però, gran parte della popolazione non sa come opporsi a Netanyahu e a Trump. Nelle società occidentali c’è una mobilitazione popolare che nasce dal basso. Solo la scorsa settimana ho visto, davanti al Duomo di Milano, una manifestazione a sostegno degli abitanti di Gaza. Mobilitazioni analoghe si svolgono un po’ ovunque in Europa, ma alla fine restano dei movimenti popolari dall’impatto generale molto limitato.

 

Nel biennio 2015-2016, mentre l’Europa era duramente colpita dal terrorismo jihadista, lei ha studiato le dinamiche di radicalizzazione nelle carceri e il loro ruolo nei processi di reclutamento; ricerche che sono confluite in un libro pubblicato nel 2016. Dieci anni dopo, qual è la situazione in questo contesto?

La radicalizzazione nelle prigioni non è più così problematica come lo era in passato, perché può svilupparsi solo se trova un appiglio in una realtà concreta, com’era il caso dello Stato Islamico. Con lo Stato Islamico era possibile e lo era anche con al-Qaeda. Oggi, però, in Europa non esiste più un’organizzazione credibile che incarni l’islam radicale. La situazione è cambiata. Non ci si radicalizza più in nome di un’ideologia totalizzante, ma a titolo individuale: si può arrivare a uccidere un agente di custodia, aggredire qualcuno o compiere atti violenti, senza che questo sia necessariamente legato a un’ideologia islamista. Il fenomeno non si manifesta più nelle forme del passato. La situazione dei detenuti musulmani, invece, non è migliorata; anzi, è peggiorata. Ma questa evoluzione non è riconducibile all’islam radicale. In altre parole, l’islam radicale non viene più invocato come via d’uscita dal proprio disagio, né nella vita in generale né all’interno del carcere. Stando alle tendenze attuali, l’islamismo radicale non costituisce più un fattore di mobilitazione per i giovani, in particolare per quelli che vivono un profondo malessere interiore.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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