Intervento di Riccardo Redaelli alla conferenza internazionale “Cambiare rotta. I migranti e l’Europa”

Ultimo aggiornamento: 07/02/2024 11:52:55

Parlare di un tema complesso come quello delle migrazioni significa cercare di affrontarlo con approcci e metodologie diversi. Uno dei rischi maggiori è infatti che si vedano solo alcune sfaccettature di un prisma complesso, dato che questo tema oggi viene affrontato da angolature diverse, che talora – pur se corrette e approfondite – non fanno emergere la complessità del fenomeno e delle sue conseguenze.

Personalmente concordo con molto di ciò che è stato detto. Mi è stato chiesto di guardare al fenomeno delle migrazioni da un’angolatura particolare, quella geopolitica. Io insegno geopolitica da vent’anni, ma nemmeno a me è chiaro che cosa sia la prospettiva geopolitica, perché si tratta di un termine che usano tutti e per lo più a sproposito. Al di là dell’abuso del termine, la geopolitica dovrebbe essere una visione che io chiamo “fredda”: non nel senso di cinica, ma una visione chimicamente distillata, che prescinde dall’ideologia e dagli approcci morali, e guarda all’interazione tra lo spazio e il potere, ma soprattutto alle percezioni che si hanno di queste dinamiche. Nella geopolitica le percezioni hanno una forza maggiore del dato oggettivo, dato che la rappresentazione soggettiva gioca un ruolo fondamentale nelle scelte decisionali e negli atteggiamenti dei popoli. Pertanto, oggi parlerò soprattutto delle percezioni, che sono spesso un caso di self-fulfilling prophecies, profezie che si autoavverano. Putin continuava a dire che la NATO stava accerchiando la Russia e con quella sua sciagurata guerra, al di là di tutto, è riuscito a realizzare la sua profezia. Possiamo dire che le migrazioni sono una costante storica, un fenomeno mondiale. Noi siamo ossessionati da quello che accade da noi e molto poco attenti a quanto accade agli altri; trasformiamo quindi questa dinamica costante in una minaccia epocale, ma se guardiamo i dati capiamo che questa è una dinamica costante. Adesso la migrazione va in questo verso, da sud a nord, ma ricordo che noi europei siamo stati fra i più grandi esportatori di migranti, noi italiani in particolare. Negli anni la situazione si è invertita.

 

A giustificare le migrazioni sono una serie di motivazioni – politiche, economiche, culturali, le guerre… i cosiddetti push and pull factors. Papa Francesco qualche giorno fa ha detto che «non esiste nessuna invasione», e ha ragione. A livello geopolitico, però, è la percezione che conta. Se voi vedete i dati, l’1% della popolazione mondiale è displaced, spesso internally displaced ossia sono rifugiati in fuga da conflitti, violenze, abusi. Ebbene, se posso concedermi un ricordo personale, io sono un field work professor: oltre a insegnare, ho passato la mia vita nel Medio Oriente allargato, in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Iran, Libia. In questi Paesi ecco sì, qui si può parlare di “invasione dei migranti”. In Giordania ci sono un milione e mezzo di migranti, iracheni e siriani soprattutto. In Libano almeno un milione. Nel 2021 in Italia abbiamo avuto 67.000 immigrati, quest’anno sono molti di più. Ma anche i quasi 200.000 immigrati di quest’anno non costituiscono un’invasione. Noi esperti possiamo insistere nel dire che le migrazioni non sono un’invasione, che non siamo invasi, che non è solo un problema di sicurezza – certo, le migrazioni sono anche un problema di sicurezza – ma la percezione diffusa è che l’Europa sia una fortezza e che noi «dobbiamo difenderci da un’invasione». Dagli ultimi sondaggi emerge che in Europa l’ultradestra – se si può ancora chiamare così – è sopra il 30%. Sono dei mostri? No, sono persone spaventate. Io non ho mai conosciuto nessuna popolazione così spaventata come lo sono gli europei. Qualche ragione in fondo l’abbiamo. Due secoli fa noi dominavamo il mondo, il secolo scorso non lo dominavamo più, ma eravamo il perno del confronto bipolare, adesso degli Europei non interessa quasi più niente a nessuno. Nel 1950 eravamo il 22% della popolazione mondiale, adesso siamo sotto il 10% e, secondo le stime, alla fine del secolo saremo il 6%. Di questo 6% un terzo sarà sopra i 65 anni, quindi gente a carico, e un terzo abbondante sarà costituito da europei che non hanno radici europee. L’idea è che noi siamo una fortezza assediata e stanno arrivando i barbari, come alla fine dell’Impero romano. A nulla serve provare a spiegare che l’Europa che ha conquistato il mondo non era figlia dell’Impero romano, ma dei barbari, perché chi ha fatto i grandi imperi erano gli eredi dei Sassoni, dei Franchi. Ma questo ha influito sulla nostra visione del Mediterraneo, che è il perno del “continente verticale” di cui si parlava prima, composto da Europa, Africa e Medio Oriente. Gli europei, soprattutto negli ultimi due o tre lustri, si sono ritirati dal Mediterraneo, hanno smesso di guardare il Mediterraneo. Ricordo un alto funzionario di Bruxelles che, mentre parlavo di Medio Oriente, mi disse: «No, no, the lesser we know the better it is», meno ne sappiamo meglio è. Ma come è possibile tanta cecità? Questo ha fatto sì che noi del Mediterraneo abbiamo visto soltanto le crisi, soltanto i pericoli. Dal Mediterraneo vengono le crisi, vengono i pericoli, i terroristi, le minacce, l’instabilità. E non abbiamo visto le potenzialità. Soprattutto non abbiamo capito una cosa: l’Europa può ritirarsi dal Mediterraneo, può abbandonare, come peraltro ha quasi fatto, il partenariato euro-mediterraneo, il cosiddetto processo di Barcellona (che per inciso è stato molto deludente), ma è il Mediterraneo che non rinuncia all’Europa, perché ne è indissolubilmente collegato.

 

Noi europei ci siamo ritirati dal Mediterraneo e si è pertanto creato un vuoto geopolitico. Siccome il vuoto in geopolitica non esiste, qualcun altro lo ha riempito. Chi ha preso piede nel Mediterraneo? Quando parlo di Mediterraneo intendo sempre il Mediterraneo allargato, collegandomi anche al Medio Oriente, al Sahel e a tutta la fascia africana. In questo spazio hanno agito con sempre maggiore determinazione una pluralità di attori, di potenze medie, dalla Russia alla Turchia, agli Emirati Arabi, alla Cina, quest’ultima a livello soprattutto commerciale. Tutte queste potenze, per quanto spregiudicate, sono prive di una visione politica della regione che sia un minimo inclusiva, a differenza di noi europei. Sono potenze mosse soltanto dalla visione del loro bieco interesse nazionale, basato sulla zero sum game theory, cioè sul gioco a somma zero: se il mio avversario guadagna, io perdo e viceversa. L’Europa, bene o male, era l’unico attore che cercava di avviare un percorso inclusivo, quella che si chiama “win win solution”. L’esserci ritirati, avere smesso di pensare al Mediterraneo – e ancora oggi se andiamo a Bruxelles o alla NATO la maggior parte dei Paesi membri non vuol sentir parlare del Mediterraneo – ha accentuato tanti fenomeni molto negativi. Siamo diventati ossessionati dalle migrazioni, per esempio. Essendo reattivi e mai proattivi rispetto a questo fenomeno, abbiamo trasformato le migrazioni in una fantastica arma di ricatto da parte dei vari governanti, che possono decidere di aprire o chiudere i flussi. Siamo proprio noi ad aver trasformato le migrazioni nel mostro, nel Moloch che rischia di travolgere l’Europa, noi abbiamo dato a questi personaggi una fantastica arma di ricatto. Appunto, le self-fulfilling porphecies di cui parlavo all’inizio.

 

Sulle crisi del Mediterraneo dovremmo soffermarci a lungo e con grande attenzione come Occidente. È evidente che vi sia un intreccio inestricabile di una pluralità di crisi e dinamiche di corto e di lungo periodo, che non possono essere trattate singolarmente, non possono essere trattate in modo contingente e occasionale, perché il risultato sarà, nella migliore delle ipotesi, assolutamente parziale. Le rivolte nel mondo arabo del 2011-2012 sono finite come sono finite. Quelle crisi segnalavano la sclerotizzazione, la crisi del sistema di potere arabo post decolonizzazione. Il fatto che siano fallite non significa che la sclerotizzazione non ci sia più, è ancora lì ed è stata tamponata con delle nuove autocrazie. Ma il problema rimane e diventerà potenzialmente più esplosivo perché intanto crescono le tensioni demografiche e la delusione popolare. Vi è un intreccio esiziale di squilibrio demografico – decrescita nostra, crescita loro – e mutamento climatico. Io dico spesso che, se vogliamo capire le violenze e l’estremismo in certe zone sahariane, dobbiamo guardare al mutamento climatico. Se non capiamo la catastrofe del lago Chad, non capiamo Boko Haram. Quindi nelle variabili dobbiamo anche inserire il cambiamento climatico che impatta pesantemente in Medio Oriente e in Africa e acuisce le spinte a emigrare.

 

Le Nazioni Unite hanno promosso trent’anni fa il concetto di human security, cioè la sicurezza non solo degli stati (state centered), ma delle popolazioni che abitano gli stati (people-centered security). Ebbene, in quest’area c’è una human insecurity a tutti i livelli (alimentazione, lavoro, sanità, istruzione, sicurezza politica e così via) e questo genera una grande instabilità e spinge a emigrare. È un push factor fortissimo dalle regioni più povere. A proposito di regioni, una volta la geografia aveva la passione di suddividere il mondo in regioni nettamente definite. Oggi le regioni sono uno strumento cognitivo analitico puramente concettuale, ma che inganna moltissimo, perché i confini fra di esse sono sempre più mischiati e mutevoli. Parlare di Mediterraneo significa ad esempio anche parlare di Golfo, perché oggi uno degli attori più importanti nel Mediterraneo sono gli Emirati Arabi Uniti. Parlare di crisi della fascia sud del Mediterraneo significa anche parlare della fascia saheliana, che non fa parte culturalmente, religiosamente, o concettualmente di questa, ma ne è indissolubilmente legata.

 

Non dobbiamo però dimenticarci che la dinamica migratoria in atto – pensiamo alle displaced persons – è per lo più intraregionale. Questo processo ha dinamiche regionali, perché le persone migrano e si rifugiano nei Paesi vicini. Quello che voglio dire è che gestire il caos euromediterraneo e saheliano oggi è molto più complesso di quanto poteva esserlo in passato. Soprattutto, gli strumenti di cui disponiamo noi europei, noi occidentali, oggi sono strumenti molto più spuntati.

 

È positivo che oggi l’Europa torni, faticosamente, a parlare di Mediterraneo anche grazie all’Italia, c’è stato per esempio il piano della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, per rilanciare la cooperazione mediterranea. Ciò che a volte mi deprime, però, è che il linguaggio della burocrazia europea rimane più o meno sempre lo stesso. Un linguaggio fra il paternalistico e il patronale, che molte delle popolazioni di questa fascia non vogliono più sentire e che appare del tutto inadeguato oggi. Giustamente in Asia e Africa questo linguaggio non vogliono più sentirlo, anche perché la nostra capacità di convincerle è diminuita. L’atteggiamento tradizionale europeo, sintetizzabile nel concetto «ti do i soldi se ti comporti bene», che usavamo nel vecchio partenariato euromediterraneo, è un’arma meno efficace, perché ci sono altre potenze che danno loro i soldi a prescindere da come si comportano. Per concludere, parlare della geopolitica nel Mediterraneo significa tornare a capire, soprattutto noi europei, che il Mediterraneo è lì, noi ci siamo in mezzo e chiudere gli occhi di fronte a un problema che spaventa non è la soluzione migliore. Si può cercare di gestirlo, magari senza riuscirci, ma subirlo non è mai la strategia migliore. Grazie.

 

 

 

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