Youssef Zaghloul è egiziano e si è formato in ingegneria informatica. Dopo aver studiato alla Egypt-Japan University of Science and Technology ad Alessandria e aver trascorso un anno di scambio all’università di Kyushu in Giappone, ha scoperto la linguistica computazionale e il trattamento automatico del linguaggio. Di recente, il suo percorso accademico l’ha condotto in Spagna e Italia, nel quadro di un master europeo in Linguistic Data Science (EMLDS) promosso dall’Università Cattolica di Milano, l’università di Saragozza e la Universidade Nova di Lisbona.
Mentre il mondo arabo è spesso rappresentato come dominato dalla nostalgia del suo passato, alcuni Paesi stanno in realtà investendo moltissimo in innovazione tecnologica e intelligenza artificiale
Ultimo aggiornamento: 30/09/2026 11:09:05
Martino Diez intervista Youssef Zaghloul, giovane ricercatore egiziano di linguistica computazionale
Youssef, hai cominciato da ingegnere informatico e sei finito a studiare linguistica computazionale. Che cosa ti è successo?
Nel corso di laurea triennale mi accostavo ai problemi principalmente da ingegnere, cioè in modo computazionale: c’è un insieme di dati, un modello, e bisogna cercare di adattare il modello al compito assegnato. Come si dice, se hai in mano solo un martello, tutto ti sembrerà un chiodo. In particolare, la mia tesi ha riguardato la traduzione automatica di testi che intrecciano arabo egiziano e inglese, un fenomeno molto comune nella comunicazione quotidiana in Egitto. La difficoltà era duplice: la commutazione di codice e il fatto che l’arabo egiziano era molto meno rappresentato nelle banche dati disponibili rispetto all’inglese o al Modern Standard Arabic [Arabo letterario moderno, la variante formale comune a tutto il mondo arabo, N.d.T.]. A un certo punto mi sono reso conto che migliorare le prestazioni del modello non era sufficiente. Dovevo capire come funziona la lingua e perché il modello faceva alcuni errori specifici. Cercare d’analizzare questi errori mi ha spinto oltre il semplice adattamento del modello (model fitting) e mi ha reso più attento alla componente linguistica e umanistica del problema. Questa esperienza ha poi coinciso con il mio soggiorno in Giappone.
Giappone? Non proprio una meta abituale per uno studente egiziano…
Infatti. Finita la scuola secondaria, mi sono iscritto alla Egypt-Japan University of Science and Technology. Si tratta di una realtà molto recente, lanciata come un partenariato tra i governi egiziano e giapponese nel 2009. Oggi è diventata una delle più importanti università tecnologiche del mio Paese. Quando mi sono immatricolato, invece, era ancora poco nota. Per fortuna alcuni amici me ne hanno parlato e ho preso la decisione di iscrivermi lì, anche se era lontana dalla mia città e un po’ più cara della media. Dato che questa università nasce da un’iniziativa congiunta tra Egitto e Giappone, abbiamo dovuto seguire due corsi di giapponese e ho trascorso un anno di scambio a Kyushu. Era la mia prima esperienza all’estero ed è stata molto arricchente, ma allo stesso tempo sfidante, anche se sono restato perlopiù con la comunità internazionale. Quest’esperienza ha stimolato il mio interesse nell’ambito umanistico e linguistico, anche se al momento non sapevo neppure che esistesse un campo di ricerca chiamato “linguistica computazionale”. Nel programma di master che sto attualmente frequentando, invece, siamo continuamente esposti a questo tipo di argomenti e per me è impressionante perché non mi aspettavo che questa parte del programma mi sarebbe piaciuta. L’intreccio di scienza e umanesimo che trovo per esempio nei corsi dei professori Passarotti e Mambrini non è comune in Egitto.
La tua famiglia come ha reagito alla tua scelta?
Vengo da Beni Suef nell’Alto Egitto. Mio fratello e le mie sorelle più grandi hanno scelto professioni sanitarie (medicina e farmacia) e perciò c’era un’aspettativa naturale che anch’io imboccassi una strada simile. Non l’ho fatto. Ho preso 98/100 all’esame di maturità, che in Egitto è considerate un punteggio alto, ma ho scelto ingegneria [In Egitto, la possibilità di iscriversi alle università più richieste come medicina dipende dal voto di maturità, N.d.T.].
Beh, ma anche ingegneria è una materia rispettabile, no?
Sì, abbastanza. Ma il peggio è stato che, dopo aver scelto ingegneria informatica, mi sono orientato un poco alla volta verso la possibilità di diventare un ingegnere linguistico… Questo è stato davvero difficile da spiegare. È una cosa principalmente sociale. Per molte famiglie, soprattutto quelle che vivono fuori dal Cairo, avere un dottore o un ingegnere in famiglia significa sicurezza economica, mentre gli studi umanistici sono spesso visti come meno utili. Comunque al momento, dato che l’economia non sta andando a gonfie vele, anche professioni come farmacista o avvocato non garantiscono un futuro. Forse solo medicina rappresenta ancora una sicurezza. In ogni caso, nel mio Paese c’è una separazione netta tra scienze e discipline umanistiche. È questa una delle ragioni per cui ambiti interdisciplinari come la linguistica computazionale non sono ancora molto noti. Possono sembrare dei lussi inutile per un Paese in via di sviluppo.
Altre parti del mondo arabo stanno investendo moltissimo in questo campo…
Sì, per esempio nel Golfo ci sono molte iniziative importanti. Alla New York University Abu Dhabi, il Professor Nizar Habash ha fondato il CAMeL Lab, Laboratorio per Approcci computazionali alla Modellazione del Messaggio, che è destinato in modo specifico all’arabo e con cui ho avuto l’opportunità di lavorare. La Mohamed bin Zayed University of Artificial Intelligence (MBZUAI) è un altro esempio importante, attivo sui modelli linguistici, i set di dati, e l’infrastruttura dedicata. Anche il Qatar sta investendo in modo significativo in questo ambito. Solo alcuni anni fa, spesso l’arabo era descritto come una lingua povera di risorse. Penso che non sia più vero, certamente non per il Modern Standard Arabic. Dati, strumenti e modelli stanno crescendo rapidamente e la situazione è in miglioramento anche per molti dialetti, per quanto alcuni restino meno documentati di altri.
Perché l’arabo richiede un’attenzione particolare? Non si potrebbero semplicemente applicare i modelli sviluppati per l’inglese?
L’arabo è molto ricco dal punto di vista morfologico. Una sola parola può trasmettere informazioni che in inglese sarebbero distribuite su molti termini, ad esempio tempo, persona, negazione, diatesi. Se si applicano i metodi sviluppati per l’inglese in modo troppo meccanico, c’è il rischio di perdere una parte di questa struttura. Ho capito molto meglio questo problema grazie a una sfida condivisa (AbjadNLP 2026) a cui ho partecipato lo scorso gennaio, nel quadro di EACL 2026, la 19° conferenza dello European Chapter of the Association for Computational Linguistics. Il compito riguardava la stilometria.
Di che cosa si tratta?
La stilometria ha a che fare con il riconoscimento degli autori. È molto utile per attribuire testi anonimi ma anche per insegnare ai modelli linguistici a imitare lo stile di un particolare autore. Mi sono imbattuto per la prima volta in questa problematica durante un corso del professor Mambrini: stavamo lavorando sull’informatica umanistica quando ci ha detto che gli scrittori possono lasciare segnali stilistici inconsapevoli nelle loro pagine. Per me questo non aveva senso e l’ingegnere che era in me si è ribellato. Pensavo che quello che conta è il messaggio che vuoi trasmettere, mentre la forma è irrilevante. Gli studi sulla stilometria erano prevalentemente in inglese. D’accordo, mi sono detto, forse può funzionare in inglese, ma in arabo?
Poi ho accettato di partecipare a una sfida di attribuzione d’autore. Ci è stato chiesto di identificare l’autore di un testo arabo usando caratteristiche stilometriche all’interno di un gruppo chiuso di 21 possibili candidati. In inglese funzionano bene anche tecniche piuttosto semplici come la frequenza di parole vuote (stop words). In arabo invece, senza processare la morfologia, il risultato restava molto inferiore perché la morfologia araba, basata sull’incrocio di radice e schema, è in grado di generare oltre 10mila forme verbali per radice. Quando ho introdotto l’analisi morfologica, il miglioramento è stato netto. Il mio sistema ha raggiunto una precisione del 96% e mi sono classificato primo. Quello che mi ha interessato non è stato solo il punteggio. Siccome il mio modello era piccolo, sono stato in grado di capire perché funzionava.
Volevo anche vedere se un LLM (modello linguistico di grandi dimensioni) fosse capace di imitare lo stile di alcuni scrittori specifici. In molti esperimenti, il modello si è avvicinato allo stile bersaglio in inglese. In arabo invece, fino ad ora, i testi generati restano molto più distanti dall’obbiettivo e gli stili tendono a sovrapporsi.
C’è qualcosa di quasi paradossale nel percorso che dall’ingegneria linguistica ti ha ricondotto alla morfologia araba.
E alla sintassi, alla semantica, alla prosodia… A scuola ho ricevuto quasi tutta la mia formazione in inglese. In arabo ho studiato solo religione e un po’ di letteratura. Per questo, non sono sempre stato completamente consapevole della ricchezza linguistica e retorica della mia lingua madre. Non avevo una conoscenza particolarmente profonda della grammatica o della retorica arabe: molti studenti egiziani considerano queste materie come difficili e noiose. Grazie alla linguistica computazionale ho cominciato a studiare molto più seriamente morfologia, sintassi, semantica e altri aspetti correlati dell’arabo. Paradossalmente, potremmo ritrovarci in una situazione in cui un computer conosce la morfologia araba e l’utente medio la ignora. È strano, ma in realtà è qualcosa che sta già accadendo ora, oserei dire.
Quando sono state importanti le tue esperienze all’estero?
Come dicevo, il Giappone è stata la mia prima esperienza internazionale e mi ha cambiato molto. Mi verrebbe da dire che ha dato forma a molto di quello che sono oggi e per questo sono molto grato di aver fatto questa esperienza. Avevo studiato giapponese, ma comunicare nella vita di tutti i giorni e costruire relazioni si è rivelato difficile. Allo stesso tempo, incontrare studenti da molti Paese mi ha reso più curioso circa le somiglianze e le differenze tra lingue e culture. Mi ricordo di un’amica tunisina con cui spesso parlavo inglese. Lei capiva piuttosto bene l’arabo egiziano, mentre per me l’arabo tunisino era molto più difficile.
E tra Italia e Spagna, dove ti senti più a casa?
In Egitto spesso avvertiamo gli italiani, gli spagnoli e i greci come più vicini a noi rispetto ad altri Paesi europei, forse a causa di una cultura mediterranea condivisa. Per adesso mi sono sentito un po’ più vicino alla Spagna, ma penso che in questo la città conti molto. Milano è una città grande e internazionale, Saragozza è più piccola ed è più facile entrare in contatto con le persone.
Qual è la sfida principale per l’Intelligenza Artificiale e la tecnologia del linguaggio nel mondo arabo?
Per me la sfida principale è far dialogare più da vicino le competenze tecniche e la conoscenza linguistica. Il mondo arabo ora vede investimenti in crescita in questo settore, centri di ricerca e molte persone qualificate. In Egitto in particolare c’è moltissimo talento e potenziale, ma un orientamento più preciso, opportunità di ricerca e una formazione interdisciplinare potrebbero aiutarlo a svilupparsi ulteriormente. Penso che dovremmo anche essere più consapevoli dell’importanza delle discipline umanistiche nel mondo computazionale. Questo a sua volta potrebbe aumentare la motivazione per studiarle.
Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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