close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

Sostienici
Newsletter
Focus attualità

La necessità di una rinnovata neutralità libanese

Il patriarca di Antiochia dei maroniti Beshara Rai [Piotr Rymuza - Wikimedia Commons]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 24/07/2020 14:10:01

Per il patriarca maronita Beshara Rai il Libano dovrebbe tornare a essere neutrale nei conflitti arabo-islamici, ma questa proposta, per il presidente libanese Michel Aoun, non è una priorità. Il cardinale ne ha parlato durante una messa celebrata alla basilica di Harissa per la festa di San Charbel. Che cosa si intenda esattamente con “neutrale” lo spiega Formiche: «Neutrale nel senso che il Libano è un Paese arabo ma non panarabista, neutrale nello scontro tra Oriente e Occidente, nel quale non crede». Se il coinvolgimento in conflitti esteri aveva trascinato il Paese nella guerra civile, i successivi accordi di pace e la composizione confessionale del Parlamento avevano favorito la rinascita del Libano. Tuttavia in anni recenti, Hezbollah, avamposto dell’Iran sul Mediterraneo, ha cercato di trascinare il piccolo Stato mediorientale nel conflitto siriano, unendo le minoranze cristiana e sciita contro la maggioranza sunnita.

 

È per preservare l’unità del Paese che deve quindi essere inteso l’appello del cardinale, che ha ribadito il concetto anche in un’intervista a Vatican News: «Questo [concetto di neutralità] non significa che non ci si debba interessare a nessuno, no! Ma piuttosto che [la neutralità] sia attiva nel promuovere i valori della pace, della giustizia, della convivenza, della libertà. Questa è la vera vocazione del Libano».

 

Gli elementi sciiti del Paese hanno dichiarato la loro opposizione alla proposta: per il dotto Ali Fadlallah e il muftì Hassan Charifé gli sforzi del Libano in questo momento devono essere orientati alla crisi socio-economica, ma Fadlallah è andato oltre affermando che le frange sciite non saranno «neutrali in questo mondo controllato da forze avide che cercano di esercitare l'egemonia sui popoli più deboli». Il riferimento è chiaramente diretto a Stati Uniti e Israele, che si oppongono a Hezbollah. Al contrario Baha’ Hariri, fratello dell’ex primo ministro Saad Hariri ha manifestato il proprio supporto al patriarca, diventato il target di forti critiche anche sui social.

 

Anche lo shaykh Abdel Amir Kabalan, presidente del Consiglio superiore sciita ha criticato il patriarca Rai: «È ridicolo e meschino vedere che alcune persone simpatizzano con i traditori e gli infiltrati sotto vari slogan che distorcono l'immagine di un Libano resiliente e vittorioso per sottrarlo alla lotta contro un nemico ingiusto che ancora occupa le nostre terre e viola costantemente la nostra sovranità e ruba la nostra ricchezza di acqua e idrocarburi», ha detto il chierico vicino a Hezbollah riferendosi a Israele.

 

La neutralità del Libano, la “Svizzera del Medio Oriente”, non è come quella del Paese elvetico, commenta L’Orient Le Jour: se quella svizzera è una neutralità de jure, quella libanese è de facto. Quest’ultima ha ha permesso la condivisione del potere politico tra diverse comunità religiose, ma la crisi che ha colpito il Paese negli ultimi tempi ha messo in evidenza come lo Stato libanese non riesca a riappropriarsi dei suoi fondamentali diritti sovrani: il monopolio della violenza al proprio interno e l’uso dell’esercito nazionale per la difesa dei confini, la possibilità di stabilire una politica generale e di perseguire obiettivi di politica estera.

 

Mercoledì il patriarca, dalla propria residenza estiva a Dimane, ha annunciato che organizzerà un confronto il più possibile inclusivo per discutere della questione, alla quale fanno da sfondo le critiche condizioni economiche del Paese: gli ospedali sia pubblici che privati, considerati tra i migliori del Medio Oriente, non hanno più risorse per pagare il personale sanitario, le interruzioni di corrente durano quasi tutto il giorno e alcune strutture hanno cominciato a non accettare i pazienti meno gravi per tentare di salvaguardare il poco materiale sanitario rimasto.

 

Un’analisi del Carnegie Endowment for International Peace mette insieme diversi elementi per spiegare il collasso libanese. Cinque pilastri fondamentali che hanno da sempre sorretto il Paese dei cedri stanno venendo meno: oltre all’accordo di divisione del potere, anche il ruolo centrale del Libano nei commerci, basato su un sistema di banche e servizi sta venendo meno; il crollo economico e la dissipazione della ricchezza stanno facendo scomparire la classe media, una delle più intraprendenti nella regione; infine anche le libertà si stanno erodendo, così come l’apparato militare, precipitando il Paese sempre più nel caos.

 

In Mali si continua a protestare

 

Non si arrestano le manifestazioni in Mali, dove dal 5 giugno un movimento di opposizione sta protestando contro il governo del presidente Ibrahim Boubacar Keita (IBK). Il movimento, che ha preso il nome di M5, dalla data in cui sono iniziata le contestazioni, è una piattaforma eterogenea, scrive La Croix, che raggruppa coloro rimasti delusi da IBK, esponenti della sinistra laica e dell’Islam politico. Tuttavia, il movimento, che chiede le dimissioni del presidente, è guidato in primis dall’imam Mahmoud Dicko, ma anche da altre personalità, tra cui Choguel Maiga, ex candidato presidenziale ed ex ministro della Comunicazione e dell’informazione; Mountaga Tall, fondatore di un partito di opposizione; Modibo Sidibé, che nel 2018 aveva sfidato IBK alle elezioni e molti altri.

 

Ma a ricevere le maggiori attenzioni è stato sicuramente l’imam Dicko. Scrive Jeune Afrique che i membri del movimento si rimettono alla sua autorità morale, i jihadisti lo considerano un interlocutore privilegiato e i giovani sono attratti dai suoi discorsi «anti-imperialisti». Sebbene l’imam rifiuti l’etichetta di wahhabita, secondo Bréma Ely Dicko, sociologo dell’Università di Bamako, c’è stato uno scivolamento generale del Paese verso il wahhabismo grazie all’intervento in anni passati di Paesi come l’Arabia Saudita. Quando tra gli anni ’70 e ’80 il Mali fu colpito dalla siccità, nuovi attori intervennero e «finirono per sostituire lo Stato nelle sue funzioni principali: fornire accesso alla sanità, all'acqua e all'elettricità». In che modo questo avvenne?  Costruendo congiuntamente moschee, pozzi e centri sanitari e allo stesso tempo offrendo borse di studio per continuare la formazione in Arabia Saudita, Qatar o Yemen.

 

Definito di volta in volta come l’«imam del popolo», o «imam populista», i critici di Dicko l’hanno accusato di voler instaurare un regime islamico in Mali, ma gli analisti concordano sul fatto che per ora l’imam non sembri intenzionato a imporre la legge islamica. L’imam nei suoi discorsi «non mette in primo piano la religione», ha affermato Jean-Hervé Jezequel dell’International Crisis Group, anche se la questione al momento resta «una grande incognita».

 

Finora i tentativi di mediazione sono tutti falliti. I presidenti Muhammadu Buhari della Nigeria, Mahamadou Issoufou del Niger, Alassane Ouattara della Costa d'Avorio, Nana Akufo-Addo del Ghana e Macky Sall del Senegal non sono ancora riusciti a trovare un punto di incontro tra i manifestanti e il presidente Keita e i manifestanti che ne chiedono le dimissioni, ma si sono dichiarati «ottimisti». Per lunedì prossimo è invece previsto in videoconferenza un vertice straordinario dell’ECOWAS (acronimo inglese per la Comunità degli Stati dell’Africa occidentale, CEDEAO in francese).

 

Il possibile imminente intervento dell’Egitto in Libia

 

Lunedì il Parlamento egiziano ha approvato una mozione che autorizza il dispiegamento di truppe al di fuori dei propri confini nazionali, risoluzione che potrebbe permettere l’invio di soldati in Libia a supporto del generale Khalifa Haftar e contro le forze del governo internazionalmente riconosciuto di Fayez al-Serraj, sostenuto militarmente invece dalla Turchia.

 

Haftar già gode dell’appoggio di Emirati Arabi Uniti, Russia e Francia, che sono sempre più frustrati alla ricerca di una vittoria, mentre nel caso di al-Sisi il confronto con Erdogan è sia personale che ideologico. «Sono uno la nemesi dell’altro», ha affermato Soner Cagaptay, «un generale laico che ha rinchiuso gli islamisti politici, e un islamista politico che ha rinchiuso i generali laici». Ma, continua l’esperto, la questione riguarda anche il Mediterraneo orientale, teatro in cui la Turchia, che si trova già contro Grecia, Cipro, Israele e ora anche Egitto, rischia di trovarsi accerchiata.

 

Anche secondo Limes infatti «la posta in gioco del conflitto in Libia non è la Libia stessa, ma il vasto territorio acquatico che l’accordo stretto nel novembre scorso tra Ankara e Gna [sul controllo del Mediterraneo orientale] riconosce come parte della Zee [zone economica esclusiva] turca». Al-Sisi si è sentito costretto a intervenire direttamente dopo aver dichiarato che la città di Sirte sarebbe stata la linea rossa per un possibile intervento. Ma gli analisti sostengono che sul piano militare l’Egitto rischia di perdere la partita, per cui l’intervento del Cairo potrebbe rivelarsi simbolico e limitato a qualche operazione aerea.

 

Anche Jeune Afrique si chiede se la battaglia per Sirte avrà effettivamente luogo: le occasioni per intervenire direttamente sul terreno c’erano già state in precedenza e non avevano provocato nessuna reazione, perché al-Sisi è cosciente del fatto che un intervento militare vorrebbe dire impantanarsi in una guerra senza fine, quando il Cairo ha problemi più importanti da affrontare, in particolare la disputa con l’Etiopia per la costruzione della diga GERD sul Nilo.

 

Se comunque al-Sisi decidesse di intervenire direttamente In Libia, sarebbe appoggiato dalle autorità religiose del Paese, scrive Foreign Policy. Al-Azhar ha emesso un comunicato a sostegno della presa di posizione del presidente sulla Libia, mentre il Gran Muftì ha spiegato che qualunque minaccia o opposizione alla linea del governo verrà considerata haram, legando sempre più la repressione del presidente a una giustificazione religiosa.

 

In breve

 

Un’inchiesta del New York Times ha rivelato che dietro alla produzione di mascherine ci sono gli uiguri, costretti ai lavori forzati dal regime cinese. Alla richiesta di chiarimenti da parte dell’ambasciatore cinese a Londra su un video dell’anno scorso che mostra la deportazione di prigionieri uiguri, il diplomatico ha risposto elogiando la bellezza dello Xinjiang (BBC).

 

L’ex dittatore del Sudan Omar al-Bashir verrà processato per aver orchestrato il colpo di stato che lo portò al potere 30 anni fa (Guardian).

 

Il governatore dello stato di Kano nel Nord della Nigeria vuole chiudere le scuole coraniche (La Croix). Nel resto del Paese continuano gli attacchi dello Stato islamico (AP News).

 

In Siria si sono svolte le elezioni parlamentari e, anche se non ci sono state sorprese, sono emerse delle crepe tra le forze fedeli al regime (Washington Post).

 

La visita del presidente iracheno Mustafa al-Kadhimi in Arabia Saudita è stata posticipata perché al momento re Salman si trova in ospedale. Kadhimi ha allora fatto visita prima all’Iran (Al Jazeera).

 

Ad Aleppo in Siria ha riaperto la cattedrale maronita intitolata a Sant’Elia anche grazie alla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (Avvenire).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Iscriviti gratuitamente alla newsletter per non perderti i nostri approfondimenti

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale