close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito
dona
Islam

La professione di fede secondo il Corano

Non è sempre facile dissociare la lettera delle Scritture e, nel nostro caso, la lettera del Corano dagli sviluppi teologici e giuridici che vi si sono innestati con il passare del tempo. L'idea di testimonianza nell'Islam evoca infatti immediatamente la shahâda, la professione o (letteralmente) la "testimonianza" di fede per mezzo della quale si diventa musulmani e che ogni credente ripete lungo tutta la propria esistenza, al punto che essa finisce per caratterizzarne l'identità stessa: «Non vi è dio se non Dio e Muhammad è l'Inviato di Dio».

 

Tale professione-testimonianza di fede non compare in questa forma condensata nel Corano, anche se, disseminati nel testo, si possono ritrovare tutti gli elementi che la compongono. Chi si converte all'Islam deve pronunciare questa formula davanti a dei testimoni, se possibile davanti a un giudice musulmano, il qâdhî, dichiarando esplicitamente due volte: «Lo testimonio che: non vi è dio se non Dio; e io testimonio che: Muhammad è l'Inviato di Dio». Così pronunciata in un contesto giuridico, tale professione di fede riunisce i due ambiti o campi semantici nei quali si trovano, nel Corano, il verbo "testimoniare" (shahâda) con i suoi derivati (testimonianza, shahâda; testimone, shâhid; testimone-martire, shahîd): l'ambito giuridico e quello della fede.

 

 

Applicato all'ambito giuridico, il verbo "testimoniare", con il suo corollario di "testimone" (shâhid), riguarda essenzialmente la questione del numero e della qualità del o dei testimoni richiesti in certe situazioni e le modalità della testimonianza: due uomini, o in mancanza di uno di questi, un uomo e due donne, sono richiesti come testimoni di un credito [2,282]; quattro testimoni per un adultero [4,15]; un gruppo di credenti deve assistere all'esecuzione del castigo del fornicatore [24,2]; in materia di successione, sono proposte diverse forme di testimonianza [5,106-108]. Ma non è l'aspetto giuridico della testimonianza quello su cui vogliamo soffermarci. Nell'ambito propriamente religioso, quello della fede, la prima di tutte le testimonianze è quella che Dio rende a se stesso. Riecheggiando il Libro dell'Esodo, ma in una formula che ricorda piuttosto Isaia («Non sono forse io, il Signore? Fuori di me non c'è altro Dio; Dio giusto e salvatore non c'è fuori di me. [...] Io sono Dio, non ce n'è altri» - Is 45,21-22), Dio testimonia davanti a Mosè, dinanzi al roveto ardente: «In verità Io, Io sono Dio, non v'è altro dio che Me!» [20,14]. Questa è la ragione per la quale il Corano dà a Dio il nome di "credente" (mu'min; 59,23), che va inteso come «colui che testimonia della sua propria veridicità, colui che pronuncia la testimonianza di fede in sé stesso» (1).

 

 

Dal lato degli uomini, la testimonianza di fede risale ai primordi della storia, quando Dio concluse un patto (mîthâq) con le prime generazioni umane, facendo loro riconoscere la sua signoria, in una testimonianza orale: «E quando il tuo Signore trasse dai lombi dei figli d'Adamo tutti i lor discendenti e li fece testimoniare contro se stessi: "Non sono Io, chiese, il vostro Signore?" Ed essi risposero: "Sì, l'attestiamo!"» [7,172] (2). Così facendo, Dio fa testimoniare gli uomini circa il monoteismo iscritto nella loro natura (la fitra, 30,30). Quando i credenti musulmani pronunciano la shahâda, riattualizzano la testimonianza del patto originale mentre al tempo stesso attestano la conoscenza innata di Dio che Egli ha deposto in loro creandoli: «Drizza quindi il tuo volto alla vera Religione, in purità di fede, Natura prima (fitra) in cui Dio ha naturato gli uomini» [30,30] (3).

 

 

Il primo membro della shahâda «non vi è dio se non Dio» si ritrova in questa forma precisa solo in due passi del Corano [37,35 e 47,19], ma si danno varianti con lo stesso significato: «Non vi è dio se non Lui/Me/Te» [2,163; 16,2; 21,87 etc.]. E l'affermazione, in tutte le sue forme, del monoteismo è senza discussione il tema attorno a cui ruota tutto il Corano.

 

 

Ma poiché gli uomini ricadono senza cessa nelle tenebre dell'oblio e del politeismo, Dio invia loro continuamente i suoi profeti per ricondurli alla fede, "ricordando" loro il puro monoteismo cui hanno reso testimonianza al momento del patto originale. Pertanto, la fede nella veridicità dell'Inviato di Dio e del suo Messaggio diventa inseparabile dalla fede in Dio: la testimonianza di fede riunisce necessariamente i tre elementi. E tali si ritrovano (con l'aggiunta degli angeli, certamente quali mediatori della Parola, tra Dio e il profeta) nel versetto seguente: «Il Messaggero di Dio [Muhammad] crede in ciò che gli è stato rivelato dal suo Signore e così tutti i credenti credono ciascuno in Dio e nei Suoi Angeli, nei Suoi Libri, nei Suoi Messaggeri» [2,285].

 

 

Il legame tra la testimonianza resa all'unicità di Dio e quella resa alla veridicità del Profeta è stabilito ancora nel Corano per il fatto che nel Libro sacro dell'Islam compare un secondo patto, quello detto "dei profeti", attraverso il quale Dio fa testimoniare a tutti i profeti di riconoscere in anticipo la profezia di Muhammad: «E quando Iddio strinse un patto con i Profeti, dicendo: "Ecco un Libro e una Sapienza che vi ho dati: un Messaggero vi sarà, poi, inviato a confermare la rivelazione che voi già avete. Credetegli e sostenetelo". E disse ancora: "Confermate e accettate il mio patto a questa condizione?" Risposero: "Confermiamo!" Ed Egli disse: "Testimoniate e io testimonierò con voi"» [3,81].

 

 

L'Unicità di Dio

 

La testimonianza, nel Corano, riguarda dunque prima di tutto l'unicità del Dio trascendente, che non conosce eguali. Essa esclude per conseguenza sia ogni molteplicità di dèi sia ogni molteplicità in Dio. È quanto esprime il credo che Dio comanda al Profeta di pronunciare (Di') come testimonianza di fede, nella sura 112 che chiude il Corano:

 

 

1 Di': "Lui, Dio [è] Uno

 

2 Dio, la Roccia,

 

3 Non generò né fu generato

 

4 E non vi sono per Lui eguali,

 

neppure Uno (4)

 

 

Questa testimonianza resa a Dio ricorda, come si è visto, parecchi testi del Primo Testamento. Il popolo d'Israele ha la vocazione di testimoniare il Dio unico di fronte alle nazioni pagane.

 

Nel Nuovo Testamento le cose vanno diversamente: senza cancellare la testimonianza fondamentale resa al Dio unico (Gesù ricorda lo Shema' Israel: «Ascolta, Israele, il Signore Dio nostro è l'unico Signore» etc. - Mc 12,29), la testimonianza del Nuovo Testamento è interamente centrata sulla persona e sull'opera del Cristo. Con Dio, suo Padre, Gesù rende testimonianza a se stesso, come suo Inviato: «Sono io che do testimonianza di me stesso, ma anche il Padre, che mi ha mandato, mi dà testimonianza» [Gv 8,18]. A sua volta, il discepolo del Cristo è chiamato a rendergli testimonianza, in primo luogo circa la sua resurrezione (prova della sua veridicità) e circa la sua opera redentrice: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete "testimoni"» [Lc 24,46-48]. Tutta la missione di Paolo si iscrive nella prospettiva di questa testimonianza, ed è ancora in vista di questa testimonianza che Giovanni scrive il suo Vangelo e la sua Apocalisse: «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché voi crediate» [Gv 19,35; Ap 1,9].

 

 

In una prospettiva di teologia comparata delle Scritture, si vede dunque che l'oggetto centrale della testimonianza, nel Corano e nel Nuovo Testamento, differisce radicalmente, poiché l'affermazione del Dio unico, nel Corano, s'accompagna a una negazione più volte ripetuta della filiazione divina di Gesù (ad esempio, 5,17,116-117 e la sura 112 citata sopra, che forse in un primo momento prendeva di mira il politeismo, ma che in seguito si applicava certamente anche al Cristianesimo), mentre questa filiazione è l'oggetto stesso della testimonianza neotestamentaria, perché è nell'incarnazione redentrice, che giunge a compimento nella Resurrezione, che Gesù rivela al tempo stesso la sua missione di Figlio e l'amore universale di suo Padre, che «vuole che tutti gli uomini siano salvi e arrivino alla conoscenza della verità» [1Tm 2,4]. È a questo titolo che egli è il «testimone fedele» [Ap 1,5].

 

 

L'oggetto della testimonianza coranica è dunque totalmente sovratemporale: Dio, nella sua realtà metafisica eterna; invece, quello del Nuovo Testamento si iscrive nel tempo. Pur preparata dalla storia d'Israele, la testimonianza neotestamentaria annuncia una realtà radicalmente nuova: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» [1Cor 2,9]; essa però è apparsa con Gesù nella «pienezza del tempo» [Gal 4,4].

 

 

Quanto all'atto che la performa, la testimonianza islamica ricopre tutta la storia: attinge alle origini dell'umanità con il patto originario (il mîthâq) ed è ripresa da tutti i profeti inviati da Dio, da Adamo fino a Muhammad, sigillo dei profeti. La testimonianza cristiana invece è legata storicamente alla «nuova Alleanza» conclusa nel sangue di Gesù [Lc 22,20] e alla fondazione della Chiesa. Il carattere sovrastorico della testimonianza islamica discende inoltre dal fatto che essa è iscritta nella natura stessa (fitra) del credente, come si è avuto modo di vedere: essa è dunque necessariamente antica quanto questa natura. Per tale ragione il Corano si designa molto frequentemente come il "Ricordo" (dhikr): esso ricorda all'uomo quello che egli ha dimenticato, ma che rimane nondimeno iscritto nella sua natura. Per contro nel Nuovo Testamento la testimonianza di fede è un dono gratuito di Dio, distinto dalla creazione, un dono che non era ancora «entrato nel cuore dell'uomo», ma che ogni uomo è chiamato ad accogliere nella sua storia personale. Il Nuovo Testamento non si presenta come un Ricordo: è prima di tutto l'Annuncio di una buona "notizia", il «Vangelo [buona novella] di Gesù Cristo, figlio di Dio» [Mc 1,1] (5).

 

 

Il fatto che la testimonianza islamica sia iscritta nella natura umana le conferisce una sorta di evidenza che dà alla fede musulmana una stabilità quasi incrollabile, quanto la stessa natura umana. Il più delle volte si constata presso i musulmani una certezza sorprendente d'essere nel vero, che non lascia spazio ad alcun dubbio o oscurità. La fede cristiana e la testimonianza che ne discende è un dono "soprannaturale" che Dio fa all'uomo, distinto dalla natura che egli possiede per la creazione, e che per tale ragione resta fragile, essendo sottomesso alla libertà umana sempre fallibile. La fede cristiana procura una certezza, ma non l'evidenza, che si svelerà solo nell'aldilà: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto» [1Cor 13,12].

 

 

Proclamazione Orale

 

 

Secondo il Corano, la testimonianza è una proclamazione orale che attesta una verità, quella del Dio unico. Senza dubbio, i teologi preciseranno che la testimonianza deve essere accompagnata dalla sincerità, dall'assenso del cuore (sidq). Ma l'atto della testimonianza in quanto tale è un'attestazione orale. Le buone opere (sâlihât) fanno certamente parte dell'ubbidienza che l'uomo deve a Dio, ma il Corano non le presenta come facenti parte della testimonianza di fede. Nel Nuovo Testamento, non sono solo le parole, ma anche le opere a far parte dell'atto di testimoniare. Così è in primo luogo per la testimonianza che Gesù si dà: «Quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato» [Gv 5,36; cfr. anche 10,25,37-38]. Lo stesso deve valere per i suoi discepoli, che Gesù invia ad annunciare la Buona Novella non soltanto con la parola, ma anche con esorcismi e guarigioni, in una povertà di mezzi simile alla sua [Lc 9,1-6]. Di fronte alle contrarietà e alla persecuzione, questa testimonianza sarà vissuta nella sofferenza: «Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo» [2Tm 1,8]. Così la testimonianza suprema del cristiano sarà data nel dono della vita, nel "martirio" ("testimonianza" in greco), quand'egli è messo a morte dai suoi persecutori, disarmato, identificato al Cristo crocifisso. Anche nell'Islam, la testimonianza suprema è data nel martirio, ma il credente diviene martire, shahîd affrontando la morte nel combattimento per l'Islam. È in quel momento che si realizza perfettamente l'Islâm, la "remissione di tutto il proprio essere" a Dio (secondo il significato stesso della parola Islam).

 

 

Si è appena visto che nel Nuovo Testamento la testimonianza è legata alla missione degli apostoli e dei discepoli, inviati da Gesù nel mondo per rendergli testimonianza: «Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» [At 1,8].

 

 

Il corrispondente della missione nel Corano è la da'wa, termine che designa oggi la propa¬gazione pacifica dell'Islam attraverso la predicazione. Il termine significa più esatta¬mente "la chiamata". Nel Corano, è fonda¬men¬talmente Dio a chiamare alla fede: «A Lui [Dio] appartiene la chiamata di verità» [13,14] (6). Ma la sua chiamata perviene agli uomini per il tramite dei profeti e "inviati" (rusul). All'ultimo tra di essi il Corano raccomanda: «Chiama gli uomini alla Via del Signore, con saggi ammonimenti e buoni, e discuti con loro nel modo migliore» [16,125]. Egli è un semplice trasmettitore del messaggio coranico: «Il Messaggero di Dio non ha altro obbligo che trasmettere il Suo messaggio» [5,99]. Nel Corano non è detto che i credenti saranno investiti della stessa missione di predicazione: questo ruolo è riservato ai profeti-inviati. La propagazione dell'Islam attraverso la predicazione, la da'wa, si è organizzata solo più tardi. Per contro, la chiamata di Dio trasmessa dal Profeta si rivolge, come nel Nuovo Testamento, a ogni uomo. Coloro che la rifiutano saranno sottomessi al Giudizio divino, con testimoni a carico [16,84-89; 49, 51], nell'Ultimo Giorno. Si ritrova qui il senso giuridico della testimonianza, applicato al Giudizio Finale.

 

 

In una prospettiva di dialogo interreligioso, appare dunque evidente che il tema della testimonianza si pone in termini differenti nel Corano e nella Bibbia.

 

 

Dal punto di vista dell'"oggetto" della testimonianza (l'unicità di Dio), il Corano è vicino al Primo Testamento [ad esempio Dt 4,35,39; Is 45,21-22]. Il Primo Testamento tuttavia include sempre in questo oggetto le gesta salvifiche di Dio che punteggiano la storia d'Israele e a cui il Corano non conferisce lo stesso significato. Il Nuovo Testamento riprende la testimonianza del Primo Testamento, ma in modo piuttosto implicito, come una cosa acquisita, perché è innanzitutto centrato sulla novità radicale che annuncia: la persona e l'opera salvifica del Cristo. Quanto all'"atto" della testimonianza, nel Corano esso è prima di tutto l'attestazione orale di fede, di fronte a Dio e alla comunità credente, in risposta alla chiamata (da'wa) di Dio trasmessa dal suo Profeta. Nel Nuovo Testamento, invece, la testimonianza è insieme predicazione e azione, inseparabilmente legate alla missione di ogni discepolo del Cristo, inviato nel mondo per testimoniarvi, in parole e opere, l'amore salvifico di Dio rivelato in Cristo Gesù.

 

 


 

 

 

(1) Secondo Louis Gardet, che si fonda sull’autorità di Jurjânî. L. Gardet, L’islam. Religion et communauté, Desclée de Brouwer, Paris 1967, p. 33; cfr. anche D. Masson, Le Coran, Gallimard, Bibliothèque de la Pléiade, Paris 1967, p. 950.

 

 

(2) Il Corano parla dei discendentidei figli d’Adamo. In seguito e a partire di un certo numero di tradizioni profetiche di tipo neoplatonizzante si svilupperà l’idea di un patto stretto

 

 

con le anime umane nella preeternità, prima della creazione propriamente detta. Il Corano, come avevano già constatato i teologi razionalisti mu‘taziliti, è estraneo a queste speculazioni.

 

 

Cfr. Geneviève Gobillot, Pacte prééternel in Mohammad Ali Amir-Moezzi, Dictionnaire du Coran, Robert Laffont, Paris 2007, pp. 627-631 (trad. italiana: Patto preeterno in Dizionario

 

 

del Corano, a cura di I. Zilio-Grandi, Mondadori, Milano 2007, pp. 629-633).

 

 

(3) G. Gobillot, Nature innée, ibid., 591 (trad. italiana: Natura innata, pp. 569-573).

 

 

(4) [Per questa suraci atteniamo alla traduzione dell’autore (N.d.T.)];per la resa del termine Samad con “roccia” (v. 2), cfr. M. Cuypers, Une lecture rhétorique et intertextuelle de la sourate al-Ikhlâs, “MIDEO” (“Mélanges de l’Institut Dominicain d’Études Orientales du Caire”), 2004, pp. 25-26 e 141-175.

 

 

(5) Anche il Corano si definisce talora come “Buona Novella” (bashrâ 2,97; 16,89,102; 27,2; 46,12), ma questo uso è molto meno centrale e frequente di “Ricordo” (dhikr, più di cinquanta occorrenze).

 

 

(6) Anche in questo caso ci atteniamo alla traduzione dell’autore (N. d. T.).

 

 

Iscriviti alla nostra newsletter per rimanere sempre aggiornato

Autorizzo l'uso di dati dopo aver accettato la privacy-policy

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale