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Islam

La regola del Corano? La retorica semitica

Possibile che un testo fondamentale come il Corano sia così disordinato come appare? Il lavoro di decodifica strutturale mostra in realtà che il Libro Sacro dell’Islam è letterariamente molto elaborato e che le sue regole costruttive sono le stesse di quelle della Bibbia

Ultimo aggiornamento: 21/02/2018 11:25:02

La mia ricerca sul Corano, che ha trovato un suo primo punto d’arrivo nella pubblicazione del libro Le Festin. Une lecture de la sourate al-Mâ’ida, è nata allo stesso tempo da una domanda e da un incontro. Fa parte dell’esperienza di ogni lettore non musulmano che non è cresciuto con il Corano sin dall’infanzia sentirsi sconcertato e presto scoraggiato dall’apparente disordine del testo, soprattutto se lo ha letto in traduzione.

 

 

Avendo avuto personalmente questa impressione, mi sono posto la domanda: è possibile che un testo di tale importanza religiosa e culturale sia così disordinato come sembrerebbe a una sua prima lettura? A questa domanda non ho trovato una risposta veramente soddisfacente nella tradizione islamica, né nei commenti classici o moderni del Corano, né nelle opere sulle scienze coraniche o sul carattere inimitabile (i‘jâz) del Corano. Quanto all’orientalismo occidentale, esso è stato fino a una data recentissima totalmente dominato dalla scuola storico-critica, interessata soprattutto alla genesi del testo, alla storia della redazione del Corano. Considerando il carattere composito come evidente, essa vi attingeva argomenti per stabilire la cronologia dei diversi frammenti testuali. Fu solo dopo gli anni ’80 che cominciarono ad essere pubblicati sporadici studi sulla struttura del testo: prima sulle sure meccane (Crapon de Crapona, Angelika Neuwirth, Mustansir Mir); poi su quelle medinesi (A.H. Mathias Zahniser, Neal Robinson), con risultati che sembravano interessanti ma ancora troppo parziali.

 

 

Un unico metodo per Bibbia e Corano

 

 

Per quanto mi riguardava la questione restava praticamente irrisolta. La risposta non mi è giunta dagli studi di islamistica o coranici, ma dall’incontro con i primi libri teorici di Roland Meynet, professore di Esegesi biblica all’Università Gregoriana di Roma: L’analyse rhétorique (1989) e Réthorique sémitique (1998 per l’edizione francese, ma pubblicato in arabo già nel 1993). Poiché quest’ultima opera collettiva analizzava con identico metodo testi biblici e tradizioni profetiche musulmane (hadîth), mi venne l’idea di applicare lo stesso procedimento anche al testo coranico. I primi tentativi hanno ben presto mostrato di poter dare buoni risultati.

 

 

L'analisi rivela un testo ben costruito Dopo aver pubblicato una serie di articoli sull’analisi di una trentina di sure brevi o di media lunghezza della prima epoca (meccane) della predicazione di Muhammad, mi è sembrato necessario affrontare una sura medinese lunga, risalente all’ultimo periodo della predicazione. Le lunghe sure medinesi sono infatti considerate particolarmente composite. Da qui la difficoltà ma anche l’interesse e la sfida di tentare di decodificarne la struttura, se struttura vi è. Se ho scelto la sura 5, è perché sarebbe, secondo una certa tradizione, cronologicamente l’ultima della rivelazione coranica; in questo modo sarebbe stata verificata, per quanto possibile, la validità del metodo per testi attribuiti sia all’inizio che alla fine della predicazione di Muhammad. Ciò avrebbe permesso di affermare ragionevolmente che, molto verosimilmente, il Corano nella sua interezza è costruito secondo gli stessi principi di composizione.

 

 

La mia ricerca ha quindi un carattere decisamente interdisciplinare, perché applico tale quale all’esegesi coranica un sistema di analisi emerso dall’esegesi biblica senza dover modificare in nulla la teoria, fatto che, per converso, ne certifica la validità. Senza dubbio il risultato più importante della mia ricerca è stato mostrare che il Corano, a dispetto delle apparenze, è un testo costruito a dovere, letterariamente molto elaborato. La mia non è un’affermazione soggettiva volta ad assecondare il quasi-dogma islamico dell’inimitabilità del Corano: è una constatazione che deriva da un’analisi metodica e rigorosa del testo. Tale analisi mostra infatti che il testo del Corano obbedisce esattamente a tutte le regole della retorica semitica, scoperte prima nello studio della Bibbia ma non limitate ad essa. In un importante documento (L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, 1993) la Pontificia Commissione Biblica descrive l’analisi retorica biblica in questo modo:

 

 

«Radicata nella cultura semitica, [la tradizione letteraria biblica] manifesta un gusto spiccato per le composizioni simmetriche, grazie alle quali vengono stabiliti dei rapporti tra i diversi elementi del testo. Lo studio delle molteplici forme di parallelismo e di altri procedimenti di composizione semitici deve permettere di meglio discernere la struttura letteraria dei testi e di pervenire così a una migliore comprensione del loro messaggio»

 

 

Un testo ben strutturato

 

 

Secondo tale retorica, molto diversa dalla retorica greca di cui siamo tutti eredi, un testo è composto sulla base di un complesso gioco di simmetrie. Queste possono presentarsi sotto tre forme o tre figure di composizione:

 

 

     

  • Il parallelismo, quando elementi testuali in rapporto due a due sono disposti in maniera parallela: per esempio ABC//A’B’C’: Creatore dei cieli e della terra Tu sei il mio Patrono in questo mondo e nel mondo dell’oltre [Corano 12,101]
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  • Il chiasmo (composizione speculare o parallelismo invertito), quando gli elementi in rapporto si rispondono in forma incrociata o a “specchio”: per esempio ABC/C’B’A’: (A) Non pensano, Costoro, (B) che saranno un dì risuscitati (C) per un giorno grande (C’) un giorno (B’) in cui si leveranno (A’) le Genti davanti al Signore dei mondi [Corano, 83,4-6]
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  • La composizione concentrica, quando un elemento centrale si interpone tra i due poli della simmetria, per esempio, ABC/x/C’B’A’. Un apporto molto importante di Roland Meynet a questo metodo (i cui inizi risalgono alla metà del XVIII secolo), è la distinzione che egli fa tra i diversi livello del testo. I giochi di simmetria, segnalati nel testo da corrispondenze semantiche di termini (ripetizioni, sinonimie o antitesi), esistono infatti a diversi livelli, che si organizzano in un vero sistema: sono innanzitutto membri (che corrispondono spesso a un sintagma, una proposizione, un versetto breve), raggruppati in due o tre segmenti (i distici o tristici tradizionali), che a loro volta si raggruppano a due o tre a un livello testuale superiore, quello dei brani, e via di seguito per tutta una serie di livelli (parte, passo, sequenza, sezione), fino all’intero libro.
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I Dubbi della Critica Storica

 

 

Il grande interesse di questo metodo esegetico per il Corano è che esso permette di situare ogni versetto nel suo contesto letterario immediato. Tutta l’esegesi tradizionale procede al contrario commentando versetto per versetto, in un modo per così dire atomista, senza considerazione per il contesto. Nel migliore dei casi un versetto sarà messo in relazione con un altro passo situato altrove nel Corano (ciò che gli esegeti hanno definito «il commento del Corano attraverso il Corano»), ma molto raramente il senso di un versetto viene ricercato a partire dal suo contesto immediato. Il più delle volte essi vengono spiegati facendo ricorso a fatti storici esterni al testo (questo o quell’avvenimento o aneddoto della vita del Profeta o dei suoi Compagni), ritenuti essere le “occasioni della rivelazione” (asbâb al-nuzûl) di questi versetti.

 

 

L'interpretazione a partire dal contesto La critica storica, tuttavia, mette legittimamente in dubbio l’autenticità di molte di queste “occasioni della rivelazione”, che sembrano piuttosto fabbricate a posteriori per spiegare un versetto più o meno oscuro. Reinserito nel suo contesto letterario, il senso di un versetto emerge spesso senza che sia necessario ricorrere all’artificio di questi supposti contesti storici. È ovvio che il senso del testo suggerito dall’analisi retorica potrà talvolta allontanarsi da quello della tradizione esegetica classica.

 

 

Al centro del testo ciò che è più importante Un altro aspetto della mia ricerca, che riguarda sempre l’interpretazione, è la valorizzazione attraverso la struttura stessa del testo di certi versetti situati al centro di grandi costruzioni concentriche. Nella retorica semitica il centro ha sempre un’importanza particolare come chiave d’interpretazione per il testo nel suo insieme. Si constata talvolta un vero paradosso tra i versetti centrali che testimoniano una grande apertura, una sorta di saggezza universale, e i versetti periferici che li racchiudono, più duri, esclusivi o polemici. Ciò è particolarmente importante nella sura 5, nella quale molti versetti sono polemici verso gli ebrei e i cristiani mentre diversi altri versetti centrali aprono uno spazio di esistenza e di salvezza per i “popoli del Libro” (ebrei e cristiani) accanto ai musulmani. I due versetti che seguono occupano ciascuno il centro di due passaggi, a loro volta situati in luoghi simmetrici nella sura 5.

 

 

«A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle opere buone, ché a Dio tutti tornerete, e allora egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia». [Centro del passo 5,48-50]

 

 

«Ma coloro che credono, e i giudei e i sabei e i cristiani (quelli che credono in Dio e nell’Ultimo Giorno e che operano il bene), nulla essi han da temere, e non saranno attristati» [Centro del passo 5,65-71]

 

 

Riferimenti biblici nel Corano

 

 

Si coglie immediatamente l’interesse di questa constatazione per il dialogo interreligioso e per una possibile teologia delle religioni nell’Islam. Ma l’analisi retorica non è stata la mia sola scoperta nello studio della sura 5 (così come di altre sure). Una lettura attenta del testo mi ha convinto di numerosi riferimenti a testi anteriori: prima di tutto la Bibbia (Antico e Nuovo Testamento), ma anche testi rabbinici (la Mishnah) o apocrifi (Infanzia di Gesù). Alcuni di questi riferimenti sono noti da tempo, ma altri sono nuovi o inattesi (come il Deuteronomio, alcuni Salmi, il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, passi di San Matteo o della lettera agli Ebrei). Propongo di interpretare questi riferimenti impliciti non come prestiti, imitazioni o plagi, come troppo spesso a torto è stato fatto da parte di una critica occidentale polemica, ma come riletture dei testi-fonte, riorientati nel senso di una nuova teologia propriamente coranica; un po’ come la Bibbia stessa non cessa di rileggere alcuni episodi, come quello della Pasqua, declinandoli e dando loro sensi nuovi a ogni rilettura.

 

 

Gli Strumenti delle Scienze Umane

 

 

È ancora presto per capire come questa ricerca sarà accolta negli ambienti musulmani colti. Intellettuali avvezzi al pensiero critico moderno, in Francia, nel Maghreb, in Libano o in Iran, l’hanno ricevuta molto favorevolmente. Essa sembra rispondere a un auspicio espresso da alcuni anni da diversi di loro, quello di intraprendere una nuova esegesi del Corano più in accordo con il mondo moderno, ricorrendo agli strumenti delle scienze umane che hanno ottenuto risultati straordinari nell’esegesi moderna della Bibbia. Ho potuto peraltro esporre diverse volte la mia ricerca davanti a uditorii di religiosi musulmani, professori di diritto o di teologia, in Egitto, in Siria e in Iran, o davanti a uditorii misti, musulmani e non, in Francia e in Inghilterra. La reazione dominante dei musulmani è stata positiva, mista forse a una certa sorpresa (perché un religioso cristiano fa questo lavoro?), e di perplessità davanti alla novità della ricerca che rovescia la tradizione esegetica classica a loro familiare.

 

 

Il riconoscimento più importante, da parte musulmana, è stato comunque il premio del Segretariato del Premio internazionale per il Libro dell’anno del Ministero iraniano della Cultura, assegnato nel febbraio 2009 a Le Festin come uno dei migliori nuovi lavori dell’anno in islamologia («as one of the best new works in the field of the Islamic Studies»). La recente traduzione del libro in inglese e la traduzione in arabo, attualmente in preparazione, susciteranno certamente nuove reazioni. Per quanto riguarda i miei lavori futuri, sto preparando un libro teorico sulla composizione del Corano in cui saranno esposte in maniera sistematica tutte le regole della retorica semitica che la governano, con abbondanti esempi tratti dal Corano. Ciò dovrebbe permettere a studenti e ricercatori, musulmani e non, di proseguire il lavoro per giungere progressivamente a questa “nuova esegesi del Corano” che molti auspicano.

 

 

In realtà la critica storica ha già fornito una notevole quantità di elementi per tale esegesi, reperibili in particolare nella celebre Encyclopédie de l’Islam, nella recente Encyclopedia of the Qur’ân [a cura di Jane Dammen McAuliffe, Brill, Leiden 2001-2006] o nel Dizionario del Corano [a cura di Mohammed Ali Amir-Moezzi, Mondadori, Milano 2007]. Ma si può pensare che negli ambienti tradizionali l’analisi retorica potrebbe essere più facilmente accettata rispetto alla critica storica, giudicata spesso troppo poco rispettosa del carattere sacro del testo per via delle manipolazioni che propone per renderlo più logico. L’analisi retorica invece lascia il testo canonico intatto: si accontenta di mostrarne la struttura e di interpretarlo in funzione di essa. Questo genere di approccio scientifico del testo dovrebbe preservare l’esegesi coranica dalla grande tentazione del letteralismo, così ampiamente praticato attualmente nell’Islam (così come nel Cristianesimo per la Bibbia) dalle correnti fondamentaliste. Pensare che si possa comprendere il testo immediatamente, prendendolo alla lettera, è un’illusione che si riduce il più delle volte a proiettare sul testo le proprie idee e a scegliere nel testo i versetti che si accordano ad esse.

 

 

Il “ritorno al Corano”, invocato da diverse tendenze islamiche attuali, per quanto legittimo e necessario, non è un processo facile. Non basta sbarazzarsi del peso di una tradizione diventata troppo pesante. Bisogna ancora prendere coscienza della difficoltà di “leggere” questi testi antichi, dai quali ci separano quattordici secoli di cultura. Il ritorno al testo del Corano non potrà più risparmiarsi il paziente e lungo lavoro di un’esegesi scientifica moderna. Il compito è ancora immenso.

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