Il gesto di Salim El Koudri è stato interpretato attraverso due letture opposte, quella del terrorismo islamista e quella del disagio psichico, che appaiono entrambe insufficienti a spiegare l’accaduto
Ultimo aggiornamento: 22/05/2026 10:26:56
Il dibattito seguito alla tragedia di Modena, dove un uomo ha deliberatamente travolto diverse persone con la propria auto, dice di più sullo stato della nostra discussione pubblica che sulla natura del gesto in sé. Nelle 48 ore successive all’accaduto, mentre le indagini erano ovviamente in corso, nei media e sui social network molti avevano già tratto conclusioni definitive sulla base delle poche informazioni emerse: un trentunenne, figlio di immigrati marocchini, laureato in economia aziendale, seguito per un paio d’anni dai servizi di salute mentale per un disturbo schizoide, profondamente insoddisfatto della sua condizione lavorativa e autore di quattro e-mail indirizzate all’Università di Modena e Reggio Emilia in cui, rivolgendosi ai suoi destinatari come «bastardi cristiani di m…», denunciava proprio lo scarto tra il suo titolo di studio e la sua posizione professionale. Per alcuni tutto sarebbe riconducibile all’identità dell’assalitore, un musulmano di origine marocchina, come dimostrerebbero le parole utilizzate nei suoi messaggi all’università e la modalità dell’attacco, così fedele al copione tristemente noto di molte operazioni jihadiste che per alcuni anni hanno insanguinato l’Europa. Per altri tutto nascerebbe invece dal disagio psichico del giovane.
Nessuna delle due prospettive sembra tuttavia in grado di fare piena luce sull’accaduto. È peraltro questa la linea del giudice che ha confermato la custodia cautelare di Salim El Koudri escludendo per il momento tanto l’aggravante del terrorismo quanto il nesso tra l’azione omicida e problemi psichiatrici.
Finora non sono emersi indizi di collegamenti, reali o virtuali, con reti terroristiche islamiste e tra gli elementi biografici di cui disponiamo non compaiono i tratti caratteristici del passaggio al salafismo-jihadismo. Neppure il metodo scelto per l’attacco, l’auto usata per falciare i passanti, rappresenta una firma inequivocabile. Come suggerisce uno studio del 2019, è vero che operazioni simili sono tipiche del terrorismo jihadista, ma non possono essere considerate una prerogativa esclusiva di questa corrente. Negli stessi anni in cui le città europee venivano insanguinate da veicoli lanciati sulla folla al grido di “Allahu Akbar”, numerosi altri attentatori ricorrevano allo stesso modus operandi ma con moventi diversi. Tra questi spicca Darren Osborne, gallese di 47 anni che nel 2017 si scagliò con un furgone su un gruppo di musulmani riuniti all’uscita dalla moschea londinese di Finsbury Park. A spiegare il “successo” di questo particolare tipo di assalto criminale non bastano dunque le istruzioni diffuse dalle due più grandi organizzazioni del jihadismo globale, al-Qaida e ISIS. Occorre invece prendere in considerazione l’effetto mimetico che interviene a prescindere dalle ragioni specifiche del gesto. Neanche il disagio mentale, però, è sufficiente a motivare la tentata strage. Come hanno evidenziato diversi specialisti, il disturbo schizoide della personalità non è normalmente associato ad atti violenti.
Scartate queste due semplificazioni, è lecito chiedersi se l’attacco sia un fatto isolato o rappresenti comunque il campanello di allarme di un disagio diffuso che colpirebbe in particolare i giovani con background migratorio, le cosiddette seconde generazioni. È noto che proprio queste persone si trovano in una condizione particolarmente delicata: non si riconoscono più nella cultura dei padri, ma non si sentono pienamente parte della società in cui vivono e ciò li porrebbe in una complicata condizione liminale. Una condizione che, nel caso di El Koudri, potrebbe aver contribuito al suo disagio. Da alcune ricostruzioni è emerso che il giovane vedeva nella propria diversità un ostacolo ingiustificato alla realizzazione delle proprie aspirazioni lavorative, e l’e-mail inviata all’Università di Modena è indicativa di questa percezione.
Nella riflessione su questo fenomeno ricorre però un concetto che rischia di essere fuorviante: quello di integrazione. Che cosa s’intende per integrazione? El Koudri era nato in Italia, aveva la cittadinanza italiana, aveva frequentato, pare con ottimi risultati, le scuole nel nostro Paese, parlava italiano, si era laureato. Non aveva però molte relazioni, e si sentiva svantaggiato dal punto di vista socio-economico. Per quanto il nostro sistema presenti limiti evidenti sotto questo profilo, resta che nessuna società sarà mai capace di prevenire del tutto la frustrazione generata dal divario tra aspettative professionali ed effettiva posizione occupazionale. E ciò non giustifica ovviamente il ricorso alla violenza. Si tratta dunque di un’integrazione non pienamente riuscita, magari proprio in ragione della distanza che El Koudri percepiva in quanto musulmano in un Paese di tradizione cristiana? Non possiamo escluderlo del tutto, ma neppure confermare con sufficiente certezza questa lettura. Soprattutto: fino a che punto parlare di integrazione aiuta a comprendere un crimine come questo? Erano forse più integrati e più rispettosi delle “nostre tradizioni”, come spesso si sente dire, i cinque ragazzi italiani, alcuni dei quali minorenni, che il 9 maggio hanno ucciso un bracciante maliano a coltellate? O i 13 giovanissimi scoperti il 20 maggio a Siena, che incitavano nelle loro chat all’odio razziale e incoraggiavano azioni violente contro immigrati, musulmani e omosessuali?
Riflettere sulle complesse dinamiche culturali e sociali legate ai processi migratori è sacrosanto, ma altrettanto necessario è interrogarsi su una cultura della violenza che oggi non solo attecchisce con sconcertante facilità al di là di specifiche appartenenze, ma pare trovare un terreno particolarmente favorevole proprio nella mancanza di senso prodotta dal declino delle grandi tradizioni religiose.
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