close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

Sostienici
Newsletter
Focus attualità

Le elezioni americane e il futuro del Medio Oriente

[Emma Kaden - Flickr]

Rassegna stampa ragionata sul Medio Oriente e sul mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 16/10/2020 14:48:53

Mancano meno di venti giorni alle elezioni presidenziali americane e anche se lo scontro politico tra l’attuale presidente Donald Trump e il candidato democratico Joe Biden si concentrerà soprattutto su questioni di politica interna, la politica estera ha fatto il suo ingresso nell’arena elettorale con il dibattito tra i vicepresidenti, Mike Pence per la squadra repubblicana e Kamala Harris candidata con Biden.

 

Per quanto riguarda il Medio Oriente, in generale si può dire che l’amministrazione Trump abbia seguito la via tracciata dal proprio predecessore, perseguendo una politica di disengagement. Le principali differenze con l’amministrazione Obama hanno riguardato la posizione verso l’Iran – con il ritiro di Trump dall’accordo sul nucleare e la politica di “massima pressione” – e il rapporto con le monarchie del Golfo, in particolare con l’Arabia Saudita (si veda più avanti), storico alleato statunitense nella regione, ma dalla quale Obama aveva preso le distanze, una linea politica applicata anche a un altro storico alleato nella regione, Israele.

 

Il dibattito tra gli analisti negli ultimi anni si è concentrato proprio sulla politica di disengagement, che ha trovato voci a favore e altre contrarie. Per Mara Karlin e Tamara Cofman Wittes (Foreign Affairs) una possibilità potrebbe essere quella di intervenire meno, ma in maniera più efficace: «Puntare a limitare la concorrenza geopolitica all'interno della regione, ad affrontare il comportamento iraniano in modo più efficace e a risolvere i conflitti per procura, ove possibile, dovrebbe permettere a Washington di mantenere un'influenza preponderante, facendo meno in Medio Oriente senza abbandonare del tutto [la regione]».

 

Sempre su Foreign Affairs, Steve Cook ritiene invece che ritirarsi dal Paesi mediorientali non sia la migliore scelta politica per gli USA, che nonostante una serie di fallimenti continuano ad avere degli interessi da tutelare nella regione, mentre la percezione degli ultimi anni sul ritiro americano ha permesso a Cina e Russia (aggiungeremmo anche la Turchia) di occupare gli spazi lasciati vuoti da Washington. È quindi necessario dare un ordine di priorità agli interventi: «[…] lasciare il Medio Oriente non è una buona politica. Washington ha ancora interessi critici che vale la pena proteggere, anche se i cambiamenti politici, tecnologici e sociali hanno reso tali interessi meno vitali di quanto non fossero decenni fa. Tuttavia, invece di usare il potere degli Stati Uniti per ridisegnare la regione, i politici devono abbracciare l'obiettivo più realistico e realizzabile di instaurare e preservarne la stabilità».

 

La progressiva perdita di importanza della superpotenza americana potrebbe aprire scenari di intervento per l’Europa: per farlo però, l’Unione europea deve accettare di non poter più fare affidamento sull’alleato americano (anche se vincesse Biden, difficilmente riuscirebbe a invertire velocemente il trend degli ultimi anni), trovare una posizione coerente per non essere ulteriormente marginalizzata, concentrarsi sui problemi strutturali della regione. Lo spiega l’European Council on Foreign Relations.

 

Gli analisti hanno anche delineato alcune previsioni sulla relazione americana con l’Iran, Netanyahu ed MbS. Il Washington Post ha sintetizzato: «Un'amministrazione Biden cercherebbe di riparare i danni causati da Trump per quanto riguarda l’accordo sul nucleare e di allentare le tensioni con l'Iran. Inoltre metterebbe un freno al caloroso abbraccio degli Stati Uniti al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e alle coccole all'influente principe ereditario saudita Mohammed bin Salman».

 

Il quotidiano libanese L’Orient Le-Jour è dello stesso avviso, ma avverte: «una vittoria di Biden potrebbe dar luogo a una rottura percepibile più nei toni che nei fatti». Da una parte, se dovesse vincere Biden sarebbe difficile tornare sui passi del JCPOA senza fare grosse concessioni a Teheran, che comunque per il momento ha rifiutato l’idea di stipulare un nuovo trattato; dall’altra il legame tra Washington e Riad è molto profondo, e chiama in causa anche questioni di realpolitik: «Il tono di Joe Biden obbligherà MbS a riflettere seriamente sui tipi di politiche che deve perseguire per mantenere una relazione con gli americani che serva i loro reciproci interessi».

 

In Iran c’è grandissima attenzione alle elezioni, che per la popolazione sono strettamente legate all’«aumento dei prezzi e al deprezzamento del rial (la moneta nazionale) sul mercato dei cambi». Anche se per Rouhani Trump e Biden sono le due facce di uno stesso sistema nemico, la popolazione vede in Biden la speranza di un miglioramento della propria condizione economica, mentre i conservatori tendono a preferire una rielezione di Trump, perché l’approccio radicale americano radicalizza a sua volta la politica interna iraniana.

 

Secondo Foreign Affairs la prossima amministrazione dovrà rompere con il passato per trovare una soluzione ai rapporti con la Repubblica islamica; né un nuovo accordo sul nucleare, né ulteriore pressione sulla Repubblica islamica, ma piuttosto un «de-escalatory agreement», un accordo che riduca la pressione sull’Iran che faccia da apri pista a una politica basata sulla diplomazia: «Ponendo la diplomazia in prima linea, gli Stati Uniti possono affrontare il disaccordo con l'Iran e calibrare una politica intelligente e chiara per il Medio Oriente».

 

Per quanto riguarda il Golfo, un commento della CNN immagina che gli accordi di Abramo potrebbero davvero portare la pace nel conflitto israelo-palestinese se Biden dovesse vincere e sapesse capitalizzare questa opportunità: i recenti accordi di normalizzazione hanno permesso di mettere fine (almeno in parte) alla paranoia israeliana di essere circondati da nemici che ne vogliono la distruzione. Al contrario, ne è sorto un ., all’interno del quale gli USA possono continuare a far leva sui Paesi del Golfo (che a livello interno dicono di voler continuare a tutelare gli interessi per uno Stato palestinese) «per persuadere Israele e i palestinesi a lavorare per un accordo che potrebbe funzionare».

 

Focus Arabia Saudita

 

L’Arabia Saudita è stata a lungo il principale alleato nel Golfo degli Stati Uniti, ma durante l’amministrazione Trump, il legame si è stretto ulteriormente in ragione della partnership tra il presidente americano e il principe ereditario Mohammad bin Salman (MbS). Questo ha permesso a MbS di attuare una serie di politiche spregiudicate per il regno, ed è lo stesso motivo per cui, se dovesse venire eletto Trump, il giovane principe perderebbe un alleato importante, scrive Madawi al-Rasheed. Biden, favorevole a un ritiro all’appoggio saudita in Yemen e condannando il coinvolgimento saudita nell’uccisione del giornalista Jamal Kashoggi, ha già chiarito che non sarebbe per nulla propenso a seguire la linea politica di Trump, il quale negli ultimi quattro anni era invece riuscito a invertire il processo di marginalizzazione di Riad operato da Obama, che non aveva coinvolto il regno nella firma del JCPOA. «Se Biden dovesse vincere le elezioni negli Stati Uniti» continua al-Rasheed, «bin Salman sarà in allerta. Qualsiasi parola pronunciata dalla Casa Bianca che non sia in linea con l’approvazione del giovane principe e che non ricordi al Congresso la centralità della “partnership storica” tra gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita sarà automaticamente interpretata a Riyadh come una posizione ostile».

 

In realtà, nonostante la copertura da parte di Trump, l’omicidio di Kashoggi ha generato un certo sconcerto nell’opinione pubblica internazionale, che riecheggia ancora oggi, a due anni di distanza. Secondo alcuni  è questa una delle ragioni che hanno spinto l’Assemblea generale della Nazioni Unite a rifiutare la richiesta saudita di far parte del Consiglio per i diritti umani. Tra i Paesi che sono riusciti a ottenere un seggo ci sono invece il Pakistan, Cuba, la Russia e la Cina (peraltro in linea con la capacità del gigante asiatico di accrescere la propria influenza all’interno dell’ONU).

 

Secondo Juan Cole, la reputazione dell’Arabia Saudita si è deteriorata dal 2015, anche se recentemente ci sono stati tentativi di recuperarla «ingaggiando celebrità su TikTok e Instagram che lodano il turismo in Arabia Saudita, ma i membri dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite non sembrano impressionati. A Londra e Washington dei deputati hanno tentato di bloccare la vendita di armi all'Arabia Saudita e di fermare l'assistenza occidentale alla guerra contro lo Yemen».

 

A questo punto è chiaro che una vittoria democratica alle prossime elezioni americane potrebbe preoccupare seriamente l’Arabia Saudita. Forse è anche per questo, riflette il Washington Post, che nei giorni scorsi su Twitter si è diffusa una teoria cospirazionista che riguarda MbS, l’opposizione interna e gli Stati Uniti: «La narrazione centrale […] è che l'amministrazione Obama, tra cui l'ex segretario di Stato Hillary Clinton e l'ex direttore della CIA John Brennan, abbia complottato per elevare a re il principe ereditario Mohammed bin Nayef, noto come MBN […]. In questo racconto, MBS ha scoperto il complotto e ha salvato l'Arabia Saudita dal dominio dell'America e dei Fratelli Musulmani. […] La campagna pare avere due obiettivi. I sostenitori di MBS sembrano prepararsi a un possibile processo del principe ereditario, deposto con accuse di tradimento e corruzione. Potrebbero anche mobilitare il sostegno pubblico per un confronto con una nuova amministrazione democratica, se l'ex vice presidente Joe Biden sarà eletto a novembre». E future eventuali pressioni da parte di Biden su MbS potrebbero essere lette alla luce di questo complotto. D’altra parte l’amministrazione Trump sembra stia cercando di incassare l’ennesimo risultato diplomatico prima del voto: il segretario di Stato Mike Pompeo ha infatti esortato Riad a normalizzare i rapporti con Israele, un’operazione che, secondo alcuni sondaggi, sarebbe accolta favorevolmente dai sauditi e dal resto del mondo arabo.

 

Accuse di blasfemia anche in Nigeria

 

Omar Farouq e Yahaya Sharif-Aminu, due giovani di 13 e 22 anni appartenenti alla confraternita sufi della Tijaniya, sono stati accusati di blasfemia in Nigeria e condannati a rispettivamente a 10 anni di carcere e alla pena capitale. La Croix spiega che uno dei giovani aveva diffuso una canzone sufi sui social, mentre l’altro era stato accusato di aver bestemmiato da un conoscente. I due sono stati giudicati separatamente da un tribunale religioso. In Nigeria infatti la shari’a è applicata in 12 dei 36 Stati federali e spesso è incompatibile con la legislazione secolare, come nel caso di Omar Farouq, considerato minorenne per l’ordinamento statale ma non per la legge islamica.

 

Foreign Policy fa notare che la violenza religiosa in Nigeria è in aumento anche contro i cristiani, ma le tensioni riguardano in realtà anche la dimensione etnica e il controllo delle risorse, anche se spesso i conflitti vengono presentati secondo dicotomie musulmani contro cristiani e allevatori contro pastori. L’International Crisis Group spiega che «la violenza è radicata nella competizione per le risorse tra i pastori Fulani e i contadini Hausa. Si è intensificata in concomitanza con il dilagare di azioni di criminalità organizzata, tra cui il furto di bestiame, il rapimento a scopo di riscatto e le razzie nei villaggi. I gruppi jihadisti stanno ora intervenendo per approfittare della crisi della sicurezza».

 

Una situazione riscontrabile anche in altri Paesi del Sahel, come nel Burkina Faso, dove però, spiega Alex Thurston, la situazione di conflitto interreligioso è sicuramente delicata ma non drastica: «[…] anche se stanno emergendo scenari estremamente cupi in termini di sfollamento, di tenacia dell'insurrezione e di crescenti livelli di violenza, il Paese ha - almeno a mio parere - finora ha evitato gli scenari peggiori in termini di violenza specificamente musulmano-cristiana».

 

Tornando in Nigeria, invece, la settimana scorsa il governo ha sciolto una unità di polizia chiamata SARS, definita «controversa» e accusata di «estorsioni della popolazione, arresti illegali, torture e persino di omicidio». Per più di una settimana la popolazione aveva protesto per ottenere la dissoluzione della squadra speciale e il movimento, nato sui social aveva trovato l’appoggio anche di importanti figure dello spettacolo nigeriane.

 

In una frase

 

In Nagorno-Karabakh continua a imperversare la guerra (The Guardian).

 

Nonostante la continuità con la linea politica passata, non è detto che il Kuwait guidato dal nuovo emiro riesca a mantenere la stabilità nel Golfo nel lungo termine (Limes).

 

In Tunisia centinaia di manifestanti si sono scontrati con la polizia dopo che le autorità hanno raso al suolo un chiosco di sigarette senza licenza, uccidendone il proprietario che dormiva all'interno (Reuters).

 

Il patrimonio archeologico dell’Iraq, già minacciato dall’ISIS, è a rischio di saccheggi (Asia News).

 

In Mali, nella regione di Mopti, ci sono stati degli attacchi jihadisti (Jeune Afrique).

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Iscriviti gratuitamente alla newsletter per non perderti i nostri approfondimenti

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale