Nonostante il reintegro nella Lega Araba, il regime di Bashar al-Assad non è in grado di risolvere la grave crisi economica generata dal conflitto ed è sempre più esposto alla contestazione popolare, come dimostrano le recenti proteste di Sweyda

Ultimo aggiornamento: 15/03/2024 12:00:33

Il 9 agosto, per la prima volta da quando la Siria è stata riammessa nella Lega Araba, il presidente Bashar al-Assad ha concesso un’intervista alla testata emiratina Sky News Arabiyya. Nel ribadire la vittoria dello Stato contro le organizzazioni terroriste, Assad ha riconosciuto che un’opposizione siriana autentica esiste, ma per essere legittima deve trovarsi in patria, non all’estero. Pochi giorni dopo la trasmissione dell’intervista, il 20 agosto, la popolazione di Sweyda e Daraa, capoluoghi delle omonime provincie sotto controllo governativo, è scesa nelle strade per manifestare contro l’establishment damasceno, chiedendo migliori condizioni di vita e, soprattutto, le dimissioni del presidente.

 

Non è semplice analizzare le recenti ondate di proteste. Da una parte esse potrebbero essere considerate eventi che hanno poco di eccezionale. In passato, infatti, le provincie meridionali di Daraa e Sweyda sono state teatro di ripetuti episodi di violenza e di periodiche rivolte.

 

Daraa è nota per essere stata, nel marzo del 2011, la prima città ad ospitare manifestazioni antigovernative, spesso considerate come il punto di inizio della Primavera araba siriana e del successivo conflitto. Qui l’Esercito Siriano Libero, la principale formazione armata delle opposizioni moderate, istituì all’inizio del 2014 il Fronte Meridionale (al-Jabha al-Janubiyya), un’organizzazione politico-militare che controllava le aree di frontiera con Israele e Giordania, parte delle alture del Golan e alcuni quartieri della stessa Daraa. Ben presto, però, il Fronte cominciò a indebolirsi e nel luglio 2018, a seguito di una vittoriosa offensiva dell’esercito nazionale, si dissolse.

 

Sweyda, agglomerato urbano abitato dalla minoranza drusa, è stata al centro di violenze e di guerriglie almeno dal settembre 2014. Due anni dopo, la comunità tornò a manifestare il proprio dissenso omaggiando, al posto del presidente, la figura di Sultan al-Atrash, lo shaykh druso che negli anni Venti guidò la “Grande Rivoluzione” contro l’occupazione mandataria francese. Dal 2019 in poi, con il definitivo collasso dell’economia nazionale, le contestazioni sono aumentate, ma nessuna di queste è riuscita a minare realmente l’autorità dello Stato.

 

Per quanto affetta da cronica instabilità, infatti, la minoranza drusa ha adottato una posizione neutrale di fronte al conflitto: alcuni individui si sono arruolati nell’Esercito Libero, mentre la gran parte ha preferito rimanere formalmente sotto l’egida del governo in cambio di concessioni in tema di autonomia e potere decisionale: ad esempio, Assad nel 2016 permise ai soldati drusi, in parziale deroga alla legge vigente, di svolgere il periodo di leva nella loro provincia anziché sui fronti di guerra; inoltre, acconsentì a rifornire di armi e munizioni le milizie locali.

  

Le recenti proteste di Sweyda, che si iscrivono all’interno di un contesto regionale completamente mutato, presentano alcune caratteristiche inedite come la durata temporale (più di due settimane), l’alto numero dei partecipanti e il chiaro messaggio politico. Non ha infatti convinto la narrazione propalata dal ra‘īs che attribuisce la difficile situazione del Paese all’attività di agenti esterni; per i manifestanti è proprio il Capo dello Stato a essere il principale responsabile dell’attuale disastro, per una serie di ragioni.

 

Sul piano securitario Damasco ha utilizzato la minaccia jihadista dello Stato Islamico come strumento di legittimazione, presentandosi come l’unico attore in grado di difendere i cittadini, e in particolare le minoranze religiose sciite e cristiane. Ciononostante, tra il 2014 e il 2015 le truppe governative avrebbero incoraggiato l’avanzata dell’ISIS, con l’obiettivo di indebolire il Fronte Meridionale. Anche dopo la riconquista del Sud, l’ISIS ha approfittato della scarsa presenza di forze governative per penetrare nelle provincie compiendo gravi attentati; in mancanza di un’adeguata copertura dell’esercito, le milizie locali si sono fatte carico della difesa di villaggi e città.

 

Un altro problema riguarda la questione del Captagon, in quanto uno dei principali centri di produzione e spaccio della droga si trova nelle province di Daraa e Sweyda, attraversate dalla rotta del narcotraffico che collega il Libano con la Giordania e i Paesi del Golfo. La pressione della comunità internazionale e degli Stati arabi ha obbligato la Siria ad intraprendere alcune operazioni antidroga, ma queste finora non hanno prodotto risultati significativi. Secondo alcuni studi e reportage giornalistici, il contrabbando prospera grazie alla complicità e alla collusione di personalità politiche e militari dello Stato siriano. Il business ha contribuito a esacerbare ulteriormente le condizioni di vita della popolazione locale: il narcotraffico – come ha notato il giornale panarabo al-‘Arab – ha innescato una spirale di violenza tra clan e milizie pro-regime che si contendono il lucrativo mercato del Captagon.

   

A questo preoccupante quadro si è aggiunto il recente crollo della lira siriana, che nelle ultime settimane ha subito una profonda svalutazione, facendo lievitare il costo dei beni di prima necessità e soprattutto della benzina, il cui prezzo al litro è passato in pochi giorni da 3000 a 8000 lire. Il presidente, nel tentativo di porre un freno al malcontento popolare, ha approvato due decreti che raddoppiano lo stipendio dei dipendenti statali, dei militari e dei pensionati, ma le misure si sono rivelate inefficaci, dato che l’elevato tasso di inflazione ha vanificato l’aumento dei salari nominali. Le finanze dello Stato sono talmente compromesse che il governo si è affrettato a promulgare una nuova legge che offre a ingegneri e fisici «compensazioni in natura», una sorta di baratto legalizzato volto a  scongiurare la fuga all’estero dell’esiguo personale qualificato rimasto nel Paese e garantire al contempo una parvenza di patto sociale.

 

È per questo che tra le richieste dei manifestanti non vi è solo il miglioramento delle condizioni di vita, ma anche il “passo indietro” del presidente, giudicato ormai incapace di provvedere ai bisogni basilari dei cittadini. Il dissenso non è limitato soltanto ai drusi, ma è stato condiviso anche dai curdi, dall’opposizione in esilio e persino da alcuni esponenti della comunità alawita, di cui fanno parte la famiglia Assad e importanti funzionari. La retorica dello Stato “protettore delle minoranze” sembra ormai essere svanita e la ripresa degli slogan simbolo della Primavera Araba del 2011, come irhal “vattene”, al-sha‘b yurīd isqāt al-nizām “il popolo vuole la caduta del regime” – a cui si è aggiunto al-sha‘b wāhid “il popolo è uno solo”, a significare il superamento delle divisioni etnico-confessionali – rappresentano dei segnali d’allarme per un regime che solo pochi mesi fa celebrava il reintegro nella Lega Araba, accreditandosi come l’unico attore capace di assicurare la stabilità politica e la ripresa economica del Paese.

 

La stampa araba anti-Assad, tra cui al-Quds al-‘Arabi e al-‘Arabi al-Jadid, ha colto l’occasione per mettere in evidenza le fragilità del regime e sottolineare l’eccezionalità dei fatti di Sweyda. Queste testate si mostrano ancora caute nel parlare di nuova rivoluzione siriana e ricordano come il governo abbia ancora a disposizione numerosi strumenti, dalla coercizione alla propaganda, per soffocare l’ondata di proteste. La nota più interessante viene dai giornali vicini alle posizioni di Arabia Saudita ed Emirati, che cominciano ad avanzare dubbi sull’operato del presidente. Un giornalista di al-‘Arab, ‘Ali al-Sarraf, ha scritto che il regime non può più catalogare i fatti di Sweyda come un “complotto” ordito da attori esterni: «i drusi non possono essere accusati di terrorismo, non si può certo dire che sono mossi dalla Fratellanza Musulmana. Non esiste un complotto imperialista o mondiale a essi collegato». Il disagio – prosegue lo scrittore – è reale e affonda negli errori del governo, che non ha mai tentato una concreta mediazione con gli oppositori. Altri quotidiani, come gli emiratini al-Ittihad e al-‘Ayn al-Ikhbariyya, evitano di sbilanciarsi troppo nei commenti, anche se dai loro articoli traspare una velata critica ad Assad, accompagnata dalla preoccupazione, fondata, che una nuova escalation di violenza potrebbe compromettere la lunga e faticosa riabilitazione del regime siriano, sponsorizzata da Arabia Saudita ed Emirati, nella regione mediorientale. Dopo Sweyda, infatti, il governatorato di Deir el-Zor è stato interessato dalla guerriglia tra le forze curde e le locali milizie tribali di etnia araba, a cui sono seguiti i bombardamenti dell’aviazione russa e siriana sui villaggi della provincia di Idlib e gli scontri a al-Hasakah tra SDF e gruppi armati filo-turchi.

    

Anche se al momento è presto per capire la direzione che prenderanno le manifestazioni di Sweyda, il rischio, come spiegato in un articolo di al-‘Arabi al-Jadid, è che si raggiunga una situazione di stallo: da una parte il “moto rivoluzionario” bloccato dalla repressione dell’esercito governativo e degli attori non statuali, dall’altra un regime incapace di impedire il deterioramento delle condizioni socioeconomiche e abbandonato a sé stesso dai suoi storici alleati, dal momento che la Russia è sotto sanzioni e alle prese con la guerra in Ucraina, la Cina «affoga nei debiti» e l’Iran sta affrontando una grave crisi socioeconomica.       

 

 

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