close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito
abbonati
Consigli di lettura

L’altro che ti trasforma

Ogni uomo è «un mistero che chiede soltanto di essere accolto e amato». Anche il combattente islamico

Questo articolo è pubblicato in Oasis 27. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 25/10/2018 17:15:30

In viaggio verso Allah.jpgRecensione di Claudio Burgio, In viaggio verso Allah, Lettera di un prete a Monsef, giovane combattente islamico, Paoline, Milano 2017

 

Definirla una lettera è riduttivo: flussi di coscienza, confessioni intime, esperienze e sentimenti profondi si intrecciano armoniosamente a lucide analisi sul fenomeno jihadista europeo e al senso dell’educare al religiosamente altro. A scriverla è don Claudio Burgio, sacerdote della Diocesi di Milano e fondatore dell’Associazione Kayrós che gestisce comunità di accoglienza residenziali. Il destinatario è Monsef, ventunenne marocchino, accolto nel 2010, quando aveva solo quindici anni, e rimasto nella comunità fino al 17 gennaio 2015. Quello stesso giorno, con l’amico Tarek, Monsef ha preso l’aereo per la Siria, divenendo il più giovane jihadista partito dall’Italia.

 

A distanza di due anni don Claudio sente il bisogno di scrivergli, ripercorrendo la loro relazione in comunità e il periodo successivo: il sacerdote si confessa incredulo, un educatore che non sa spiegarsi la scelta del “suo ragazzo”; un prete che non si capacita di esser considerato “un infedele” da quel figliol prodigo di cui attende il ritorno. È una lettera dovuta a Monsef, dunque, per fargli sapere che non vuole dimenticarlo; ma è una lettera dovuta anche a se stesso, alle sue paure, incomprensioni e dolori per una simile perdita; infine, un messaggio per gli altri ragazzi musulmani della sua comunità, che non sono partiti. Una lettera di chi «crede ostinatamente al Bene» ed è convinto che ogni uomo è «un mistero che chiede soltanto di essere accolto e amato».

 

La storia di Monsef, ripercorsa con delicatezza nei suoi particolari quotidiani, offre un profilo ricorrente del foreign fighter, in cui il sacerdote scorge la conferma che «dal disordine non nasce la libertà»; che è dalla «dissoluzione del principio di autorità» che sorge la ricerca di una normatività rigorista; che dalla deculturazione religiosa nasce il fondamentalismo; che non si tratta di uno scontro di civiltà, ma di inciviltà.

 

Agli episodi di vita si alternano tante intuizioni profonde: le riflessioni sul linguaggio di Monsef, sul rapporto con l’autorità e l’alterità, sul ruolo dell’educazione scolastica; sull’impoverimento spirituale dell’Occidente, sull’appiattimento di ogni complessità o le distorsioni nel dibattito mediatico, sull’integrazione sociale dei giovani, sulla responsabilità di credere e accogliere l’altro; sui limiti di una mera risposta assistenzialista o securitaria; sull’ontologica vulnerabilità umana; sul testimoniare la propria fede e sul proselitismo; sul senso del paradiso e sulla vita eterna.

 

Colpiscono gli evidenti effetti terapeutici dell’alterità. Nel libro si mostra evidente la parabola – tutta interiore – del sacerdote stesso, che lo porta a dare un nuovo senso all’altro, a Monsef. Il sacerdote confessa all’inizio della lettera di sentirsi come «Pietro al momento dell’arresto e della crocefissione del Cristo, impotente di fronte al Male, pronto a rinnegare» di conoscere Monsef. Ha davanti a sé un fallimento educativo, è trafitto da paure (reali) quali un attacco alla sua persona, ai suoi colleghi o al Duomo di Milano, dove celebra. Disconosce l’altro. Lentamente, però, l’esperienza dialogica lo trapassa:

«Caro Monsef, non temo la cultura che ti ha dato origine, perché so che Dio mi parla attraverso il mondo che mi circonda, quindi anche attraverso il dramma della tua storia. So che c’è un mistero ancora da comprendere nel grido degli esclusi della storia. Un grido, come quello di Ismaele, che la Chiesa nella quale vivo non può non riconoscere e accogliere. Un grido, come quello della tua voce mentre combatti, che ha pur sempre a che fare con la storia della salvezza».

Guidato dalla prudenza, don Claudio ritrova in Monsef «l’altro come uno straordinario patrimonio d’umanità», capovolgendo la prospettiva: solo l’amore trasforma, così come solo riconoscendosi dei Giuda sarà possibile essere perdonati. Monsef diviene allora l’occasione per andare oltre le proprie paure e tornare a fissare lo sguardo su Gesù.

«Nulla andrà perduto, nemmeno la nostra relazione […] ci apparterremo per l’eternità […] Monsef, sei la mia grande occasione. Proprio la tua disperazione e la tua storia di vita maltrattata, esclusa, spogliata di dignità faranno di te il mio giudice».

Iscriviti alla nostra newsletter per rimanere sempre aggiornato

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale