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Consigli di lettura

La nuova Arabia Saudita alla prova dei fatti

Madawi al-Rasheed cerca un equilibrio tra la visione trionfale e quella disfattista sull’Arabia Saudita

Questo articolo è pubblicato in Oasis 27. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 04/12/2018 13:04:04

Recensione di Madawi al-Rasheed (a cura di), Salman’s Legacy, the Dilemmas of a New Era in Saudi Arabia, Hurst & Co., London 2018; Madawi al-Rasheed, Muted Modernists. The Struggle Over Divine Politics in Saudi Arabia, Hurst & Co., London 2015

 

Con la nomina di Muhammad Bin Salman a erede al trono e le sue promesse di riforma, è molto cresciuto l’interesse verso l’Arabia Saudita e il presunto nuovo corso auspicato dal giovane principe. Non sono molti però gli esperti di Arabia Saudita e ancor meno gli studiosi che possono vantare una conoscenza diretto e a tutto campo di questo Paese. Madawi al-Rasheed, visiting professor presso il Middle East Centre della London School of Economics and Political Science, fa parte di questo ristretto gruppo.

Salman's Legacy

Copertina del libro di Madawi Al-Rasheed, Salman's Legacy. The dilemmas of a new era in Saudi Arabia.

 

Salman’s Legacy, the Dilemmas of a New Era in Saudi Arabia, volume in cui la studiosa figura nella doppia veste di curatrice e autrice, è la raccolta degli atti di un convegno tenutosi alla National University of Singapore nel dicembre 2016. Il libro intende dare profondità storica alle sfide che re Salman e l’erede al trono saranno chiamati ad affrontare nel breve termine, e tenta di trovare un equilibrio tra le due narrazioni attraverso le quali gli studiosi da decenni cercano di spiegare l’Arabia Saudita: quella trionfale, che esalta la capacità di resilienza dei Sa‘ūd, e quella disfattista, che da anni prefigura l’imminente collasso del Paese.

 

La coesione interna alla famiglia regnante è sicuramente un fattore da cui può dipendere la stabilità del Regno. Nel suo saggio Madawi al-Rasheed esamina il meccanismo di successione al trono, mettendo in luce come solo in due occasioni, dalla creazione dell’Arabia Saudita fino a oggi, alla tradizionale linea di successione orizzontale da fratello a fratello si sia sostituita una linea verticale da padre a figlio. Ciò è accaduto nel 1953, quando ‘Abd al-‘Azīz Ibn Sa‘ūd nominò il figlio primogenito Sa‘ūd (r. 1953-64) erede al trono, e appunto nel giugno 2017 con la nomina di Muhammad Bin Salman. La teoria della studiosa è che i tentativi di normalizzare il meccanismo di successione, limitando così il rischio di lotte politiche interne alla famiglia, siano tutti falliti. Lo dimostrerebbe la mossa di re Salman, il quale emendando la Legge Fondamentale per introdurre la successione verticale si conferma l’unico vero arbitro del gioco.

 

Di stabilità della monarchia parla anche Gregory Gause III, per il quale la resilienza della dinastia regnante è collegata a tre fattori politici interni: un sistema fondato sui petrodollari, il legame con l’establishment religioso e la coesione interna alla famiglia. La rendita petrolifera da un lato ha consentito ai Sa‘ūd di creare rapporti clientelari con alcuni gruppi sociali e garantirsi la fedeltà della popolazione attraverso la distribuzione di benefit; dall’altro ha cambiato le dinamiche del rapporto tra l’istituzione politica e quella religiosa. Il boom petrolifero degli anni ’70 segna infatti la fine dell’indipendenza dell’establishment religioso e l’inizio di un rapporto di subordinazione alla famiglia reale, la quale in cambio consente agli ulema di creare le loro istituzioni ed esercitare il controllo sulla vita sociale dei sauditi.

 

Un contributo originale è quello di Sultan Alamer, che esamina le proteste avvenute tra il 2011 e il 2013 a Qatif e Burayda decostruendo la narrazione delle “contestazioni confessionali”, tanto in voga nell’accademia occidentale: essa tende a spiegare l’attivismo in termini di polarizzazione confessionale tra sunniti e sciiti, senza dare il giusto peso alle identità regionali. Secondo l’autore, le aree con una forte identità locale sono più propense a manifestare, a differenza degli agglomerati privi di un senso identitario radicato. In alcuni casi paradossalmente è il processo di state- e nation-building ad aver favorito la nascita di queste forme di identità locale. Alamer pone l’esempio delle due diverse procedure per il rilascio della carta d’identità, a seconda che il richiedente sia beduino o hadarī, sedentario. Nel primo caso occorre fornire cinque nomi (il proprio, quello del padre, quello del nonno, il nome del lignaggio e quello della tribù), mentre gli hadarī sono tenuti a indicare il luogo di nascita anziché il lignaggio e la tribù. Queste modalità di identificazione, se favoriscono il senso di appartenenza tribale per i beduini, facilitano un sentimento d’identità regionale per gli hadarī, che si identificano con il luogo di provenienza.

 

Un altro meccanismo che favorisce forme di identificazione locale, spiega l’autore, è la divisione del Paese in unità amministrative la cui toponomastica indica il grado più o meno elevato del senso identitario degli abitanti. Un toponimo infatti può non avere alcun legame con la storia e la popolazione locale, ma essere funzionale alla necessità dello Stato di individuare con precisione una zona (è il caso della provincia del Confine Settentrionale) oppure può ricalcare il nome di un luogo geografico (per esempio la città di Dhahran nella Provincia Orientale così denominata dall’omonimo massiccio). In genere rientrano in quest’ultima casistica gli agglomerati nati dall’immigrazione e quindi tendenzialmente privi di un’identità forte. Una situazione inversa si registra invece per le unità amministrative che derivano il loro nome da città o regioni preesistenti allo Stato saudita, come è il caso di Riyadh.

 

Salman’s Legacy accompagna così il lettore in un tour virtuale dello Stato e della società saudita, indaga alcuni elementi della tradizione religiosa wahhabita ed esplora le relazioni geopolitiche ed economiche del Regno con l’Occidente e l’Estremo Oriente. È uno strumento che offre certamente una panoramica dei dilemmi del nuovo corso saudita, ma può essere utile integrarlo con la lettura di un altro testo della stessa autrice, Muted Modernists. The Struggle Over Divine Politics in Saudi Arabia. Pubblicato nel 2015, questo volume non ha perso di attualità. Esso documenta egregiamente l’attivismo islamista saudita contemporaneo considerando in particolare quelli che Madawi al-Rasheed definisce “modernisti”, noti anche come islamo-liberali o tanwīrī, “illuministi”. In questa categoria rientrano alcuni intellettuali e predicatori di cui MBS ha ordinato l’arresto nell’autunno 2017, motivo in più per fare di questo libro una lettura fondamentale. L’obbiettivo dell’autrice è seguire il percorso evolutivo di questo gruppo di intellettuali e religiosi, formato perlopiù da ex sahwī (“revivalisti islamisti”) riabilitati e cooptati dalla monarchia dopo essere finiti in prigione a metà degli anni ’90 con l’accusa di sovversione dell’ordine pubblico.

 

I modernisti a cui è consacrato il volume hanno scelto la strada riformista creando una sorta di terza via tra il jihadismo violento e il quietismo wahhabita dell’establishment religioso. Essi reinterpretano la teologia politica islamica classica creando un discorso ibrido che unisce il pensiero politico occidentale e la tradizione islamica, nel tentativo di trovare delle soluzioni alle problematiche che vivono i musulmani contemporanei. I modernisti, tra i quali spicca la figura di Salmān al-‘Awda, sono ad esempio fautori della nozione di consultazione, della divisione del potere fra esecutivo, legislativo e giudiziario, del pluralismo inclusivo; alcuni di loro, come ‘Abdullāh al-Mālikī ritengono che applicare la sharī‘a sia opportuno ma non obbligatorio e che la vera soluzione non sia l’Islam, secondo il noto slogan dei Fratelli musulmani, ma la sovranità politica della umma. Altri chiedono una monarchia costituzionale, la riforma dell’Islam wahhabita, e sostengono la liceità del jihad pacifico (silmī) quale forma di protesta civile pacifica (‘Abdullāh al-Hāmid).

 

Le analisi di Madawi al-Rasheed dimostrano, in generale, come i proclami del re e del principe ereditario in merito alla creazione di una società saudita più aperta e più libera, e alla creazione di un Islam “mediano” finora non reggano alla prova dei fatti. I suoi libri sono pertanto strumenti imprescindibili per chi si voglia districare nel complesso rapporto tra narrazione e realtà saudita.

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