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Le nostre letture

Dove sta la debolezza dei progetti islamisti

Cos’è successo all’islamismo dopo gli sviluppi degli ultimi anni? Lo spiegano Shadi Hamid e William McCants

Questo articolo è pubblicato in Oasis 27. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 12/04/2019 15:07:53

Rethinking Political Islam.jpgRecensione di Shadi Hamid & William McCants (a cura di), Rethinking Political Islam, Oxford University Press, New York 2017.

 

Una delle conseguenze più evidenti, anche se inizialmente inaspettate, delle rivoluzioni arabe del 2010-2011 è stata la momentanea affermazione dell’Islam politico, sia nella sua variante gradualista e istituzionale, che in quella rivoluzionaria jihadista. Così, benché proprio l’islamismo sia uno dei fenomeni più indagati dagli studiosi di questioni mediorientali, occorreva una messa a punto dopo gli sviluppi negli ultimi anni. È quello che hanno fatto Shadi Hamid e William McCants, con un progetto promosso e finanziato dalla Brookings Institution e poi confluito nel volume Rethinking Political Islam, che si interroga in particolare sui cambiamenti occorsi nella galassia islamista in seguito al «duplice shock» rappresentato dal rovesciamento del presidente Morsi in Egitto e dall’ascesa dell’ISIS in Siria e Iraq.

 

Il libro analizza 12 Paesi, dal Nord Africa all’Asia sudorientale, passando naturalmente per il Medio Oriente (con l’assenza però della Turchia). A questa panoramica, affidata a studiosi ed esperti della materia, segue la prospettiva di alcuni militanti islamisti, che offrono un’interessante visione dall’interno. Tra i vari casi trattati alcuni fanno storia a sé: per esempio quello egiziano discusso da Steve Brooke, che descrive lo smantellamento della rete di istituzioni sociali create dalla Fratellanza musulmana; o quello del Sud-Est asiatico, in cui, come mostra Joseph Chinyong Liow, la domanda d’islamizzazione della società è trasversale a più partiti.

 

In generale, però, emergono tendenze comuni a tutti i contesti: la dialettica tra rigorismo ideologico e adattamento ai vincoli imposti dai diversi sistemi politici, la tensione, all’interno delle varie organizzazioni islamiste, tra haraka (movimento) e hizb (partito politico), la necessità, dopo l’ascesa dell’ISIS, di dissociarsi dall’esperienza di uno dei pochi casi di Stato islamico realizzato, lo sviluppo di strutture organizzative capaci di resistere alla repressione.

 

Nella loro introduzione, Hamid e McCants scrivono che

«È poco probabile che gli islamisti diventino liberali; altrimenti di cosa staremmo parlando? Dopo tutto gli islamisti sono islamisti per una ragione, ed essere religiosamente orientati è una delle fonti del loro sostegno popolare […] Gli islamisti non devono piacerci, però dobbiamo capirli, in particolare alla luce del contesto sociale e politico in rapida mutazione nel Medio Oriente in Asia» (pp. 3, 13)

Per quanto opportune, queste precisazioni metodologiche trascurano un aspetto che è emerso con sufficiente chiarezza proprio dopo le rivolte del 2011, e che i vari saggi contribuiscono, anche se implicitamente, a confermare: il fatto cioè che i partiti islamisti siano ancora lontani dall’aver raggiunto un equilibrio tra la propria ideologia totalizzante e i compromessi richiesti dall’azione politica. Lo dimostrano, in direzioni opposte, il caso egiziano e quello tunisino. Nel primo, i Fratelli musulmani si sono probabilmente illusi di aver finalmente realizzato, con la presa del potere, il loro progetto egemonico. Nel secondo, il partito Ennahda ha invece scelto la strada dell’accomodamento con il sistema esistente, ma al prezzo di una significativa perdita di consenso e della capacità di guidare il processo politico. 

 

Ovamir Anjum, in un saggio intitolato un po’ provocatoriamente “Gli islamisti hanno un deficit intellettuale?”, riconduce queste difficoltà alla debolezza teoretica del pensiero islamista, affermando che gli islamisti “moderati” «sono privi di una visione solida della politica islamica», cioè «di una visione sostenuta da una tradizione discorsiva sufficientemente elaborata». E questo deficit «sembra gravare sulla capacità degli islamisti di mantenere le promesse che fanno e impedire la radicalizzazione» (p. 300). È opportuno che l’accademia faccia la sua parte, ma forse tocca anche agli islamisti ripensare se stessi.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Michele Brignone, Dove sta la debolezza dei progetti islamisti, «Oasis», anno XIV, n. 27, luglio 2018, pp. 134-135.

 

Riferimento al formato digitale:

Michele Brignone, Dove sta la debolezza dei progetti islamisti, «Oasis» [online], pubblicato il 6 settembre 2018, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/punto-debole-progetti-islamisti.

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