L’Istituto Muhammad VI non solo mira a contrastare le letture estremiste dell’Islam, ma si presenta anche come uno strumento strategico della politica estera del Marocco

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Ultimo aggiornamento: 18/06/2024 15:50:50

A partire dal 2005, il regno maghrebino ha avviato un programma per la preparazione di guide religiose, che è poi evoluto nell’Istituto Muhammad VI per la formazione di imam, murshidīn e murshidāt, attivo dal 2015. Il suo obiettivo principale è contrastare le letture estremiste dell’Islam, ma nel tempo è diventato anche uno strumento strategico della politica estera del Paese, che punta a presentarsi come polo spirituale d’avanguardia.

 

Per trattare il tema della formazione religiosa nel contesto marocchino occorre innanzitutto distinguere tra la formazione religiosa (al-takwīn al-dīnī) e l’insegnamento religioso (al-ta‘līm al-dīnī), che ha un proprio inquadramento e una propria specificità. L’insegnamento religioso occupa infatti un lungo periodo di tempo e punta al conseguimento di una solida e approfondita conoscenza teorica nelle scienze sciaraitiche e islamiche. Il livello elementare e quello intermedio di questo tipo di insegnamento, impartito nelle scuole coraniche e nelle madrase tradizionali, poggia sulla memorizzazione del Corano e dei testi religiosi classici e sull’insegnamento delle scienze sciaraitiche e dei loro fondamenti. Le successive fasi di specializzazione e approfondimento avvengono negli istituti di studi superiori, nei dipartimenti di studi islamici e nelle facoltà di sharī‘a delle università[1]. La formazione religiosa invece si svolge in un periodo di tempo breve, che non supera l’anno o i due anni al massimo. Essa è per sua natura interattiva, ed è finalizzata all’acquisizione di conoscenze pratiche e allo sviluppo delle abilità tecnico-operative necessarie a dirigere la preghiera, pronunciare i sermoni e svolgere altre funzioni religiose.

 

Gli imam svolgono un ruolo rilevante nell’assistenza religiosa della società Si può dire che la formazione religiosa costituisce un ponte tra l’insegnamento accademico dispensato nelle università e la formazione specialistica, e ha l’obiettivo di offrire una preparazione pratica per lo svolgimento della funzione di imam e di guida religiosa. Se l’insegnamento religioso superiore mira a produrre ulema ed esperti di diritto islamico, la formazione religiosa ha lo scopo di preparare figure qualificate ad assumere incarichi religiosi nelle moschee, quelli che in Marocco sono tecnicamente definiti «funzionari religiosi».

 

Questo articolo intende presentare le circostanze, gli obiettivi strategici e gli interessi che hanno ispirato la creazione di un programma per la formazione degli imam e delle murshidāt (le guide religiose donne) in Marocco, contribuendo alla sua evoluzione istituzionale dal 2005 ad oggi. Inoltre, attraverso una rapida lettura dei piani di studio e dei manuali adottati in questo programma, esso delinea la concezione ufficiale che lo informa.

 

Il contesto e gli obiettivi

 

Per comprendere i fattori e gli interessi che hanno portato all’istituzionalizzazione del programma di formazione degli imam in Marocco occorre distinguere due momenti. Il primo è legato alla nascita, nel 2005, di un programma locale di formazione degli imam e delle murshidāt. In un secondo momento questo progetto è evoluto in un quadro istituzionale più ampio, che trova espressione nell’Istituto Mohammed VI per la formazione di imam, murshidīn e murshidāt (guide religiose uomini e donne), diventato operativo nel 2015.

 

La moschea è la “casa di Dio”, uno spazio sacro che deve simboleggiare l’unità della umma La prima fase si inserisce nel contesto della strategia «combinata e inclusiva» di ristrutturazione del campo religioso, annunciata dal Re del Marocco il 30 aprile 2004[2]. Essa stabilisce come suo terzo pilastro la necessità di garantire una «formazione scientifica moderna» ai funzionari religiosi, a partire dagli imam. Questi, insieme agli ulema, provvedono infatti a fornire ai cittadini un’assistenza religiosa adeguata, che favorisca la «corretta comprensione della religione, la diffusione dei valori della umma e la loro preservazione dalle impurità»[3]. Si tratta di un tipo di formazione che si è reso necessario per rimediare alle carenze della sfera religiosa, priva di persone qualificate a rispondere in maniera pienamente conforme alla nuova politica religiosa e a realizzarne gli obiettivi, rappresentati fondamentalmente dal rafforzamento dell’identità religiosa marocchina come mezzo per contrastare le infiltrazioni settarie e i discorsi ideologici estremisti, ritenuti responsabili diretti degli attentati terroristici che hanno scosso il Marocco il 16 maggio 2003.

 

Quest’approccio “immunitario” si fonda su una visione preventiva e inglobante della gestione della sfera religiosa, che assegna una funzione particolare alla leadership religiosa, nella quale rientrano, oltre agli ulema, anche gli imam delle moschee. Attraverso il loro contatto quotidiano diretto con le persone durante i momenti di preghiera, il sermone del venerdì e in altre occasioni, essi svolgono infatti un ruolo rilevante nell’assistenza religiosa della società e nella soddisfazione dei suoi bisogni spirituali. Il ministro degli Awqāf e degli Affari islamici ha esposto con chiarezza questa visione in occasione di una conferenza internazionale di leader musulmani che si è tenuta in Kazakistan nel giugno 2015:

 

Quando si parla di leadership religiosa, il pensiero corre ai responsabili delle istituzioni religiose, agli shaykh dei diversi gruppi e agli ulema, ovvero a coloro che operano e decidono ai vertici. Gli imam delle moschee, però, sono presenti in tutti i quartieri delle città e nei villaggi, e incidono direttamente sulla vita delle persone. I leader religiosi dovrebbero quindi tenerli in considerazione se vogliono mobilitare le energie insite nella religione a favore della pace, della diffusione dei valori etici e porre rimedio ai molti squilibri di cui soffre il mondo[4].

 

Il primo problema con cui ha dovuto fare i conti la strategia di riforma del campo religioso è stato dunque quello di ambienti religiosi e intellettuali non qualificati o portatori di una cultura e di riferimenti non conformi alle grandi scelte politiche e religiose dello Stato. Gli imam presenti in Marocco hanno un livello intellettuale estremamente eterogeneo. Il pensiero religioso di alcuni di essi rimane elementare e non è all’altezza dei molti cambiamenti in atto nel Paese a livello sociale, politico e culturale. Ciò ha reso necessario un intervento urgente nei confronti di questa categoria, in modo da formarla dal punto di vista cognitivo e farle prendere consapevolezza dei dati e dei problemi della realtà in cui essa è immersa, a livello nazionale e internazionale.

 

Alla luce di questo bisogno di rinnovamento del personale religioso, nel 2005 lo Stato ha avviato un programma per la formazione degli imam marocchini che aveva l’obiettivo di “svecchiare” le risorse intellettuali delle moschee, selezionando responsabili religiosi più giovani e dotandoli di capacità e qualifiche adeguate ai tempi. L’obiettivo di medio e lungo periodo era creare una riserva di risorse umane dipendenti dallo Stato dal punto di vista finanziario, amministrativo e ideologico, che potessero controbilanciare il peso degli ambienti islamisti ai quali lo Stato è tuttora costretto a ricorrere per sopperire alla carenza di personale nell’ambito religioso.

 

Il Marocco ha iniziato a presentarsi come bastione della moderazione e della convivenza religiosa Questo programma s’ispirava inoltre alle esperienze europee – turca, francese e britannica in particolare – che, con la loro prospettiva securitaria, si erano affermate nel contesto della guerra internazionale al terrorismo successiva all’11 settembre 2001. Si tratta di Paesi che hanno prodotto una élite di imam che credono nei valori civili e nella laicità degli Stati in cui risiedono, e possono contrastare i discorsi religiosi estremisti che li contraddicono. È in questo contesto turbolento che è emersa la dicotomia «buon imam»/«cattivo imam»[5] per distinguere gli imam che rappresentano un elemento di divisione e di diffusione del pensiero estremista all’interno della società dagli imam che incarnano l’equilibrio tra i valori religiosi tradizionali e le scelte civili dello Stato moderno[6]. Gli imam del secondo gruppo si distinguono per la loro visione illuminata e la consapevolezza del ruolo che ricoprono nel favorire l’unità nazionale e l’armonizzazione delle identità. Essi dispongono inoltre di una capacità intellettuale e di orientamento che li rende capaci di contrastare le tendenze estremiste che vanno diffondendosi nelle società in cui risiedono. Nel tentativo di produrre un imam esemplare, dotato di determinate caratteristiche, diversi Paesi europei hanno dato avvio a istituzioni e programmi formativi che adottano visioni pedagogiche e metodi moderni, fondati su una concezione radicale della via mediana (radical middle way)[7].

 

Un modello di eccellenza

 

Il programma di formazione degli imam marocchini rappresenta oggi un modello di eccellenza per le iniziative che si ispirano a questo approccio. La visione ufficiale che lo sostiene è semplice: la moschea, nella quale quotidianamente la gente si riunisce per svolgere il più importante rituale religioso nell’Islam, cioè la preghiera, è la “casa di Dio”, uno spazio sacro che deve simboleggiare l’unità della umma e della parola, e non un luogo di conflitti e divisioni. Essa deve perciò rimanere un luogo neutrale, estraneo ai dibattiti ideologici e politici, che sono per loro natura divisivi e conflittuali. L’imam è considerato il “primo e diretto responsabile” della moschea. Egli rappresenta, sia in termini religiosi che politici, la figura fondamentale per la protezione della sua inviolabilità e la salvaguardia da tutto ciò che potrebbe perturbarne l’elevata missione. L’imam assume questa funzione securitario-spirituale con la sua presenza quotidiana, assicurando la direzione delle cinque preghiere, tenendo corsi sulla predicazione e sull’orientamento religioso e pronunciando il sermone settimanale del venerdì. Ma rimane soprattutto un riferimento permanente per le persone rispondendo alle loro domande sulle questioni relative alla religione e alla vita.

 

Quella dell’imam non è dunque una missione ordinaria, ma una responsabilità delicata, che tocca l’educazione della società e i valori spirituali in cui credono gli individui. Questa funzione assume un’importanza decisiva nel momento in cui lo Stato intende contrastare l’influenza di correnti religiose esterne. Mentre in alcuni Paesi arabi e finanche europei, molti imam sono diventati un problema e una fonte di imbarazzo, nell’esperienza marocchina l’imam si è affermato invece come elemento positivo ed efficace strumento di rafforzamento dell’autorità dello Stato e prevenzione delle manifestazioni dell’estremismo:

 

In quanto rappresentante del Comandante dei credenti [amīr al-mu’minīn, il re del Marocco, NdR], nella moschea l’imam rappresenta la umma. Per tale ragione l’educazione all’interno della moschea deve essere coerente con le scelte dottrinali e politiche della umma, che a loro volta esprimono l’orientamento del Comandante dei credenti. Per questo non è lecito utilizzare le moschee per contestare tali scelte[8].

 

Da un esame complessivo di quanto prodotto nell’ultimo decennio dalla letteratura accademica più rilevante sulla formazione degli imam in Marocco si nota che questa esperienza è stata affrontata prevalentemente da tre prospettive funzionali.

 

La prima, puramente politico-securitaria, considera il programma di formazione degli imam un mero strumento a disposizione dello Stato, che in questo modo controlla gli attori coinvolti nel campo religioso ufficiale attraverso la produzione di imam di Stato “aperti”, sui quali far leva per opporsi ai discorsi dei movimenti islamisti e ai gruppi religiosi estremisti. Secondo questa letteratura, il programma di formazione degli imam non è che uno dei modi con cui lo Stato marocchino attua parte della sua strategia complessiva di prevenzione dell’estremismo violento[9]. Esso punta inoltre a includere le élite religiose, rafforzando in questo modo l’apparato burocratico religioso, che viene utilizzato per sostenere il sistema di governo e legittimare le sue politiche autoritarie[10].

 

La seconda prospettiva, di genere o liberale, si concentra sulla parte del programma relativa alla formazione delle guide religiose femminili, le murshidāt. Ritenendola unica nel suo genere, la definisce un’esperienza «pionieristica» e «inedita» nel mondo arabo-islamico. Essa mirerebbe infatti a integrare l’elemento femminile nella sfera religiosa, che tradizionalmente è monopolizzata dagli uomini in buona parte dei Paesi a maggioranza musulmana. Ciò costituirebbe un salto di qualità in termini di distribuzione e democratizzazione dell’autorità religiosa, contribuendo a rompere l’egemonia delle interpretazioni [ta’wilāt] maschili e conservatrici[11].

 

La terza prospettiva si fonda su un paradigma modernizzatore e legge in questa formazione istituzionalizzata un tentativo ufficiale del regime politico di procedere verso ciò che alcuni chiamano «modernismo marocchino»[12], attraverso la produzione di una nuova generazione di imam, capaci di «ripensare il rapporto del musulmano con il mondo contemporaneo, […] e di adattarsi all’epoca della globalizzazione […]; imam che siano in grado di parlare la lingua di una modernità religiosa alla portata dei musulmani ordinari»[13].

 

Dal programma locale a quello internazionale

 

L’evoluzione istituzionale della formazione degli imam non si spiega soltanto alla luce del contesto nazionale e del suo prolungamento internazionale nell’ambito della guerra al terrorismo che vede impegnato anche il Marocco. Un ruolo importante è giocato anche dal contesto regionale.

 

Inizialmente il programma era circoscritto alla dimensione locale, ed era ospitato in una piccola sede della sezione di Rabat dell’Alto Consiglio scientifico degli Ulema, la cui capienza non superava le 200 persone. Nel 2013 si è passati a un programma equivalente, ma rivolto specificamente agli imam del Mali, in seguito a un accordo tra questo Paese e il Marocco che prevedeva la formazione di circa 500 imam. Successivamente, molti altri Paesi africani ed europei hanno espresso il desiderio di poter beneficiare della stessa esperienza. Questo ha incoraggiato lo Stato a inserirla in una struttura istituzionale di respiro internazionale, che puntasse a fornire una formazione scientifica «moderna e in costante rinnovamento»[14]. L’Istituto Mohammed VI per la formazione di imam, murshidīn e murshidāt ha aperto i battenti nel marzo del 2015. Nel giugno dello stesso anno, è stato annesso amministrativamente, insieme ad altri istituti religiosi, alla Qarawiyyin, ai sensi del decreto reale che stabiliva la riorganizzazione di questa università[15]. Tale ampliamento costituisce per il Marocco un evidente salto di qualità dagli obiettivi nazionali, che hanno avuto un peso determinante nella prima versione del programma, al perseguimento di ambizioni e interessi strategici regionali.

 

Da un lato, questo sviluppo può essere letto come il tentativo del Regno di far emergere l’unicità e l’eccellenza dell’esperienza marocchina di gestione della sfera religiosa, capace di spiegare almeno in parte la sicurezza e la stabilità di cui gode il Marocco in un ambiente regionale turbolento e minato da varie forme di tensioni e conflitti, per diffonderla a livello internazionale come modello di successo. Facendo evolvere questo programma in un istituto internazionale di formazione, il Regno aspira infatti ad affermarsi come polo spirituale regionale d’avanguardia. Con il declino di istituzioni prestigiose come l’Azhar e la Zaytūna, il Marocco ha iniziato a presentarsi come forza regionale flessibile, «bastione della moderazione e della convivenza religiosa», capace, in virtù della sua esperienza nell’ambito della formazione dei leader religiosi, di aiutare e sostenere i Paesi circostanti, in particolare quelli africani, nelle attività dispiegate per la prevenzione e il contrasto dei pericoli transnazionali che ne minacciano la sicurezza e la stabilità.

 

Dall’altro lato, questo sviluppo istituzionale accompagna e rafforza il nuovo orientamento della politica africana del Marocco, che negli ultimi 15 anni ha compiuto grandi sforzi per aprirsi a un certo numero di Paesi del Sahel, dell’Africa occidentale e di quella sub-sahariana. In questo senso il programma di formazione degli imam è una particolare declinazione di questa cooperazione «Sud-Sud», incentrata sull’intensificazione dei rapporti bilaterali di cooperazione e sulla diversificazione dei partenariati e delle relazioni strategiche nei settori di interesse comune, come appunto la formazione religiosa[16].

 

Ad oggi più di dieci Paesi hanno aderito attivamente al programma, segnatamente il Mali, la Costa d’Avorio, la Nigeria, la Guinea, il Gambia e il Senegal, oltre alla Tunisia, al Gabon, al Ciad e alla Francia. Altri Stati hanno avanzato richieste o concluso accordi in materia, che però non sono ancora diventati operativi, come nel caso della Libia, delle Maldive e della Somalia. Come si noterà, ad accomunare questi Paesi è il fatto che molti di essi vivono disordini politici e securitari legati alla crescita dell’estremismo religioso (Mali, Libia, Tunisia); sono attraversati da conflitti etnici o confessionali tra le minoranze (Nigeria); sperimentano un preoccupante vuoto nell’assistenza spirituale, o sono caratterizzati da analfabetismo religioso e dalla fragilità dei modelli di religiosità (per esempio le Maldive e la Guinea Conakry). Questa cooperazione è dunque un modo per proteggere e preservare il loro tessuto religioso dallo spettro dell’infiltrazione estremista che proviene dai Paesi limitrofi e dall’ambiente regionale.

 

Il Marocco spera che gli imam e le murshidāt stranieri che escono dall’istituto di formazione, possano costituire, al rientro nei loro Paesi, un «nocciolo duro» di trasmissione delle esperienze e delle competenze teoriche e pratiche acquisite all’interno di questo programma per riprodurle a livello delle reti locali di assistenza religiosa. Soprattutto, però, il Marocco spera che questi diplomati diventino «ambasciatori» del Regno nei loro Paesi, e possano promuovere il modello religioso marocchino, della cui essenza e del cui spirito si sono imbevuti dopo due anni di formazione intensiva all’Istituto.

 

In questo senso, il programma può essere letto come un’iniziativa messa in campo dal Marocco per integrare gli sforzi tesi a sviluppare una strategia politica regionale coerente, flessibile e intelligente, che a sua volta deve completare le iniziative securitarie e militari della comunità internazionale dirette a contrastare il fenomeno del radicalismo religioso nella regione del Sahel e del Sahara[17]. Parallelamente a ciò, con questo programma il Marocco aspira a sostenere la sua visione strategica di potenza regionale emergente in Africa, rafforzando su una base culturale e spirituale i partenariati politici ed economici bilaterali con i Paesi dell’Africa sub-sahariana.

 

La struttura e i candidati

 

L’Istituto Mohammed VI è l’unica cornice istituzionale autorizzata in Marocco nell’ambito della formazione religiosa. La sua sede si trova nel quartiere universitario al-‘Irfān di Rabat, in un edificio moderno composto da tre ali: un’ala pedagogica formata da auditorium, aule studio, aule informatiche, una sala multifunzionale e una biblioteca; un’ala per la ristorazione e l’alloggio; e un’ala socio-ricreativa, con campi da gioco, un’infermeria e una moschea per la preghiera, utilizzata quotidianamente anche come spazio per insegnare e mettere in pratica alcune abilità acquisite durante la formazione. Nel 2016 e nel 2017 l’Istituto è stato sottoposto a due interventi consecutivi di ampliamento per aumentare la sua capacità ricettiva e soddisfare le crescenti richieste provenienti dai Paesi africani ed europei. Attualmente esso dispone di oltre 1200 posti. La costruzione, l’allestimento e l’ampliamento dell’Istituto sono costati circa 400 milioni di dirham. Il cospicuo investimento finanziario necessario per il completamento di questo progetto e per i suoi successivi ampliamenti, oltre alle somme stanziate annualmente per renderlo operativo – dagli stipendi degli insegnanti e del personale amministrativo alle borse di studio per gli studenti – sono un riflesso della sua natura politica e strategica di lungo periodo e degli ambiziosi obiettivi che attraverso di esso il Marocco punta a conseguire a livello nazionale e internazionale.

 

L’istituto è gestito da una struttura amministrativa sovrintesa da un direttore. Questi è nominato con decreto reale (dahīr) e opera sotto la diretta supervisione del ministro degli Awqāf e degli Affari islamici, che è l’autorità di governo competente per quest’istituzione. Sebbene l’Istituto sia teoricamente annesso all’Università Qarawiyyin, e in quanto tale dovrebbe godere di una relativa «indipendenza scientifica e pedagogica»[18], nei fatti è sottoposto al rigido controllo e all’influenza dell’apparato centrale del Ministero degli Awqāf e degli Affari islamici, oltre che dell’Alto Consiglio scientifico degli Ulema.

 

La sua fondazione rappresenta il coronamento dell’esperienza maturata in dieci anni dal programma di formazione nella sua prima versione nel 2005. In questo senso, l’Istituto non è altro che la continuazione e la concretizzazione del programma locale iniziale, naturalmente con alcune aggiunte volte a migliorarne la qualità per servire meglio i nuovi interessi politici nazionali e internazionali.

 

Va segnalato che l’idea di istituire questo programma è stata di Ahmad ‘Abbādī, ex direttore degli Affari islamici presso il ministero degli Awqāf e attuale segretario generale della Rābita Muhammadiyya degli ulema marocchini, che ha presieduto la commissione scientifica preparatoria del progetto ma ha poi abbandonato quest’incarico a causa di divergenze con il ministro degli Awqāf. Nel 2006, quest’ultimo ha incaricato una commissione tecnica composta da tre esperti di ripensare il programma di formazione.

 

La formazione è aperta ai giovani, maschi e femmine, di età inferiore a 45 anni, in possesso di una laurea rilasciata da un’università marocchina, o da un’istituzione equivalente o superiore, in qualsiasi disciplina. I candidati a questo corso devono soddisfare alcune condizioni: conoscere a memoria tutto il Corano nel caso degli imam, o almeno metà del Corano nel caso delle murshidāt[19], godere dei diritti civili, avere adeguate attitudini personali ed essere fisicamente abili.

 

L’Istituto è considerato un’accademia di formazione specialistica, dove prevalgono le abilità di cui i nuovi imam hanno bisogno Fino a qualche anno fa il processo di selezione si svolgeva in maniera piuttosto semplice: quasi tutti i candidati che soddisfacevano i criteri di idoneità descritti sopra venivano convocati all’esame orale. Inizialmente, visto il numero limitato di candidati interessati a questa formazione, si accettavano con una certa indulgenza anche gli studenti che non avevano memorizzato tutto il Corano o persino i candidati con affiliazioni religiose non conformi agli orientamenti ufficiali. Alcuni murshidīn e murshidāt della prima tornata erano notoriamente affiliati al gruppo Giustizia e Carità[20], un fatto confermato da una celebre dichiarazione rilasciata nel 2006 a un giornale nazionale da Nadia Yassine, attivista islamica e figlia del leader di questo movimento. È stato questo uno dei problemi che la commissione incaricata della revisione del programma di formazione ha dovuto affrontare, ed è questa la ragione per cui dal 2006 il processo di selezione è stato sottoposto a procedure più rigorose. È stato così messo in atto un sistema fondato su un duplice comitato di selezione e ora vengono rispettati con maggior intransigenza i criteri di ammissione e di accertamento delle competenze dichiarate dagli studenti alla presentazione della candidatura. Sono inoltre diventate più accurate le indagini sui candidati vincitori.

 

L’offerta formativa

 

Per i marocchini, il percorso formativo di base dura un anno, suddiviso in due semestri, mentre per gli imam di altre nazionalità africane la durata è di due anni, e arriva a tre anni per gli imam francesi. Il primo semestre inizia la prima settimana di gennaio, il secondo a giugno. Oltre alla formazione ordinaria di base, che è rivolta sia ai marocchini sia agli stranieri, l’Istituto offre percorsi supplementari, come la formazione continua o i corsi di perfezionamento, i corsi pratici e le esercitazioni[21]. La prima è una sorta di programma speciale di breve durata, che si distingue dalla formazione ordinaria di base per il livello di approfondimento e il tempo che richiede, dai 3 ai 6 mesi. Finora ne hanno usufruito gruppi di ulema, shaykh e imam adulti, provenienti dalla Guinea, dal Ciad e dalla Nigeria. Essa può assumere anche la forma di un corso di uno o due giorni, come quello a cui hanno assistito alcuni imam marocchini a Temara (Rabat) nel 2018.

 

Il sistema di studio dell’Istituto prevede l’internato per gli studenti stranieri, mentre i marocchini frequentano da allievi esterni. Tutti gli studenti, a prescindere dalla nazionalità, ricevono una borsa di studio mensile di 2.000 dirham, oltre alla quale gli stranieri ricevono annualmente un biglietto aereo di andata e ritorno per i loro Paesi. Il programma si conclude con prove scritte e orali che per nessuna ragione è possibile ripetere[22]. Analogamente, le assenze ripetute o la mancata partecipazione alle prove senza una giustificazione valida sono considerate un motivo per la bocciatura.

 

Gli studenti stranieri sono sottoposti a una formazione per lo più simile a quella prevista per gli imam marocchini, con piccoli aggiustamenti concordati con le autorità dello Stato estero per adattare gli insegnamenti che ricevono alla realtà del Paese di provenienza e conformarli al livello generale degli studenti. Ma il programma di formazione dei marocchini è più avanzato, variegato e denso rispetto a quello seguito dagli studenti stranieri, in particolare quelli africani. Il livello di questi ultimi infatti, sia in termini di conoscenze, sia di diplomi conseguiti, sia di padronanza dell’arabo (la lingua principale in cui si tiene la formazione), è estremamente variabile. Tale variabilità tra i diversi livelli presenti all’interno del singolo gruppo ha iniziato a rappresentare un problema serio sia per gli insegnanti sia per gli studenti, perché incide negativamente sull’andamento e sulla qualità dell’attività formativa. Per porvi rimedio, nel 2018 la direzione dell’Istituto ha stabilito un nuovo metodo per la formazione dei gruppi. Questo sistema si basa sulla distribuzione delle matricole straniere (in particolare quelle africane) in tre gruppi, sulla base di una prova scritta e orale, mirata a valutare il livello dello studente nelle scienze giuridiche, la sua conoscenza dell’arabo e il suo bagaglio dottrinale. Nel primo gruppo confluiscono gli studenti con un buon livello, il secondo accoglie gli studenti intermedi, e il terzo comprende quelli con un livello più basso.

 

Il piano di studi

 

L’istituto segue un programma di formazione intensivo che comprende diverse materie e unisce lezioni teoriche ed esercitazioni pratiche. Osservando i programmi, sembra necessario distinguere tre gruppi di discipline: quelle sciaraitiche, quelle linguistiche e legate alla comunicazione e quelle umanistiche e sociali. Le scienze sciaraitiche sono predominanti e superano il 50% delle circa 1250 ore annuali previste da questa formazione. Nelle materie sciaraitiche rientrano il Corano e le sue scienze, la sunna e le sue scienze, il diritto islamico, la biografia del Profeta, i fondamenti della scuola giuridica malikita, la giurisprudenza della funzione di imam (alla quale si sostituisce la «giurisprudenza delle donne» per le murshidāt), la dottrina (‘aqīda) e il sufismo. Nel corso dell’anno queste materie vengono insegnate a tutti i gruppi, marocchini e stranieri, e possono essere considerate materie «di base» in virtù del loro numero di ore e del valore accordato loro nel calcolo della media generale d’esame. Delle 26 ore di formazione settimanali, 14 sono dedicate alle materie sciaraitiche, mentre il restante monte ore è distribuito tra le scienze umane e sociali e quelle linguistiche. Le materie umanistiche includono la storia del Marocco, la tradizione ebraica, la psicologia, la filosofia islamica, la logica, le correnti intellettuali contemporanee e le istituzioni nazionali. Vi sono inoltre materie applicate come la lingua araba, la comunicazione, i sermoni e la predicazione, i media, oltre alle ore dedicate al Corano e alla memorizzazione di alcuni testi, che costituiscono una parte fissa del programma settimanale per la maggior parte degli studenti.

 

Nel secondo semestre, il corso di Istituzioni internazionali e diritti umani sostituisce quello di Istituzioni nazionali e il corso di Storia della legislazione islamica o di Storia dell’Islam sostituisce (per gli stranieri) quello di Storia del Marocco. A queste si aggiungono due nuove materie: Metodologia della ricerca e Geografia e Astronomia. È interessante notare che il programma di formazione dei marocchini non comprende l’insegnamento di alcuna lingua straniera.

 

Negli ultimi anni, con la crescita delle iscrizioni all’Istituto (si è arrivati a 14 classi), si è posta la questione della molteplicità delle materie di studio e della differenziazione dei contenuti tra le classi. Per ovviare a questo problema, dal 2016 l’istituto ha iniziato a considerare l’idea di unificare i programmi di studio e ha incaricato alcuni insegnanti di redigere, secondo indicazioni specifiche, delle dispense da adottare come manuali. Due anni e mezzo più tardi, l’Istituto ha pubblicato circa 20 dispense, tutte in arabo, ad eccezione di una in francese, che a partire dal maggio 2018 sono state distribuite agli studenti marocchini e stranieri.

 

Parallelamente alle lezioni teoriche e alle esercitazioni pratiche, la direzione dell’Istituto programma una serie di attività collaterali di tipo intellettuale, ricreativo o sportivo, a supporto della formazione ricevuta dagli studenti marocchini e stranieri. Si tratta di una serie di seminari, giornate di studio e conferenze su tematiche religiose e scientifiche, animate per esempio dagli ulema che partecipano alle lezioni tenute alla presenza del re nel mese di Ramadan. Il programma di formazione trimestrale comprende inoltre corsi facoltativi di educazione fisica, che si svolgono nella palestra annessa all’edificio dell’Istituto. Infine, quest’ultimo organizza ogni anno una serie di attività ricreative, per esempio serate artistiche, concorsi culturali e visite ad alcuni luoghi storici, religiosi e turistici del Regno, con l’obiettivo educativo di favorire «l’apertura e l’integrazione, e promuovere lo spirito di tolleranza e il dialogo costruttivo»[23] tra gli studenti e i dirigenti dell’Istituto.

 

Dall’analisi dei contenuti delle materie previste nel programma di formazione si possono trarre essenzialmente tre conclusioni. La prima riguarda la natura di questa formazione e i criteri che la guidano. Nella sua prima versione, il programma nasceva in un contesto di pressione politica ed era incentrato sulla formazione e non sull’insegnamento superiore. L’Istituto può per questo essere considerato un’accademia di formazione specialistica più che un’istituzione educativa. I suoi responsabili si sono adoperati per far prevalere l’aspetto pratico, concentrandosi in particolare sulle abilità operative di cui i nuovi imam hanno bisogno per svolgere le mansioni religiose assegnate loro nelle società in cui saranno impiegati.

 

Il programma di formazione mira tuttavia ad accrescere il livello di preparazione degli studenti nelle scienze sciaraitiche e umane, e questa è la seconda conclusione. Le discipline sciaraitiche costituiscono la parte principale dell’insegnamento, sia in termini orari che del numero degli insegnanti preposti al loro insegnamento. Da una rapida analisi dei programmi si nota come esse, in generale, non siano diverse da quelle previste nell’insegnamento superiore tradizionale e nelle facoltà di sharī‘a, di studi islamici e di fondamenti della religione. Ma all’Istituto ci si concentra sui loro aspetti introduttivi e sui loro concetti fondamentali. Tale approccio pedagogico sembra tenere conto del fatto che molti studenti e studentesse hanno conseguito una laurea in discipline scientifiche e umanistiche, che non hanno alcun nesso con gli studi islamici e le scienze religiose. I futuri imam e le future murshidāt sono in questo modo aiutati ad acquisire familiarità con quelle scienze, senza le quali è difficile svolgere la funzione di guida religiosa. L’attenzione per questo aspetto rappresenta di contro un vero problema per gli studenti che provengono da una laurea in sharī‘a e Studi islamici, e in particolare per quelli che hanno conseguito anche il master o il dottorato: alcuni di quelli con cui abbiamo potuto parlare non nascondono il loro disappunto per essere costretti a “rimasticare” nozioni di scienze sciaraitiche che non aggiungono nulla alle loro conoscenze.

 

Si può fare inoltre un’ulteriore osservazione sulla finalità e sul retroterra ideologico dell’insegnamento delle materie sciaraitiche, che non si limita a fornire agli imam e alle murshidāt le conoscenze di base necessarie a operare nel campo religioso, come il Corano, la sunna e gli hadīth. Esso punta anche a dare un fondamento dottrinale e storico alle cosiddette «costanti religiose (al-thawābit al-dīniyya, cioè alle grandi scelte sulle quali è basata l’identità religiosa marocchina: la scuola giuridica malikita, la dottrina asharita e il sufismo sunnita, oltre al sistema di governo del Marocco, incentrato sull’atto sciaraitico di fedeltà e sul comando dei credenti (imārat al-mu’minīn). Sono queste costanti infatti a garantire l’unità della nazione e la «sicurezza spirituale» dei marocchini.

 

La terza e ultima conclusione riguarda lo statuto delle scienze umane. Si è passati dalle 19 materie insegnate all’inizio del programma nel 2005, a 9 materie tra il 2006 e il 2014, per poi risalire a 11 materie con la fondazione dell’Istituto nel 2015. È importante notare che, ad eccezione della “Storia del Marocco” e della “Storia dell’Islam”, le quali occupano un importante numero di ore tanto per i marocchini quanto per gli stranieri, le altre materie sono sì aumentate in termini quantitativi, ma il tempo dedicato al loro insegnamento rimane molto limitato e non supera le 20 ore l’anno. Inoltre, molte di queste discipline vengono insegnate secondo una visione e strumenti pedagogici che non tengono conto della specificità di questa formazione, volta a preparare figure religiose che, una volta diplomate, avranno l’incarico di far conoscere e applicare le norme della sharī‘a in contesti culturali, sociali e intellettuali molto complessi. Esaminando i temi trattati da queste materie, non si trova alcun tentativo di comprendere il rapporto tra la legge islamica e le questioni legate all’evoluzione delle società musulmane odierne, in particolare quelle caratterizzate dal pluralismo intellettuale e da dibattiti pubblici su delicate questioni socio-religiose. Penso in particolare allo statuto della donna, alla domanda di libertà individuali, al rapporto tra religione e Stato e ad alcune attività culturali che si svolgono nello spazio pubblico, per esempio le mostre d’arte e le altre attività ricreative organizzate con il sostegno ufficiale e il patrocinio di organi legati allo Stato. Si tratta di problematiche complesse e sensibili, per le quali gli imam che si formano all’Istituto non sembrano avere risposte chiare e convincenti, né disporre degli strumenti intellettuali per affrontarle con una posizione logica ed equilibrata e allo stesso tempo capace di rispettare i principi della sharī‘a in quanto riferimento fondamentale per la loro riflessione. In questo modo essi si limitano a riproporre le costanti religiose e le scelte politiche dello Stato marocchino.

 

Una nuova burocrazia religiosa

 

Sulla base di quanto detto, si può affermare che l’inclusione delle scienze sociali e umane nel percorso di formazione esprime il desiderio di offrire agli imam strumenti cognitivi che rientrano nella “giurisprudenza della realtà”, per aiutarli a inserirsi positivamente nelle società in cui operano e contribuire a risolvere le problematiche di fronte alle quali potrebbero trovarsi. Tuttavia, i contenuti e il metodo con cui queste scienze sono inserite all’interno dell’architettura generale del percorso formativo non denotano uno sforzo intellettuale che favorisca l’interazione costruttiva con le materie sciaraitiche. Si percepisce invece la preoccupazione di far capire ai nuovi imam il quadro istituzionale e le norme giuridiche e legislative su cui si fonda lo Stato moderno. Appare perciò evidente che l’inclusione nei piani di studio di materie come l’introduzione al diritto, le istituzioni nazionali e internazionali, o le correnti islamiche contemporanee, è finalizzata all’integrazione di imam e murshidāt nell’apparato istituzionale di una burocrazia religiosa che negli ultimi 15 anni è stata notevolmente sviluppata e rafforzata.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 

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[1] Per un approfondimento sull’evoluzione dell’insegnamento religioso in Marocco si veda Mohamed El Ayadi, De l’enseignement religieux, «Prologues: Revue Maghrébine du Livre» n. 21 (2001), pp. 32-44.
[2] Si veda il discorso tenuto da Re Mohammed VI alla presenza del Consiglio scientifico superiore e dei Consigli scientifici locali.
[3] Ministero degli Awqāf e degli Affari islamici, 2007. Gazzetta ufficiale del 2006, p. 43.
[4] “Il ruolo religioso e politico degli imam nelle moschee nel discorso di Ahmed Toufiq in occasione della quinta conferenza dei leader religiosi in Kazakistan” (in arabo). https://bit.ly/2FS9AAa
[5] Jonathan Birt, Good Imam, Bad Imam: Civic Religion and National Integration in Britain post‐9/11, «The Muslim World», vol. 96, no. 4 (2006), pp. 687-705.
[6] Ahmed Toufiq, Le fait religieux : Débat autour d’une constante de l’identité marocaine, «Diplomatica Magazine» 68 (2015), pp. 41-47.
[7] Jonathan Birt, Good Imam, Bad Imam: Civic Religion and National Integration in Britain post9/11, p. 701.
[8] Dalīl al-imām wa-l khatīb wa-l wā‘iz [Manuale dell’imam, dell’oratore e del predicatore], Pubblicazioni del ministero degli Awqāf e degli Affari islamici, Dār al-Baydā’ 2007.
[9] Mohammed Errihani, Managing religious discourse in the mosque: the end of extremist rhetoric during the Friday sermon, «The Journal of North African Studies», vol. 16, n. 3 (2011), pp. 381-394.
[10] Ann Marie Wainscott, Bureaucratizing Islam: Morocco and the War on Terror, Cambridge University Press, New York 2017, pp. 158-206.
[11] Karima Dirèche, Les Murchidât au Maroc. Entre islam d’état et islam au féminin, «Revue des mondes musulmans et de la Méditerranée» n. 128 (2010), pp. 99-111; Meriem El Haitami, Restructuring Female Religious Authority: State-Sponsored Women Religious Guides (Murshidat) and Scholars (’Alimat) in Contemporary Morocco, «Mediterranean Studies», vol. 20, n. 2 (2012), pp. 227-240; Driss Maghraoui, The Strengths and Limits of Religious Reforms in Morocco, «Mediterranean Politics», vol. 14, n. 2 (2009); pp. 195-211, Margaret Rausch, Women Mosque Preachers and Spiritual Guides: Publicizing and Negotiating Women’s Religious Authority in Morocco, in Massoda Bano e Hilary Kalmbach (a cura di), Women, leadership, and mosques: Changes in Contemporary Islamic Authority, Brill, Leiden 2012.
[12] Mohammed El-Katiri, The institutionalisation of religious affairs: religious reform in Morocco, «The Journal of North African Studies» vol. 18, n. 1 (2013), pp. 53-69.
[13] Mohsine Elahmadi, La formation des nouveaux imams au Maroc, «Afkar/Idées» n. 12 (2007), pp. 28-33.
[14] Ministero degli Awqāf e degli Affari islamici, 2016. Gazzetta ufficiale 2015, p. 246.
[15] Questo decreto prevede la riorganizzazione dell’Università Qarawiyyin facendola diventare «un’istituzione scientifica di riferimento per la formazione specialistica nelle scienze religiose e nella storia del pensiero e della civiltà islamica». Il decreto reale stabilisce «l’autonomia pedagogica e scientifica» dell’Università ma allo stesso tempo la pone sotto il «patrocinio supremo» del re, collocandola di fatto sotto la tutela del ministro degli Awqāf e degli Affari islamici che presiede il Consiglio dell’Università ai sensi dell’articolo 8. Si veda il decreto reale n. 1.15.71 promulgato il 24 giugno 2015, che stabilisce la riorganizzazione dell’Università Qarawiyyin. Cfr. Gazzetta Ufficiale, n. 6372, 25 giugno 2015, pp. 5991-5996.
[16] Salim Hmimnat, ‘Spiritual security’ as a (meta-)political strategy to compete over regional leadership: formation of Morocco’s transnational religious policy towards Africa, «The Journal of North African Studies» (2018).
[17] Ibi., p. 23.
[18] Articolo 5 del Decreto reale n. 1.15.71 promulgato il 24 giugno 2015 che stabilisce la riorganizzazione dell’Università Qarawiyyin. Gazzetta Ufficiale n. 6372, 25 giugno 2015, pp. 5991-5996.
[19] Il programma di formazione contava inizialmente soltanto cinquanta murshidāt. A partire dal 2014, per ordine del Re, il loro numero è raddoppiato.
[20] Sally Williams, Mourchidat – Morocco’s female Muslim clerics, «The Telegraph», 26 aprile 2008, https://bit.ly/2G30ulf
[21] Articolo 4 del Decreto reale n. 1.14.103 promulgato il 20 maggio 2014 sul rinnovamento dell’Istituto Mohammed VI per la formazione degli imam, murshidīn e murshidāt. Gazzetta Ufficiale n. 6268, 26 giugno 2014, pp. 5470-5473.
[22] Decreto del ministro degli Awqāf e degli Affari islamici n. 2203.06 promulgato il 5 luglio 2006. Gazzetta Ufficiale n. 5464, 12 ottobre 2006.
[23] Ministero degli Awqāf e degli Affari islamici, 2016. Gazzetta ufficiale del 2015, p. 250.