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Religione e società

Lavori in corso nell’Islam marocchino

Vista dall'alto della città vecchia di Fes [Foto Oasis]

A partire dal 2002, il Marocco ha avviato una profonda ristrutturazione della sfera religiosa, che punta a contrastare all’interno le letture fondamentaliste e promuovere all’esterno un Islam tollerante e moderato

Questo articolo è pubblicato in Oasis 27. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 24/10/2018 11:49:41

Sulla facciata neo-moresca del museo Muhammad VI di arte moderna e contemporanea di Rabat campeggia l’insegna di una mostra su Ahmed Cherkaoui, pittore marocchino che ha passato la sua vita a rielaborare i motivi che da bambino vedeva tatuati sui volti delle donne e nelle trame dei tappeti. Il sottotitolo della rassegna, «Tra radicamento e modernità», potrebbe fungere da motto nazionale del Marocco, se il Paese non si riconoscesse già ufficialmente nella triade “Dio, patria, re”. Lo slogan cattura infatti il carattere di uno Stato che, mentre investe massicciamente nell’energia solare e nelle infrastrutture, perpetua nella costruzione delle sue moschee gli stili architettonici tradizionali. E non a caso anche il principale partito d’opposizione, nato nel 2008 per contrastare l’ascesa degli islamisti di “Giustizia e Sviluppo” e vicino alla monarchia, ha scelto di chiamarsi “Autenticità e Modernità”.

 

La tensione tra passato e presente attraversa naturalmente anche l’Islam, ed è sulla possibilità di un equilibrio tra questi due poli che ha scommesso l’attuale re per contrastare internamente le letture fondamentaliste e promuovere all’estero l’immagine di una religione moderata.

Il primo mattone di questa politica religiosa viene posto nel 2002, quando ‘Abd al-Kabīr ‘Alawī Mdaghrī, noto per la sua accondiscendenza verso il wahhabismo, lascia il posto di Ministro degli Affari religiosi a Ahmad Toufiq, storico, scrittore, direttore della Biblioteca nazionale del Marocco e soprattutto affiliato alla Qādiriyya Budshīshiyya, confraternita simbolo del revival sufi nel Paese.

 

All’epoca il Marocco si credeva ancora al riparo dalle derive jihadiste. Nel settembre del 2001, una celebrazione alla cattedrale cattolica di Rabat in ricordo delle vittime degli attentanti alle torri gemelle mostrava il volto di un Paese aperto e tollerante. E ancora nel 2002 il quotidiano francese Libération scriveva in un reportage che «il fanatismo non ha posto in Marocco». Gli attentati di Casablanca del 2003 mettono fine all’illusione e il coinvolgimento di terroristi marocchini negli attentati di Madrid del 2004 confermano che anche il Regno è nell’occhio del ciclone.

 

Da allora è stato un moltiplicarsi di iniziative volte a riorganizzare la sfera religiosa e a mostrare una presa di distanza radicale dal jihadismo terrorista. Questo impegno culmina nel 2016, quando il Marocco promuove e ospita a Marrakech una conferenza sui diritti delle minoranze religiose che si conclude con un’impegnativa dichiarazione. «È un discorso chiaramente rivolto all’esterno, perché il problema delle minoranze è poco rilevante per la situazione interna», commenta Salim Hmimnat, professore di Scienze politiche all’Università Mohammed V di Rabat.

«Si tratta di un Islam di Stato, che tra le altre cose persegue obiettivi geopolitici relativi al posizionamento della monarchia, ma capire che cosa succede a livello della società è più complesso. In ogni caso negli ultimi dieci anni c’è stata una riorganizzazione del campo religioso. Il Marocco non è più in una posizione difensiva e ora può esportare il suo modello».

Questo modello è stato definito da Toufiq, che ormai da sedici anni sovraintende la rete di istituzioni religiose del Regno, una versione “attualizzata” dell’Islam tradizionale. Dire in che cosa consista la dimensione tradizionale non è difficile: è il terzetto composto dalla scuola giuridica malikita, dalla dottrina teologica asharita e dalla spiritualità sufi. Più complesso è spiegare come concretamente si declini l’aggiornamento a cui il ministro fa riferimento.

 

Gli ulema del futuro

Per capirlo bisogna andare nel cuore religioso del Paese, a Fes, dove si trova uno dei più prestigiosi centri d’insegnamento superiore del mondo sunnita: la Qarawiyyin. Nata nell’859, questa istituzione vanta il titolo di più antica università del mondo, con tanto di riconoscimento dell’Unesco e di registrazione nel Guinness dei primati. In realtà, la data della sua fondazione è controversa. Secondo alcuni studiosi la costruzione della moschea coincide con la fondazione dell’università, mentre per altri il centro d’insegnamento si sarebbe sviluppato solo alcuni secoli dopo. Non ci sono invece dubbi sul fatto che, al suo apogeo, l’università abbia ospitato grandi nomi del sapere universale (Averroè, Maimonide, Ibn Khaldun, solo per citare i più illustri) e importanti figure della tradizione religiosa marocchina. Più in generale, per secoli la Qarawiyyin è stata il luogo in cui si formava l’élite intellettuale, religiosa e amministrativa del Marocco, fino a quando, in epoca moderna, questo compito è stato trasmesso ad altre istituzioni. E nulla hanno potuto le riforme tentate sia dagli amministratori coloniali che da quelli post-coloniali, ogni volta incapaci di risolvere il più serio dei dilemmi: confermare la Qarawiyyin nel suo ruolo di custode della tradizione religiosa e allo stesso tempo aprirla alla cultura del tempo.

IMG_7697.JPGL'ingresso nella città vecchia di Fes, nei pressi di Bab Bou Jeloud [Foto Oasis]

 

I fallimenti del passato non hanno scoraggiato re Muhammad VI, che nel 2015 ha lanciato un ambizioso progetto di ristrutturazione materiale, organizzativa e curriculare di questo tempio del sapere religioso. A parlarcene è Amāl Jalāl, la cui nomina a rettore dell’Università coincide temporalmente con il nuovo corso voluto dal sovrano marocchino. Il suo ufficio, ampio e luminoso, non è lontano dal Borj Nord, la collina fortificata da cui lo sguardo può abbracciare il profilo armonico della città vecchia, con le sue mura, le terrazze, i minareti, e i caratteristici tetti verdi delle due moschee che dal centro dominano l’affascinante reticolo di vicoli: Mūlāy Idrīs e Qarawiyyin. Jalāl, un giurista che prima di assumere il suo nuovo incarico è stato governatore della regione di Fes e rettore dell’Università Sidi Mohamed Ben Abdellah, ripercorre gli antichi fasti della Qarawiyyin: dall’episodio di Gerberto d’Aurillac, futuro papa Silvestro II, che si sarebbe spinto fino in Marocco per studiare la matematica, al primo diploma di medicina rilasciato nel 1207. Poi passa a esporre le grandi linee della riforma: «Fino al 2015, la Qarawiyyin dipendeva dal Ministero dell’Insegnamento superiore, era composta da cinque Facoltà distribuite su tutto il territorio nazionale e contava 15.000 studenti», un numero spropositato rispetto alle necessità delle strutture religiose del Paese.

«Con la riforma del 2015 l’Università è passata sotto il Ministero degli Affari islamici e le sono state affiliate nuove istituzioni: la Dār al-Hadīth al-Hasaniyya – un centro di studi islamici dedicato in particolare agli hadīth –, l’Istituto di Storia del Marocco, l’Istituto di Studi coranici, l’Istituto Muhammad VI per la Formazione degli Imam e delle Guide religiose, la Scuola di Scienze islamiche di Casablanca».

La vera novità, però, è rappresentata dal numero dei candidati ammessi all’università e dal loro programma di studi. 1.800 studenti reclutati per concorso, che, oltre ad apprendere le scienze islamiche, frequentano anche sei ore di francese, sei ore di inglese, due ore di filosofia e due ore di informatica a settimana. A queste discipline, dopo il terzo anno si aggiungono insegnamenti di scienze sociali, tre ore di latino, tre ore di greco e tre ore di ebraico. Scopo del curriculum rinnovato, spiega Jalāl, è «formare un nuovo tipo di sapiente religioso», ben radicato nella tradizione malikita e asharita, ma allo stesso tempo capace di orientarsi tra i saperi moderni.

 

Gli aspiranti ulema possono peraltro lavorare in condizioni ideali: quelli che frequentano a Fes sono alloggiati nelle vecchie madrase della città, completamente ristrutturate; l’Istituto per la formazione degli Imam, che sorge non distante dalla città universitaria di Rabat e raccoglie gran parte degli iscritti della Qarawiyyin, mette a disposizione dei suoi studenti 1.000 posti letto.

 

La riforma è da poco entrata a regime e per vedere gli ulema del futuro occorrerà aspettare alcuni anni. Tuttavia, una figura che probabilmente già riflette il profilo dei nuovi esperti in scienze religiose è Ahmad al-‘Abbādī, segretario generale della Rābita Muhammadiyya li-l-‘Ulamā’ (“La lega muhammadiana degli ulema”), una sorta di think tank del Ministero degli Affari religiosi che ha lo scopo di approfondire questioni legate alla religione e promuovere un Islam moderato e tollerante.

 

‘Abbādī si è formato all’Università marocchina, ha perfezionato i suoi studi in Francia ed è regolarmente invitato a tenere corsi in diverse università americane. A suo agio sia con la jallaba chiara degli ulema marocchini che in giacca e cravatta, nelle sue conferenze mescola citazioni coraniche e riferimenti alle scienze sociali e naturali. Quando tra il 2014 e il 2015 l’ISIS ha acquisito notorietà mondiale sostenendo di agire in nome dell’Islam, la Rābita di ‘Abbādī ha risposto con una serie di pubblicazioni digitali pensate per confutare i concetti su cui poggia l’architettura ideologica jihadista.

IMG_20180406_133205.jpgL'istituto Muhammad VI per la formazione degli imam e delle guide religiose, a Rabat [Foto Oasis]

Se c’è l’offerta ma manca la domanda

Più scettico sul futuro dell’Islam marocchino è Muhammad Saghir Janjar, direttore della Fondazione al-Saoud per gli Studi islamici e le Scienze umane. La Fondazione, che ha sede in un bell’edificio sulla Corniche di Casablanca, a poche centinaia di metri dall’Oceano, è un punto di riferimento per studiosi di tutto il mondo, soprattutto grazie alla sua fornitissima biblioteca. Secondo Janjar, «il discorso religioso ufficiale ha grossi limiti, si esprime più che altro per slogan ed è troppo dipendente dal potere politico. In generale in tutto il mondo sunnita l’Islam tradizionale è molto chiuso, a differenza di quello che per esempio succede negli ambienti riformisti iraniani. La questione decisiva è sviluppare nuove letture del Corano. Ma oggi, al posto di queste nuove letture si ripropongono la tradizione o i discorsi ideologici. Io ho fatto in modo che la biblioteca della Fondazione si dotasse di una delle più complete collezioni al mondo di studi coranici moderni. Ma questo patrimonio non è consultato. Una biblioteca può offrire degli strumenti di studio e approfondimento, ma deve esserci una domanda e tocca all’università crearla. In Marocco questa domanda non c’è. Ci si limita, anche nelle classi medie, a una religiosità pratica, culturalmente debole».

 

Se il rettore della Qarawiyyin quantificava in cinque-dieci anni il tempo necessario a far emergere una nuova generazione di ulema, culturalmente attrezzata a fare i conti con le sfide del mondo contemporaneo, secondo Janjar ci vorranno decenni, perché i discorsi riformisti faticano a passare, tanto più se sono prodotti in Occidente in una lingua diversa dall’arabo. Tuttavia qualcosa si muove anche in Marocco, «per esempio con l’esperienza di nuovi pensatori che si esprimono in arabo, come quelli che gravitano intorno a Mu’minūn bilā hudūd».

 

Mu’minūn bilā hudūd, “Credenti senza Confini”, è una Fondazione nata nel 2013, la cui sede principale si trova al quarto piano di un palazzo di Agdal, uno dei quartieri moderni di Rabat. Il suo scopo è contribuire alla creazione di uno spazio di dibattito libero intorno alla questione della riforma e del rinnovamento religioso nelle società arabo-islamiche. Per far questo la Fondazione promuove un volume imponente di pubblicazioni ed eventi: quattro riviste, diverse serie di libri, tra cui l’opera omnia del celebre riformista egiziano Nasr Hāmid Abū Zayd, traduzioni in arabo di opere straniere, un sito internet costantemente aggiornato con ricerche e articoli, incontri e conferenze internazionali. Ma basta una vista alla saletta dove si tengono i seminari settimanali della Fondazione, con i ritratti di Habermas, Nietzsche, Ibn Khaldun e Cartesio appesi alle pareti, per capire lo spirito che anima il lavoro culturale di questo istituto.

 

Un aggiornamento molto prudente

Fino a dove possa essere spinta l’attualizzazione della tradizione religiosa di cui parla il Ministro Toufiq e che dovrebbe farsi strada con la riforma della Qarawiyyin, è emerso con chiarezza nell’affaire che nel marzo del 2018 ha coinvolto Asma Lamrabet. Medico di professione, attivista per vocazione, Lamrabet ha pubblicato nel 2017 Islam e donne. Le questioni scomode (Islam et femmes. Les questions qui fâchent), un libro che prende di mira le forme di discriminazione cui la donna è stata costretta in nome della religione: poligamia, disuguaglianza nell’eredità, tutela maschile, obbligo del velo, etc. Il volume non accusa l’Islam in sé, quanto l’elaborazione teologico-giuridica che nel corso dei secoli ha veicolato una visione “misogina” e “patriarcale” della religione e che oggi costringe le donne nel ruolo di «ultime guardiane del tempio della tradizione».

 

La rilettura del Corano auspicata e promossa da questa dottoressa-teologa ha ricevuto un riconoscimento ufficiale già nel 2011, quando Lamrabet è diventata direttrice del Centro di Studi e Ricerche sulle questioni femminili all’interno della Rābita guidata da ‘Abbādī. La convivenza con gli ulema di questa istituzione però non è stata facile ed è diventata impossibile quando Lamrabet è intervenuta alla presentazione di un libro sulla questione della disparità di genere in materia di eredità e ha sottoscritto, con altre cento personalità marocchine, una petizione che invitava a superare il regime successorio previsto dalla giurisprudenza islamica. I salafiti sono insorti, accusandola di “devianza” e “ignoranza”, e anche l’ala più conservatrice degli ulema marocchini ha reagito con irritazione. Subissata di insulti e minacce sui social network, e probabilmente sottoposta a forti pressioni, Lamrabet ha rassegnato le dimissioni dalla Rābita, che i suoi superiori hanno prontamente accolto.

 

Ad aprile del 2018, il settimanale francofono TelQuel, di orientamento progressista, le ha dedicato una copertina dal titolo evocativo: “Résiste”! Intanto però alla Rābita avevano già proceduto alla sua sostituzione con Farīda Zumurrud, una studiosa di scienze islamiche, già membro del comitato esecutivo della Lega, e soprattutto molto più in sintonia con le posizioni degli ulema.

 

In realtà in Marocco non sono mancate aperture a favore delle donne. Solo un paio di mesi prima che scoppiasse il caso Lamrabet, il Consiglio superiore degli Ulema aveva espresso un parere favorevole alla riforma che, rompendo con una prassi plurisecolare, avrebbe permesso alle donne di esercitare il mestiere di ‘adūl, l’ausiliare di giustizia incaricato di redigere atti legali in ambito sharaitico. In precedenza alle donne era stata aperta la porta della predicazione nelle moschee come murshidāt (guide religiose), un ruolo che esse svolgono anche nelle comunità marocchine della diaspora e per il quale vengono formate nell’istituto annesso alla Qarawiyyin. Ma il caso dell’eredità è diverso, perché tocca più in profondità le relazioni sociali e investe quelle “costanti” dell’Islam di cui gli ulema si vogliono i guardiani.

 

L’arbitro del dibattito

Per il momento la monarchia assiste al dibattito senza intervenire, lasciando emergere le posizioni e gli equilibri esistenti in una società che rimane piuttosto conservatrice. La pluralità della sfera religiosa del Paese è peraltro funzionale al ruolo di arbitro del sovrano, e questo garantisce una certa libertà di discussione fra orientamenti e sensibilità diverse, a condizione di rispettare due regole: riconoscersi nei tre pilastri dell’identità islamica marocchina e non mettere in discussione il primato del re come “comandante dei credenti”. Può così capitare che due organizzazioni simili per ideologia e forme di militanza, il partito islamista Giustizia e Sviluppo (PJD) e il movimento Giustizia e Carità si trovino in situazioni opposte: il primo al governo; il secondo, per il quale il principio dinastico su cui si fonda la monarchia è contrario all’Islam, appena tollerato e tenuto sotto stretta sorveglianza. Allo stesso modo, agli ideologi salafiti che hanno rinnegato la militanza jihadista e accettato la centralità della monarchia è stata garantita l’amnistia e una presenza nello spazio pubblico. Uno di loro, Muhammad al-Fizāzī, che in precedenza era stato condannato a 30 anni di carcere per attività terroristiche, nel 2014 ha addirittura tenuto il sermone del venerdì al cospetto di Muhammad VI.

 

È questo uno dei segreti della stabilità della famiglia regnante: di volta in volta disinnescare le forze potenzialmente destabilizzanti, integrandole nel sistema. È un processo che non ha coinvolto solo l’Islam. Fino agli anni ’80, per fare un esempio, l’identità berbera del Paese era un tabù, sacrificata sull’altare dell’arabità della nazione, finché un movimento della società civile non ha cominciato a rivendicarne la legittimità culturale e politica. L’attuale re non solo ha aperto a queste rivendicazioni, ma le ha fatte proprie, creando nel 2001 l’Istituto reale della cultura amazigh. Poi, la Costituzione del 2011 ha riconosciuto il tamazight come lingua co-ufficiale del Regno. Oggi, su tutti gli edifici pubblici del Paese si legge la stessa insegna in due lingue e due alfabeti diversi: arabo e berbero (e spesso anche in francese). Tuttavia, l’insegnamento del tamazight nelle scuole, che pure è previsto dalla Costituzione, è rimasto per lo più lettera morta a causa della carenza di docenti adeguatamente formati. Per analogia, si può dire che il progetto “Islam moderato” si trova oggi a uno stadio simile: una grande insegna, fieramente esibita, posta all’ingresso di un edificio in costruzione.

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