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Religione e società

La via marocchina all’Islam europeo

L'Istituto Muhammad VI [Foto Oasis]

L’idea di una “eccezione marocchina” è stata smentita dagli attentati di Casablanca del 2003. Tuttavia, grazie a una serie di riforme in ambito religioso, il Marocco sembra essersi riappropriato della sua immagine di potenziale modello, e sta provando a esportarlo anche in Europa

Questo articolo è pubblicato in Oasis 28. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 27/11/2018 10:20:03

La monarchia marocchina tende a considerarsi come una sorta d’eccezione rispetto ai suoi vicini musulmani e arabi, a causa della presunta assenza di conflitti di ispirazione religiosa al suo interno. L’idea di una “singolarità marocchina” è stata brutalmente smentita dagli attentati di Casablanca del 2003, perpetrati da jihadisti islamici locali. Tuttavia, grazie a una serie di riforme messe in atto nell’ambito religioso, il Marocco sembra essersi riappropriato della sua immagine di potenziale modello, provando a esportarla anche in Europa.

 

Per spiegare la differenza che intercorre tra il Marocco e gli altri Paesi musulmani nelle relazioni tra politica, potere e religione si citano spesso la storia dell’Islam marocchino e le sue specificità. Secondo un membro del Ministero degli Habous e degli Affari Islamici, «Il Marocco presenta una specificità marocchino-andaluso-africana, arabo-berbera, una miscela da cui deriva una specifica mentalità, un modo di vedere le cose, una [sorta di] tolleranza»[1]. Da un punto di vista teologico, studiosi e autorità pubbliche riconducono questa presunta propensione alla tolleranza alla triade delle tradizioni islamiche nazionali: la scuola malikita di giurisprudenza islamica (maddhab), il credo teologico asharita (‘aqīda) e l’influenza di diverse forme di sufismo. Questa combinazione teologica è stata mobilitata dallo Stato per contrastare quello che è stato percepito come il convitato di pietra degli attacchi del 2003: la crescita eccessiva del salafismo wahhabita di matrice saudita nel Paese, descritto come estraneo alle tradizioni religiose del Marocco. L’attuale Re Mohammed VI ha infatti ribadito l’importanza di queste tradizioni nazionali islamiche nel garantire la “tranquillità e la sicurezza spirituale” dei musulmani marocchini, in patria come all’estero, ottemperando così alla sua posizione ufficiale di “Comandante dei credenti” (amīr al-mu’minīn)[2].

 

La possibilità di estendere questa visione statale della tolleranza religiosa e della sicurezza spirituale anche ai membri della diaspora marocchina ha assunto un’importanza crescente a partire dalle prime grandi ondate di lavoratori migranti partiti per l’Europa occidentale negli anni ʼ60 del Novecento. Oggi si possono trovare immigrati marocchini e loro discendenti in ogni Paese dell’Europa occidentale. Essi rappresentano i principali gruppi demografici provenienti dall’immigrazione in Francia, Olanda e Belgio e, più recentemente, sono diventati le minoranze più consistenti anche in Spagna e in Italia. Contestualmente allo sviluppo di queste comunità diasporiche, lo Stato marocchino ha progressivamente elaborato politiche religiose volte a garantire la cura religiosa dei marocchini all’estero, con l’invio di imam durante il mese di Ramadan fino all’erogazione diretta di finanziamenti per la costruzione di moschee e per le associazioni islamiche nei Paesi stranieri. In che misura, tuttavia, queste politiche religiose promosse dallo Stato sono state adattate ai contesti europei e quanto potranno incidere sulla costruzione di un Islam europeo?

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