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Religione e società

I paradossi del dibattito sull’integrazione

Yūsuf al-Qaraḍāwī con la bandiera siriana [بلال الدويك - Wikimedia Commons]

Nelle società europee si moltiplicano le polemiche sulla compatibilità tra le norme islamiche e le leggi in vigore nel continente. Tuttavia, la realtà è più complicata di quanto affermino le raffigurazioni dicotomiche che emergono in queste controversie

Questo articolo è pubblicato in Oasis 28. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 29/03/2021 13:22:10

Nelle società europee si moltiplicano le polemiche sulla compatibilità tra le norme islamiche e le leggi in vigore nel continente. Tuttavia, la realtà è più complicata di quanto affermino le raffigurazioni dicotomiche che emergono in queste controversie. Infatti, l’inclusione sociale degli immigrati musulmani non è sempre lineare, l’integrazione non significa necessariamente una diluizione dell’identità religiosa, e i “valori europei” invocati da tanti non sono auto-evidenti come qualcuno vorrebbe far credere.

 

Lo scorso agosto, la città svizzera di Losanna ha respinto la richiesta di naturalizzazione di una coppia a causa del rifiuto dei due coniugi di stingere la mano a persone del sesso opposto. Il sindaco, Grégoire Junod, ha affermato che la coppia offendeva l’uguaglianza di genere e non soddisfaceva i criteri per l’integrazione, facendo notare che anche se la libertà di religione è protetta dalle leggi del cantone, «la pratica religiosa non dispensa dal rispetto della legge». Pierre-Antoine Hildbrand, vice-sindaco e membro del comitato di tre membri che aveva contestato la richiesta della coppia, ha dichiarato che «La Costituzione e l’uguaglianza tra uomini e donne prevalgono sull’intransigenza religiosa». Il caso è stato mediatizzato a livello internazionale[1].

 

Non è la prima volta che in Svizzera si verifica un episodio simile. Nel maggio del 2016, le autorità scolastiche regionali del Cantone di Basilea avevano annullato la decisione di una scuola della cittadina di Therwil di esonerare due fratelli siriani, di 14 e 15 anni, dallo stringere la mano alle insegnanti donne. In quell’occasione le stesse autorità avevano affermato che la fede religiosa non dispensa dalle usanze locali di manifestazione di rispetto e avevano minacciato di sanzionare i genitori con una multa che avrebbe potuto raggiungere i 5.000 franchi svizzeri se i ragazzi avessero continuato ad aderire a quella interpretazione della legge islamica. In merito al rifiuto di stringere la mano, la deputata del Gran Consiglio di Ginevra, Magali Orsini, aveva affermato che «è una follia, una provocazione che potrebbe riportarci indietro nel tempo». Simonetta Sommaruga, membro del Gabinetto svizzero, aveva commentato a sua volta «Non è così che vedo l’integrazione. Non possiamo accettare una cosa simile in nome della libertà religiosa. La stretta di mano fa parte della nostra cultura»[2].

 

Se questi esempi sono l’eccezione e non la regola nella vita dei musulmani in Occidente, le tensioni tra norme islamiche e norme europee suscettibili di degenerare in scandali nazionali e internazionali sono diventate frequenti in tutto il continente. Per citarne soltanto alcune da una lista lunga e in continua crescita, queste controversie riguardano il velo integrale indossato negli spazi pubblici, gli hijāb e le barbe esibite nelle scuole e nei luoghi di lavoro; gli accomodamenti nelle piscine e nei centri sportivi; l’appello alla preghiera lanciato dagli altoparlanti delle moschee, la preghiera durante la ricreazione nelle scuole, l’educazione sessuale in classe; la macellazione rituale, la circoncisione maschile, l’esenzione dalla vendita di prodotti harām e l’introduzione di prodotti halāl.

 

L’accumulo, negli ultimi anni, di simili controversie, ha alimentato i dubbi sulla coesistenza tra i musulmani e l’ordine liberale europeo. Singoli casi suscitano allarmi sulle implicazioni più ampie della presenza dell’Islam nella sfera pubblica, e questi danno origine a nuove polemiche, in un circolo vizioso che non smette di alimentarsi. Una delle conseguenze di questo fenomeno è l’ascesa dei leader populisti, che nutrono sentimenti xenofobi e mettono in pericolo lo stesso ordine liberale. In Francia, il populismo anti-musulmano ha subito una sonora sconfitta elettorale, ma rimane comunque più forte di quanto abbia fatto supporre il trionfo elettorale di Emmanuel Macron. Negli Stati Uniti, il 46,1 per cento degli elettori ha sostenuto Trump in un’elezione che ha fatto registrare un’affluenza del 55,7 per cento, mentre il 33,9 per cento dei votanti ha scelto Marine Le Pen in un secondo turno in cui l’affluenza è stata del 74,6 per cento.

 

I politici europei tradizionali rifiutano le posizioni di chi invoca l’eliminazione di ogni espressione pubblica dell’Islam, ribadendo che in Europa c’è posto per la fede islamica. Ma essi ammettono anche che la coesione sociale delle loro società è in pericolo. Nel corso dell’ultimo decennio, l’opinione dominante ha voltato le spalle al multiculturalismo, cioè all’idea che lo Stato-nazione debba tollerare e integrare le norme che confliggono con i suoi valori fondanti e li mettono in discussione.

 

La cancelliera tedesca Angela Merkel, forse la voce più dichiaratamente a favore dei diritti umani tra i leader occidentali, è stata una delle prime a segnalare il cambiamento, quando quasi dieci anni fa ha affermato: «Certo, la tendenza è stata quella di dire “adottiamo il multiculturalismo e viviamo felicemente insieme, gli uni accanto agli altri”. Ma questo concetto ha fallito completamente»[3]. Cinque anni più tardi, il primo ministro britannico David Cameron, intervenendo sul futuro dell’educazione islamica nel suo Paese, lamentava che in alcune parti della Gran Bretagna fosse possibile cavarsela senza parlare inglese o senza frequentare persone di una cultura diversa dalla propria, minacciando di chiudere le scuole che avessero insegnato l’intolleranza[4].

 

La mentalità dominante, in alcuni Paesi applicata più rigorosamente che in altri, afferma che non si devono tollerare società parallele, che i predicatori che mettono in discussione le norme costituzionali devono essere arginati o addirittura banditi, e che si dovrebbero moltiplicare gli sforzi per incoraggiare le persone provenienti dall’immigrazione a integrarsi. L’estate scorsa, in Danimarca, il Parlamento ha introdotto una legislazione, rivolta in particolare alle famiglie musulmane, che impone ai bambini fino ai sei anni di imparare i “valori danesi”, inclusi la parità di genere e le tradizioni cristiane. In quell’occasione il primo ministro danese Lark Lokke Rasmussen ha spiegato che «i ghetti devono sparire […]. Dobbiamo poter riconoscere il nostro Paese. Ci sono posti in cui non riconosco quello che vedo»[5].

 

L’opinione maggioritaria vuole un’inversione di rotta: vedere i musulmani radicati nella propria identità islamica diventare cittadini integrati che accettano le regole locali e limitano la propria espressione religiosa alla sfera privata. Tuttavia, la realtà è più complicata di quanto affermino le raffigurazioni dicotomiche. La strada dalle “società parallele” alla coesione sociale non è sempre lineare, le concezioni islamiche radicali non sono necessariamente anti-integrazioniste, e i “valori europei” non sono auto-evidenti come qualcuno vorrebbe far credere. Capire i diversi paradossi del dibattito sull’integrazione è cruciale perché esso possa diventare più costruttivo.

 

 

Inclusione e rivendicazione

 

A colpire, nella proliferazione dei conflitti mediatizzati e politicizzati tra le norme islamiche e le norme prevalenti nelle società europee, è il fatto che si tratta di un fenomeno relativamente nuovo. Vent’anni fa, in Europa vivevano milioni di musulmani, ma raramente si sentivano controversie giuridiche e dibattiti politici sulla presenza pubblica dell’Islam. Per esempio, in Germania si sono contate finora 15 istanze di ricorso contro la decisione da parte delle scuole di obbligare gli allievi a partecipare a lezioni promiscue di nuoto. E di queste, solo tre sono state depositate prima del 2006[6].

 

Paradossalmente, la ragione per cui più musulmani europei si attivano per vedere riconosciute quelle che percepiscono come norme religiose fondamentali è in parte il fatto di essere più integrati nelle loro società di accoglienza. Per presentare un ricorso, parlare coi media, o rivolgersi ai politici locali, occorre possedere certe abilità e risorse, finanziarie, logistiche, linguistiche. Al momento del loro arrivo in Europa, i musulmani non disponevano di questi strumenti. Col passare degli anni, alcuni rappresentanti della prima generazione di migranti sono stati naturalizzati, hanno imparato le lingue locali, ottenuto la sicurezza di un lavoro, e sviluppato reti sociali. La seconda e la terza generazione sono e sono state educate sul continente. La vita religiosa si è istituzionalizzata a livello transnazionale, nazionale e locale, e l’esistenza di un campo concorrenziale di organizzazioni islamiche ha innescato una battaglia per l’influenza, che ha fornito nuove risorse e nuova fiducia per l’attivismo sociale.

 

Per i musulmani che sono sempre stati devoti, o che sono tornati tra le braccia della religione, il miglioramento dello status sociale ha implicato, tra le altre cose, maggiori opportunità di promuovere cause islamiche. Dal loro punto di vista, rivendicare uno spazio per le norme religiose non è una provocazione contro le norme europee, dal momento che le loro norme fanno parte della vicenda europea, che questo piaccia o non piaccia alla maggioranza.

 

È fuorviante pensare l’integrazione come un processo uni-dimensionale. Tra i musulmani europei che chiedono spazio per le proprie norme ci sono individui che hanno ricevuto un’educazione, stanno bene economicamente e hanno amici non-musulmani. Alcuni hanno affermato la propria identità islamica non perché sono tagliati fuori dalla società laica dominante, quanto perché hanno relazioni intense con quella società e preoccupazioni riguardo ai suoi valori. Ci sono molte buone ragioni perché i governi europei insistano sul fatto che ogni ragazzo e ogni ragazza abbiano una padronanza della lingua parlata dalla maggioranza e imparino la storia e le tradizioni degli Stati di accoglienza. Tuttavia, è irrealistico pensare che in questo modo le norme islamiche possano sparire dalla sfera pubblica.

 

 

Integrazione e islamizzazione

 

Si potrebbero dire molte cose a suffragio della prospettiva che distingue i musulmani in Europa tra gruppi mainstream e gruppi radicali, invitando a contenere, o addirittura a bandire i secondi. Tra i radicali si trovano gli islamisti (i Fratelli musulmani e i movimenti ideologicamente affini), i salafiti (cioè i musulmani che aderiscono agli insegnamenti dell’apparato religioso saudita), i membri di Hizb al-Tahrir e altri. I leader religiosi affiliati a questi gruppi divergono fortemente su alcune questioni, ma condividono un senso di suprematismo islamico, l’idea che la legge islamica si applica a tutti gli aspetti della vita e dovrebbe orientarli, e la convinzione che la rivelazione finale di Allah debba essere diffusa nel mondo. Si tratta di visioni che non producono integrazione. Occorre tuttavia considerare un altro aspetto, e cioè il modo in cui alcune idee anti-integrazioniste facilitano le pratiche integrazioniste.

 

In questo senso il caso degli islamisti è particolarmente istruttivo. Dalla fine degli anni ’70, gli studiosi islamisti (e non solo) hanno sviluppato una concezione teologica che vede nell’emigrazione di massa dei musulmani e nel loro insediamento permanente in Europa una fase di transizione destinata a concludersi con la conversione del continente all’Islam. Tale concezione, radicata nel pensiero medievale successivo alla Reconquista, legittima apologeticamente l’atto volontario di trasferirsi dai Paesi musulmani ai Paesi cristiani secolarizzati come mezzo per diffondere il messaggio di Allah.

 

Uno dei propugnatori di questa visione è lo studioso Yūsuf al-Qaradāwī, nato in Egitto nel 1926 ma residente in Qatar dal 1961, un ex-Fratello musulmano e prolifico sostenitore dell’idea che la soluzione ai mali di cui soffrono le società musulmane sia la creazione di regimi fondati sulla sharī‘a. Qaradāwī ha assegnato ai musulmani che vivono in Occidente il ruolo di propagatori pacifici dell’Islam: «I musulmani in Occidente dovrebbero essere sinceri predicatori della propria religione. Dovrebbero tenere a mente che invitare gli altri all’Islam non spetta solo ai sapienti e agli shaykh, ma è un compito che riguarda ogni musulmano praticante»[7]. Qaradāwī si è anche spinto ad affermare che, alla luce della missione universale dell’Islam da una parte, e della leadership occidentale del mondo contemporaneo dall’altra, i musulmani devono essere presenti in Occidente e diffondervi l’Islam. Se dunque in Occidente non ci fossero musulmani, occorrerebbe suscitare una loro presenza[8].

 

Secondo questa prospettiva, è l’Europa a doversi integrare nell’Islam più che l’Islam a doversi integrare in Europa. Tuttavia, essa è regolarmente utilizzata da Qaradāwī e dai suoi seguaci per giustificare le fatwe che promuovono l’integrazione in un contesto sciaraitico.

 

Da giurista, Qaradāwī propone un approccio pragmatico e conciliante, fondato sulla convinzione che l’essenza dell’Islam sia rendere semplici le cose. Egli sostiene che se solo l’Islam fosse compreso secondo il suo vero spirito, i non-musulmani sarebbero più inclini a convertirsi, e i musulmani tiepidi tornerebbero alla propria fede. Per applicare questo approccio, Qaradāwī e i suoi seguaci utilizzano due meccanismi giuridico-religiosi: una ricerca trasversale alle varie scuole giuridiche islamiche, e anche al di là di esse, per trovare la soluzione più accomodante e un utilizzo benevolo del principio per cui, per proteggere gli obiettivi primari fissati dal Legislatore, in alcuni casi è legittimo sospendere le proibizioni previste dalla legge. Implicito in questa seconda posizione è il fatto che Qaradāwī abbia elevato a obiettivo primario la diffusione dell’Islam in Occidente.

 

Qaradāwī guida dal 1997 il Consiglio Europeo della Fatwa e delle Ricerche. Il Consiglio, che ha sede a Dublino, è un comitato volontario nato per iniziativa della Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europa, un ombrello di associazioni ideologicamente legate ai Fratelli musulmani. Esso ha cercato, per lo più fallendo, di monopolizzare la giurisprudenza islamica nel Vecchio Continente. Tuttavia l’introduzione nel discorso giuridico-religioso di alcune agevolazioni ha avuto un certo impatto. Alcune decisioni promulgate negli ultimi decenni da al-Qaradāwī e dal Consiglio sono state particolarmente rivoluzionarie: la legittimazione dei mutui per i musulmani europei che non hanno una casa di proprietà, anche nel caso in cui possano comunque trovare un appartamento in affitto; l’autorizzazione per i musulmani a servire nelle forze della NATO impegnate in Afghanistan; la legittimazione della validità dei matrimoni tra le donne che si sono convertite all’Islam e i loro mariti non-musulmani. Si tratta di decisioni che rompono tabù consolidati della giurisprudenza islamica, aprendo a prospettive d’integrazione in ambiti cruciali[9]. Il Consiglio ha anche incoraggiato la naturalizzazione e la partecipazione elettorale, e l’intrattenimento di relazioni amichevoli con la maggioranza non-musulmana.

 

Il pragmatismo adottato da Qaradāwī e dal Consiglio che questi presiede è giustificato in nome dell’obbligo di diffondere l’Islam in Occidente. Per esempio, quando ha legittimato i mutui, il Consiglio ha spiegato che se i musulmani non fossero proprietari delle proprie case non avrebbero tempo di impegnarsi nel proselitismo[10]. Si può interpretare questa decisione come un tentativo di facilitare l’islamizzazione dell’Europa attraverso politiche integrazioniste, oppure leggerla come un tentativo di normalizzare la vita islamica attraverso un discorso trionfalista e anti-integrazionista. L’ambiguità non è un effetto imprevisto, ma è incoraggiata e coltivata da persone che sono scisse tra visioni concorrenti ma non vogliono rinunciare ad alcuna di esse.

 

 

Le contraddizioni del progetto liberale

 

Un argomento abituale nel dibattito sull’integrazione è che i musulmani dovrebbero rispettare i valori fondamentali della società che li accolgono. Toccherebbe infatti a loro, in quando gruppo minoritario che ha scelto l’Europa come propria casa, adattarsi. È un argomento su cui concordano anche alcuni commentatori musulmani, perché fa appello a un minimo di buon senso.

 

Ma quali sono esattamente i valori fondamentali dei Paesi europei? Una delle ragioni per cui l’introduzione di norme islamiche nelle sfere pubbliche europee è fonte di tensioni è il fatto che, per decidere che cosa pensano della legittimità di queste norme, le società europee si trovano a fare i conti con contraddizioni che potrebbero altrimenti evitare.

 

Il liberalismo è un’ideologia che difende due valori fondamentali: la libertà e l’uguaglianza. Storicamente c’è stata una correlazione tra il progresso di entrambi. I diritti delle donne sono un buon esempio. Più le norme sociali e giuridiche garantivano l’uguaglianza tra uomo e donna, più le donne sono state in grado di esprimere il proprio potenziale e perseguire i propri sogni come gli uomini.

 

Il liberalismo esige che, nell’esercizio della libertà, l’uguaglianza sia preferita alla disuguaglianza. Ma con alcune norme islamiche non sempre questo avviene. La giustificazione islamica per il velo, per esempio, è che le donne sono una tentazione per gli uomini ed è alle donne che spetta evitarla. In sostanza, da un punto di vista sciaraitico, la sola differenza tra lo hijāb e il velo integrale è che cosa i giuristi – giuristi maschi, naturalmente – ritengono faccia perdere la testa agli uomini. Il velo è un’offesa al valore fondamentale dell’uguaglianza. È meno evidente che si tratti di un’offesa al valore fondamentale della libertà. Nella misura in cui le donne decidono autonomamente di coprirsi, esercitano un diritto fondamentale garantito dall’ideologia liberale: praticare una fede in modo da non ledere la libertà altrui.

 

Nel tentativo di affermare il nesso tra libertà e uguaglianza, i liberali insistono sul fatto che le donne non scelgono liberamente di indossare lo hijāb, ma che sono costrette a farlo. Ciò non è vero, o almeno non è sempre vero. In questa scelta di vita incide fortemente l’indottrinamento culturale e religioso, ma anche le donne che scelgono di portare il bikini subiscono una forma di indottrinamento. A prescindere da come si affronti il dibattito sul velo, esso pone un fastidioso dilemma alle società per le quali è scontato che la libertà promuova il progresso, e cioè quanto liberalismo una società liberale può imporre senza diventare illiberale.

 

In ogni caso, a essere difese dalle società europee non sono sempre la libertà e l’uguaglianza. Per alcuni conservatori, “i valori fondamentali” sono inseparabili dal Cristianesimo. La proliferazione di istituzioni e norme islamiche nelle sfere pubbliche è considerata un attacco al carattere cristiano dell’Europa. Per esempio, i dibattiti sull’appello alla preghiera non sono stati guidati solo da preoccupazioni relative all’inquinamento acustico, ma anche dal sentimento di sconcerto e offesa davanti al fatto che un’atmosfera dominata dalle campane delle chiese fosse perturbata dal suono di un’altra fede. Dietro a queste preoccupazioni c’era la volontà di privilegiare nella sfera pubblica il Cristianesimo a scapito di altre religioni.

 

Il problema è che, in teoria, in una società laica e liberale, nessuna religione dovrebbe godere di privilegi particolari. Per molto tempo, in Europa, la tensione tra il presente laico e il passato cristiano è stata latente, dal momento che, in quanto unica grande religione, il Cristianesimo godeva di fatto di uno statuto privilegiato. La crescita della visibilità dell’Islam sta mettendo in discussione lo status quo, minando il senso di appartenenza e l’identità che hanno permesso ai cristiani praticanti di accettare il declino pubblico della propria religione.

 

La questione delle festività cristiane è emblematica. I cristiani europei e gli europei laici ma di cultura cristiana si riferiscono in modo diverso a queste festività. I cristiani praticanti le considerano il riconoscimento pubblico del carattere cristiano della società. I non praticanti le vedono come tradizioni folkloristiche che fanno felici i bambini e aiutano l’economia. La capacità dei simboli di richiamare e soddisfare diversi punti di vista è una grande risorsa per la coesione sociale.

 

Negli ultimi anni, diverse città e paesi d’Europa hanno eliminato o ridefinito aspetti delle festività natalizie per evitare l’impressione di voler discriminare i musulmani. Le risposte indignate causate da queste iniziative sono diventate una specie di ricorrenza stagionale. Va detto che la maggior parte dei cristiani non-praticanti, e anche molti musulmani, sarebbero contenti se le celebrazioni natalizie continuassero a far parte dei propri inverni. Tuttavia, da un punto di vista giuridico, è difficile difendere il privilegio di cui godono alcune feste religiose senza rispondere a una domanda di fondo: l’Europa è ancora un continente cristiano? Il Cristianesimo ha uno statuto particolare? Gli europei hanno abilmente evitato queste domande per decenni. Ora è più difficile farlo.

 

L’integrazione è impossibile in assenza di valori fondamentali. Per difendere i propri, le società europee devono essere più chiare nella loro definizione di questi valori. E nel farlo potrebbero perderci.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 

[1] Agence France-Presse, Muslim Couple Denied Swiss Citizenship Over Handshake Refusal, «The Guardian», 18 agosto 2018.

[2] AFP, Swiss Ruling Overturns Muslim Pupils’ Handshake Exemption, «The Guardian», 25 maggio 2016; Le News, Muslim School Pupils’ Exemption from handshaking Causes a Stir in Switzerland, 5 aprile 2016.

[3] Kate Connolly, Angela Merkel Declares Death of German Multiculturalism, «The Guardian», 17 ottobre 2010.

[4] Tory Party Conference 2015: David Cameron’s Speech in Full, «The Independent», 7 ottobre 2015.

[5] Alastair Tancred, Too many ‘people of non-Western backgrounds’ are not contributing to society says Danish PM as he unveils plans to eradicate ghettos by 2030, «Mailonline», 2 marzo 2018.

[6] Fabian Spengler, Islamic Norms and German Schools, tesi di Master, Università di Tel Aviv, 2017, pp. 62-63, 77.

[7] Yūsuf al-Qaradāwī, Duties of Muslims living in the West, originariamente pubblicato su Islamonline.net il 7 maggio 2006, https://archive.islamonline.net/?p=1008.

[8] Id., Fī Fiqh al-Aqalliyyāt al-Muslima, Dār al-Shurūq, al-Qāhira 2007 (prima ed. 2001), p. 17.

[9] Uriya Shavit, Sharī‘a and Muslim Minorities, Oxford University Press, Oxford 2015, pp. 16-49, 95-117, 140-52, 158-62, 225-31.

[10] Al-Qaradāwī, Fī Fiqh al-Aqalliyyāt al-Muslima, p. 177.

 

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Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Uriya Shavit, I paradossi del dibattito sull’integrazione, «Oasis», anno XIV, n. 28, novembre 2018, pp. 36-44.

 

Riferimento al formato digitale:

Uriya Shavit, I paradossi del dibattito sull’integrazione, «Oasis» [online], pubblicato il 20 novembre 2018, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/paradossi-del-dibattito-sull-integrazione.