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Religione e società

L’Islam in Italia, dalla comunità alla cittadinanza

La Grande Moschea di Roma

Il passaggio dell’appartenenza religiosa dei migranti musulmani dalla sfera privata a quella pubblica è stato segnato dall’evoluzione del significato da attribuire all’idea di “comunità”, che oggi è messo in discussione da una nuova generazione di musulmani

Questo articolo è pubblicato in Oasis 28. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 27/11/2018 10:21:14

Fino agli anni ‘90, l’appartenenza religiosa dei migranti musulmani giunti in Italia è rimasta generalmente confinata alla sfera privata. È solo in seguito alla ricomposizione del nucleo familiare che essi hanno cominciato a organizzarsi, manifestando pubblicamente la propria religione. Questo processo è stato segnato dall’evoluzione dell’idea di “comunità”, messa oggi in discussione da una nuova generazione di musulmani che aspira a partecipare attivamente alla società in cui vive.

 

 

Quando è arrivato nelle valigie dei migranti all’inizio degli anni ’80, l’Islam, o più precisamente la pratica religiosa islamica, non era centrale nella definizione degli immigrati musulmani[1], che erano visti e nominati in base alla loro appartenenza nazionale, o in quanto “stranieri in transito” o ancora “lavoratori temporanei”. Durante questa prima fase del ciclo migratorio, l’Islam era confinato nello spazio privato, anche perché la stragrande maggioranza degli immigrati musulmani percepiva la sua permanenza in Italia come meramente temporanea. L’apertura delle prime sale di preghiera all’inizio degli anni ’90 rappresenta la prima debole testimonianza della presenza dell’Islam nello spazio pubblico italiano e segna l’inizio della seconda fase del ciclo migratorio, quella della stabilizzazione degli immigrati e della riunificazione familiare[2]. Cominciando a realizzare che la loro presenza andava stabilizzandosi, durante gli anni ’90 alcuni dei musulmani residenti in Italia prendono a organizzarsi e a manifestare la loro religione pubblicamente, avanzando richieste ufficiali alle istituzioni pubbliche o diventando semplicemente oggetto di riflessione, dibattito e confronto[3]. È durante questo periodo che, sulla scia di quanto avvenuto in altri Paesi europei in cui l’Islam era presente da più tempo, i migranti di origine islamica cominciano a vedersi, ma anche a essere visti e nominati, secondo la loro appartenenza religiosa, che diventa il criterio identificativo della loro alterità. Questo processo si accentua in particolare dopo l’11 Settembre, quando in tutta Europa cominciano a imporsi discorsi anti-islamici, mentre gli italiani scoprono che la presenza dei musulmani non è più transitoria e che l’Islam è ormai la seconda religione del Paese. Ma gli anni 2000 segnano soprattutto la comparsa di una nuova generazione, nata e cresciuta in Italia, che con sempre maggiore insistenza interroga la visione dei padri, i quali tendono a riprodurre i modi di vivere e i codici comportamentali dei Paesi d’origine, parlano arabo più che italiano e pensano al ritorno più che all’integrazione in Italia. Rispetto ai genitori, la nuova generazione si distingue non solo perché cresce nelle scuole italiane, frequenta le università e crea associazioni, ma soprattutto perché aspira chiaramente a partecipare alla vita sociale e politica del Paese che sente proprio, di cui gestisce i codici culturali e linguistici.

 

L’emergere di questa nuova generazione, che tuttavia rimane relativamente debole e marginale nella definizione dell’Islam italiano, provoca praticamente in ogni comunità o moschea presente sul territorio italiano un confronto tra quanti rivendicano la necessità di mantenere un certo grado di separatezza dagli “italiani” per proteggere un’identità sentita come minacciata, e quanti credono nella necessità di diventare parte integrante della società in cui vivono e in cui i propri figli stanno crescendo.

 

Questa tensione, che attraversa le moschee, ma spesso anche le famiglie, se non le singole persone, si manifesta in particolare nella difficile quanto contraddittoria ridefinizione del significato attribuito alla “comunità”. Questa ridefinizione coinvolge il rapporto con il resto della società italiana, ma anche il senso d’appartenenza e, in ultima istanza, l’identità individuale e collettiva. A essere in gioco è il significato stesso dell’essere musulmani in una società non islamica.

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