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Cristiani nel mondo musulmano

Marocco: cristiani orientati verso l’esterno

Come vivono i cristiani in Marocco oggi? Rispondono Monsignor Vincent Landel, Arcivescovo di Rabat, Vincent Sibout, direttore della Caritas in Marocco e il professor Nadir el-Moumni, dell’Università Mohammed V a Rabat-Souissi, che parlano di convivenza e collaborazione in un contesto che non risparmia difficoltà.

Si trova sul bordo dell’Africa senza sentirsi del tutto un Paese “africano”; sfiora l’Europa, ma non si ritiene europeo: il Marocco è un autentico crocevia di culture, etnie e tradizioni.

 

Fino a circa quindici anni fa, questo Paese era uno snodo importante per i migranti che dall’Africa sub-sahariana cercavano di arrivare in Europa. Poi però all’inizio degli anni ’90 le leggi sui flussi migratori dell’Unione europea sono cambiate e nel 2005 l’adozione della nuova politica migratoria europea da parte del Consiglio d’Europa ha reso più difficile raggiungere la costa europea. Così da luogo di passaggio il Marocco è diventato un punto di arrivo e i migranti hanno iniziato a cercare lavoro tra Rabat, Casablanca e Tangeri, e a mandare i loro figli nelle scuole marocchine per permettere loro di ricevere un’istruzione migliore di quella che avrebbero ricevuto in patria.

 

 

Una buona parte di questi immigranti, molti francofoni, costituisce la comunità dei cristiani. Nel Paese i non musulmani sono circa 30 mila su una popolazione di circa 35 milioni, mentre i cristiani non arrivano neanche all’1%. Eppure stupisce la festosità quando si entra in una chiesa di domenica, perché nelle celebrazioni si inseriscono i canti, i balli e i colori dei vestiti tradizionali nigeriani, camerunensi e congolesi, le tre nazionalità più presenti nel Paese. Eppure Monsignor Vincent Landel, Arcivescovo di Rabat, non può non far presente che in Marocco la vita per i cristiani non è facile: «Non ci sentiamo stranieri: lo siamo». Per gli stranieri c’è libertà di culto e di conversione, ma esiste ancora nel Paese il reato di apostasia e di proselitismo, che vengono puniti con la prigione. In proposito alla fine del 2013 fece scalpore la notizia della condanna a due anni e mezzo di carcere di un giovane marocchino accusato di aver abbandonato l’Islam e di aver fatto proselitismo a favore della religione cristiana. Negli ultimi anni, tuttavia, anche sull’onda di simili casi, stanno prendendo sempre più piede le associazioni per la difesa dei diritti umani, che offrono il supporto di avvocati specializzati in questo campo.

 

 

Il professor Nadir el-Moumni, dell’Università Mohammed V a Rabat-Souissi, rileva che, nonostante ci siano ancora gravi distanze tra le leggi marocchine e i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, il sistema giudiziario del Paese si sta lentamente adeguando. A tal scopo nel 2011 è stato istituito il Conseil national des droits de l'homme, un organo che ha il compito di promuovere e garantire il rispetto dei diritti umani. La strada è ancora lunga, ammette il professore, ma il Marocco sta facendo grandi passi in avanti.

 

 

Attive quanto le associazioni per i diritti umani sono quelle realtà, confessionali e non, che accolgono i migranti e si impegnano su questioni urgenti come la diffusa povertà, l’analfabetismo e la domanda di assistenza medica e sociale. Tra queste c’è anche la Caritas Marocco, che affianca i servizi di assistenza sociale già presenti nel territorio perché, come spiega il direttore Vincent Sibout, «l’importante è orientarsi verso l’esterno», cioè lavorare con gli altri, con i volontari locali e istituire partenariati con le associazioni e con i servizi già offerti dallo Stato, rimanendo tuttavia sempre legati alla Chiesa. Sono numerosi i volontari marocchini che si offrono di aiutare i migranti sub-sahariani a trovare lavoro e una sistemazione, sottolinea Sibout. Anche se non mancano episodi di razzismo, in genere non si bada all’etnia o alla religione dell’immigrato: «Noi lavoriamo per tutti e accogliamo tutti a prescindere dalle appartenenze. E in questi rapporti la fede è di certo importante, perché aiuta ad affrontare le difficoltà».

 

 

Per Monsignor Landel anche le circostanze a volte un po’ “limitanti” sono paradossalmente di aiuto: «I cristiani sono invitati ad andare all’essenziale della propria fede, lasciandosi provocare dal confronto con l’Islam e con la società musulmana marocchina e sono spinti a non dimenticare che Dio è uno solo per tutti». In questo senso per il vescovo di Rabat l’appartenenza religiosa è un bene da valorizzare perché può essere quell’esperienza comune su cui fondare insieme, cristiani e musulmani, una serena convivenza.

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