A sette anni dall’inaugurazione del museo dedicato al grande scrittore egiziano, un viaggio nel cuore delle brulicante metropoli, la vera protagonista della sua opera

Ultimo aggiornamento: 14/07/2026 16:32:38

Sette anni fa, il 14 luglio 2019, è stato inaugurato al Cairo un museo in onore di Nagib Mahfuz, l’unico scrittore arabo a essere stato finora insignito del premio Nobel, nel 1988. Nobel che peraltro lo scrittore egiziano non andò a ritirare – detestava viaggiare – mandando in sua vece le due figlie. Un’iconica fotografia lo coglie seduto al suo consueto caffè cairota, intento a leggere il giornale che a caratteri cubitali annuncia la sua vittoria: un particolare che la dice lunga sulla sua originalità e indipendenza.

Il museo dedicato a Mahfuz sorge a due passi dall’Azhar, in un convento sufi di età ottomana annesso alla bella moschea di Abu al-Dhahab. Nonostante la sua posizione, resta fuori dal circuito delle visite turistiche e quando in una mattinata di giugno di quest’anno ci sono entrato quasi per caso con una collega, non abbiamo trovato nessun altro visitatore. Al Cairo sono stato decine di volte e ci ho anche vissuto a tre riprese, per un totale di poco meno di un anno, ma la città riserva sempre sorprese. Il museo di Mahfuz è senz’altro una di queste: al suo interno conserva la biblioteca dello scrittore, alcuni suoi abiti, gli strumenti di lavoro, le onorificenze che ricevette dalle accademie di mezzo mondo, alcuni spezzoni dei film ispirati ai suoi più di trenta romanzi, mentre in una teca fa bella mostra di sé il Diploma Nobel realizzato per l’occasione dall’Accademia Svedese. Non manca una stanza dedicata al tentativo di assassinio avvenuto nel 1994 a opera di due terroristi che, istigati da uno shaykh estremista, si proponevano di punire lo scrittore per il suo romanzo “blasfemo” Il rione dei ragazzi, in cui i personaggi sono trasparenti allegorie di Dio e dei principali profeti riconosciuti dall’Islam. Nel museo si possono vedere gli esercizi di scrittura con cui Mahfuz, allora ottantaduenne, cercò di riprendere l’uso della mano destra, anche se a causa dell’età riuscì a recuperare solo alcuni minuti di autonomia al giorno.

L’ubicazione del museo, nel cuore della Cairo islamica, non è casuale. Con qualche eccezione come Miramar, decadente pensione alessandrina, e i giovanili romanzi storici di ambientazione faraonica, il vero protagonista dei romanzi di Mahfuz è infatti il Cairo, la brulicante metropoli egiziana che all’epoca in cui inizia a scrivere vantava “solo” qualche milione di abitanti, mentre oggi è esplosa oltre i 25. Spicca in particolare nella sua produzione la Trilogia del Cairo, redatta nei primi anni Cinquanta, che segue, non senza dettagli autobiografici, le avventure di una famiglia della piccola borghesia cairota dal 1917 al 1944, passando attraverso eventi decisivi come la rivoluzione liberale del 1919, il recupero dell’indipendenza formale nel 1922, e lo scoppio della Seconda guerra mondiale, quando Rommel e gli italiani arrivarono a un soffio dal travolgere le difese inglesi presso Alessandria.

Dal punto di vista narrativo la Trilogia ricorda altre saghe familiari come I Buddenbrook di Thomas Mann, anche se la direzione della trama non va verso il declino, ma piuttosto verso il risveglio delle coscienze – Mahfuz, soprattutto nella sua prima fase, è un socialista non marxista, ispirato dalle idee dell’intellettuale copto Salàma Musa. Aldilà della ricca trama, il genio dell’autore egiziano si esprime soprattutto nella capacità di ricreare un preciso quartiere della Cairo islamica, Gamaleyya, dove egli nacque nel 1911 e in cui visse a lungo. Nel primo libro della Trilogia, quasi tutta l’azione si svolge in una ristrettissima zona della città fatimide, via Tra i due palazzi – da qui il titolo –, oggi rinominata Via al-Mu‘izz li-Dīn-i’llāh. La porzione accanto ai grandi complessi mamelucchi in cui si muovono i personaggi del romanzo conserva ancora localmente il nome di shāri‘ al-Nahhāsīn (la via dei ramai o ramaioli). Carta alla mano, la casa immaginata da Mahfuz esiste davvero e si può visitare: è il palazzo di Beshtak, non lontano dall’incrocio con via al-Khoronfish, dove il tirannico capofamiglia, il sayyed Ahmad, ma anche il debole primogenito Yasin, conducono una seconda vita segreta all’insegna del divertimento. Nel mio ultimo soggiorno al Cairo, mi sono divertito a calcare le strade nominate nel romanzo: da via dei Ramai, dove ha sede il negozio del sayyed Ahmad e, poco più a nord, la casa familiare, si prende a destra verso piazza Bayt al-Qadi per arrivare alla moschea di al-Hussein, centro religioso del quartiere e del Cairo. Un percorso brevissimo, ma che costerà molto caro alla moglie del sayyed, la devota e sottomessa Amina.

Di questo minuscolo universo, percorribile a piedi in una decina di minuti, Mahfuz ha saputo ricreare alla perfezione i ritmi e gli accenti – si racconta infatti che da bambino stesse per ore ad ascoltare le chiacchere delle donne e le storie nei caffè, un’abitudine, quest’ultima, che mantenne anche da adulto. Ed è certamente questo, più che il messaggio politico, il fascino profondo della trilogia, come avvertì il primo studioso europeo a scriverne, il domenicano Jacques Jomier. Membro dell’IDEO, l’Istituto Domenicano di Studi Orientali sito a quindici minuti a piedi dalla Cairo islamica, Jomier diede conto della trilogia sulla rivista MIDEO. Di per sé il domenicano francese s’interessava di esegesi coranica contemporanea, ma aveva anche una vena segreta antropologica che gli permise di cogliere il potenziale del romanziere quando ancora Mahfuz non era noto.

Luglio comunque non ricorda soltanto l’inaugurazione del Museo. In quel mese cade infatti una data chiave nella storia di Mahfuz e di tutti gli egiziani, il 26 luglio 1952, quando ebbe luogo il colpo di stato degli ufficiali liberi che rovesciò la monarchia e preparò l’ascesa al potere di Nasser. Anche se le vicende della trilogia si arrestano al 1944 e la stesura fu conclusa prima del 1952, i membri più giovani della famiglia vivono già in un clima prerivoluzionario. In effetti, Mahfuz fu inizialmente conquistato dal Nasserismo e ricoprì importanti cariche nel sindacato degli scrittori; l’apice dell’entusiasmo verso il regime fu toccato ancora una volta in luglio, il 26 luglio 1956, con l’annuncio della nazionalizzazione del Canale di Suez. Tuttavia, lo scrittore egiziano si disilluse presto e finì con il criticare le derive autoritarie di Nasser, mentre espresse il proprio sostegno agli accordi di pace di Camp David, firmati dal suo successore Sadat.

Sempre parlando di topografia urbana, Via 26 Luglio (un tempo Via Re Fu’ād) è il nome del corso principale che attraversa da est a ovest l’isola di Zamalek. Fa parte del Cairo, ma non della Cairo di Nagib Mahfuz, che alle grandi arterie, scenografie di imponenti parate e di slogan rivoluzionari urlati, preferisce i sussurri dei vicoli – lenesque sub noctem sussurri – e le piazze abitate da un’umanità varia, contraddittoria, incostante, viva: la nostra umanità.

 

 

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