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Focus attualità

Attentati in Sri Lanka: una ricostruzione dei fatti

Prima pagina dell'edizione srilankese del Daily Mirror il giorno dopo gli attacchi

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 26/04/2019 15:47:59

Gli attacchi in Sri Lanka

 

La domenica di Pasqua si è aperta con le terribili notizie dallo Sri Lanka, dove in mattinata si sono registrate sei esplosioni in contemporanea. Gli obiettivi sono stati il santuario di Sant'Antonio a Colombo, la chiesa di San Sebastiano a Negombo, una chiesa a Batticaloa e tre hotel di lusso nella capitale: lo Shangri-La Hotel, il Cinnamon Grand Hotel e il Kingsbury Hotel. Altre due esplosioni hanno avuto luogo vicino all'hotel Tropical Inn e nel sobborgo della capitale Dematagoda, come anticipato dal quotidiano locale Navamani. La sera di Pasqua un ulteriore ordigno è stato disinnescato nei pressi dell’aeroporto. Nella giornata di lunedì, è stata fatta brillare una bomba all’interno di un furgone nei pressi del santuario di Sant’Antonio e sono stati rinvenuti 87 piccoli ordigni nella capitale, tutti disinnescati dagli artificieri.

 

Il Paese, in una situazione relativamente stabile da anni, non è però nuovo alla violenza, come dimostra la storia recente, ricostruita in questo articolo di Foreign Policy. Episodi simili accompagnano la moderna storia cingalese, dall’indipendenza del 1948 ai primi scontri fra la maggioranza buddista e il gruppo separatista LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam, le famose “Tigri Tamil”) fondato nel 1976, fino allo scoppio della guerra civile nel 1983 terminata nel 2009. Il conflitto interno, conclusosi con l’uccisione di oltre 40.000 Tamil da parte del governo a guida Mahinda Rajapaksa, ha sì consegnato un Paese più quieto, ma ancora profondamente fratturato lungo linee confessionali.

 

Come scrive Antonio Talia per ISPI, le differenze etno-religiose minano la stabilità dello Sri Lanka. Oltre ai gruppi induisti (come gli affiliati internazionali a LTTE in Norvegia e Regno Unito) e buddisti (come il BBS, Bodu Bala Sena, “Forza del Potere Buddhista”), la popolazione locale è composta da cristiani, spesso oggetto di persecuzioni nel Paese, e musulmani, sospettati da organizzazioni buddiste radicali di pianificare una sostituzione etnica del popolo cingalese. Oltre a queste accuse, Amarnath Amarasingam, un esperto di estremismo cingalese per l’Institute for Strategic Dialogue intervistato dal The New Yorker, evidenzia due altri fattori che hanno contribuito a innervosire la situazione: la distruzione di moschee da parte di gruppi radicali buddisti e induisti e i flussi di denaro provenienti dal Golfo, sulla cui natura la popolazione non musulmana è molto preoccupata. Di fronte a questi elementi, le autorità non hanno però adottato nessuna contromisura, contribuendo ad accrescere le tensioni interconfessionali.

 

Solo in seguito agli attacchi le autorità del Paese hanno disposto rigide misure di sicurezza, come il coprifuoco notturno, la chiusura dei social network e l’invio di oltre 1000 soldati e poliziotti nella capitale. La creazione di un comitato investigativo «per indagare le cause e le circostanze della tragedia» appare però una misura tardiva. Sono infatti emerse in questi giorni alcune indiscrezioni relative alla possibilità di prevenire l’attacco che ha ad oggi causato 253 morti, di cui 35 stranieri. Come ricostruisce l’Economist, i servizi segreti nazionali avevano avvertito di possibili attacchi già il 4 aprile, fornendo una lista di nominativi di sospetti il 9 aprile ed emettendo un’allerta circa attacchi suicidi contro alcune chiese l’11 aprile. Oltre agli attriti fra il Presidente Maithripala Sirisena e il Primo Ministro Ranil Wickremesinghe che avrebbero rallentato la trasmissione delle informazioni, anche il capo dell’intelligence è accusato di aver nascosto alcune informazioni.

11 aprile warning sri lanka.jpgIl documento dell'11 aprile che avvertiva di possibili attacchi

 

Secondo la CNN, l’avvisaglia più importante arrivava però dall’India, dove un detenuto probabilmente affiliato ad Ansar al-Tahweed fi Bilad al-Hindi, la succursale locale di ISIS, aveva indicato il gruppo jihadista National Thowheeth Jama’ath (NTJ) e il suo leader Zahran Hashim come pronti a sferrare un attacco. A ciò vanno aggiunti i numerosi avvertimenti dei servizi indiani circa la vicinanza di Hashim a un gruppo di jihadisti affiliati allo Stato Islamico della Provincia del Khorasan (IS-KP) con sede a Coimbatore.

 

Ed è proprio su Zahran Hashim che si concentra The Leaders, raccogliendo la testimonianza di un amico di Hashim. Nato in una famiglia povera, Hashim studia alla madrasa Jamiathul Falah, da dove sarà presto espulso per le idee radicali. Fonderà così il National Thowheeth Jama’ath. Hashim è riuscito ad attirare molti giovani, grazie alla brillante retorica impiegata nei suoi discorsi, soprattutto incentrati sul rifiuto del sufismo e sull’adesione completa all’idea di tawhid (l’unità e l’unicità di Dio). Come prova delle sue abilità viene ricordato un dibattito con Ashraff, una figura molto vicina all’università-moschea di al-Azhar. In una dichiarazione di venerdì, il Presidente Sirisena ha annunciato che Hashim sarebbe morto nell'attacco all'hotel Shangri-La.Amaq jihad sri lanka.JPGUn'immagine degli otto attentatori rilasciata da Amaq

 

Alcuni esperti di terrorismo come Anne Speckhard e Scott Stewart, intervistati dal New York Times, hanno però avanzato dubbi circa la possibilità che un gruppo così piccolo (100-150 affiliati) e al massimo coinvolto nel danneggiamento di statue di culto buddiste potesse organizzare un attacco coordinato di questo tipo. D’altra parte, Joshua Geltzer, senior director dell’anti-terrorismo durante la presidenza Obama, non è troppo sorpreso, perché «c’è una grande disponibilità di informazioni e istruzioni disponibile online». Inoltre, la fine territoriale di ISIS non coincide con la fine ideologica del gruppo, che piuttosto agirà su una scala locale anziché globale; una posizione questa già espressa a febbraio da Hassan Hassan su The Atlantic.

 

La prima rivendicazione è arrivata nella giornata di martedì, proprio da parte di NTJ attraverso l’agenzia stampa del Califfato Amaq e a poche ore dall’arresto del 58esimo sospettato. Nonostante il Ministro della Difesa Ruwan Wijewarden abbia parlato di vendetta per quanto accaduto a Christchurch, il comunicato di NTJ non fa riferimento alla strage in Nuova Zelanda. Come evidenziato da Daniele Raineri sul Foglio, nella rivendicazione si parla di un attacco contro i “cristiani in guerra”, perché appartenevano “ai paesi della Coalizione”. Il video rilasciato da NTJ, in cui si vedono otto uomini fra cui solo Zahran Hashim a volto scoperto, contiene anche un voto di fedeltà (bayat) all’autoproclamato califfo al-Baghdadi. In più, è molto simile a quello pubblicato dallo Stato Islamico in Arabia Saudita in vista di un attacco, poi fallito, in programma domenica contro un comando militare nella città di Zulfi. Secondo una loro lettera, analizzata in esclusiva dal Foglio, pianificavano di uccidere 50-60 “apostati”.

 

 

Le ultime novità dalla Libia

 

L’offensiva che doveva portare rapidamente il Generale Khalifa Haftar a occupare Tripoli si sta rivelando più complessa del previsto. Dopo tre settimane dal lancio dell’operazione e dopo 272 morti, 1282 feriti e 30.000 sfollati secondo l’OMS, l’Esercito di Liberazione Nazionale (LNA) di Haftar ha subito l’azione delle forze alleate al Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fayez al-Sarraj. Come riporta Al Jazeera, la controffensiva si è sviluppata lungo due direttrici: a sud, dove le truppe dell’LNA sono state allontanate da Aziziya, e a sud-ovest, dove gli aerei del GNA hanno colpito la base aerea di al-Watiyah e l’accampamento al-Thamenah di Ghayran, distruggendo otto veicoli e uccidendo cinque soldati. Nelle stesse ore le forze fedeli a Haftar entravano nel centro di detenzione per migranti Qasr bin Ghashir, facendo fuoco e ferendo decine delle 728 persone ufficialmente registrate.

 

Nonostante le resistenze incontrate, Haftar può ancora contare su molti uomini e un esercito altamente differenziato, come ricostruito nello schema di Dzsihad Hadelli. Inoltre, l’uomo forte della Cirenaica ha recentemente incassato il benestare di un attore che, pur “guidando dalle retrovie”, occupa ancora una posizione rilevante nello scacchiere libico, ovvero gli Stati Uniti.

forze haftar libya.JPGSchema delle forze fedeli a Khalifa Haftar [© Dzsihad Hadelli - Twitter]

 

Come ricostruito dal Jeffrey Feltman per il Brookings Institute, la telefonata di Donald Trump a Haftar del 15 aprile ma resa nota il 19 ha infatti segnato un avvicinamento della Casa Bianca a Tobruk. La convergenza è riconducibile a tre aspetti: la lotta al terrorismo, la messa in sicurezza degli idrocarburi libici e la necessità di una transizione verso un sistema politico stabile.

 

La fiducia accordata a una figura forte, autoritaria (come dimostra questo video in cui Haftar si dice pronto a sparare in testa ai disertori) e in grado di garantire stabilità alla Libia è condivisa da un altro attore chiave, ovvero la Russia. Mosca e Washington hanno così deciso di votare insieme contro la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per un cessate il fuoco.

 

Questo peculiare avvicinamento è però motivato da elementi diversi. La posizione russa in Libia è infatti riconducibile, secondo James Dorsey su Lobelog, a una strategia di denial nei confronti degli Stati Uniti, elaborata già in passato dall’ex spia e Ministro degli Esteri Yevgeny Primakov. Essa consisterebbe nell’impedire all’avversario di raggiungere una posizione egemonica in Medio Oriente. E per fare ciò, nota Dorsey, il Cremlino ha assunto diverse posizioni, spesso inconciliabili fra loro, come il supporto agli autocrati o l’aiuto ai manifestanti. D’altra parte, l’attuale riposizionamento degli Stati Uniti pare essere maggiormente legato all’atteggiamento assunto dai suoi alleati mediorientali, in particolare Egitto, Arabia Saudita ed Emirati, a fianco di Haftar e contro il governo di al-Sarraj sostenuto da Turchia e Qatar.

 

Ed è proprio ai Paesi del Golfo che occorre prestare attenzione, dato il ruolo chiave che rivestono in Libia. Si coglie appieno questo aspetto leggendo l’analisi di Cinzia Bianco su Limes. Vedere nel conflitto libico una contrapposizione fra Stati Uniti e Russia, come fa l’Europa, è infatti segno di una certa miopia. Le potenze del Golfo hanno fin da subito occupato un ruolo di primo piano, che si è sviluppato nel tempo, dalla cooperazione fra Qatar ed Emirati per far approvare alla Lega Araba l’intervento NATO nel 2011 all’identificazione di interlocutori diversi, fino alla definitiva rottura nel post-deposizione di Morsi. La ricerca di un al-Sisi libico che possa garantire stabilità e che serva da deterrente per le forze islamiste è ciò che ha spinto gli Emirati e l’Arabia Saudita in Libia. E ora che il Qatar sembra aver trovato un rimedio al blocco imposto da Abu Dhabi e Riyadh, le monarchie del Golfo hanno tutto l’interesse a forzare la mano, spingendo Haftar verso Tripoli.

 

 

IN BREVE

 

Bangladesh: come riportato da Vatican News, i cristiani in Bangladesh hanno festeggiato la Pasqua per la prima volta negli ultimi 30 anni.

 

Sudan: Arabia Saudita ed Emirati hanno promesso 3 miliardi di $ di aiuti al Sudan, di cui 500 milioni sotto forma di deposito nella banca centrale del Paese. I manifestanti sono scesi in strada per manifestare il dissenso verso questa iniziativa.


Iran: gli Stati Uniti hanno deciso di sospendere definitamente i waiver, ovvero le deroghe al blocco dell’import di petrolio iraniano concesse a 8 Paesi: Italia, Grecia, Taiwan, Cina, India, Turchia, Giappone e Corea del Sud.

 

Iran: Ali Khamenei ha nominato un nuovo comandante dei pasdaran. Si tratta di Hossein Salami che prende il posto di Mohammad Ali Jafari, a due settimane dalla decisione di Washington di includere i pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche.


Siria: secondo la BBC, il Kosovo è pronto a riaccogliere 110 cittadini partiti per la Siria. Oltre a 74 bambini e 32 donne, si contano anche quattro uomini che si erano arruolati nelle fila del sedicente Califfato.


Marocco: l’ambasciatore degli Emirati a Rabat Ali Salem al-Kaabi è stato richiamato a Abu Dhabi.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

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