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Focus attualità

Il mondo si divide sugli uiguri

Proteste davanti alla Casa Bianca a difesa degli uiguri [Future Atlas - Flickr]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 19/07/2019 13:15:56

Il 10 luglio 22 Paesi, per la maggior parte europei, hanno firmato una lettera, indirizzata direttamente all’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet, in cui chiedevano alla Cina di sospendere le persecuzioni ai danni degli uiguri, un gruppo etnico turco di fede islamica che vive principalmente nella regione dello Xinjiang. Nel testo gli Stati si dichiaravano «preoccupati circa l’esistenza di numerosi campi di detenzione e di un sistema diffuso di sorveglianza e restrizioni».

 

Nonostante gli Stati Uniti – come per altro l’Italia – non abbiano aderito all’iniziativa, il Segretario di Stato Mike Pompeo si è mostrato preoccupato riguardo a quanto sta accadendo in Cina. Come riporta l’ABC, Pompeo ha definito il trattamento riservato da Pechino alla minoranza uigura «la macchia del secolo».

 

Se molti Paesi si sono espressi contro il governo cinese, questa settimana 37 Stati hanno invece espresso il proprio sostegno alle iniziative di Pechino. Ciò che colpisce è che fra questi Paesi vi sono molti Stati a maggioranza musulmana, come Algeria, Bahrain, Egitto, Kuwait, Oman, Qatar, Somalia, Sudan, Siria, Arabia Saudita e Pakistan. Come riportato su Saphir News, questi Paesi si sono congratulati per le politiche messe in campo dalla Cina contro il terrorismo e l’estremismo religioso, con riferimento al sistema di controllo e detenzione attivo nello Xinjiang. Altri Paesi come Turchia, Indonesia, Malesia, Marocco e Tunisia si sono astenuti dal prendere parte a entrambe le dichiarazioni.

 

Il sito Quartz dedica alla questione un approfondimento, ponendo l’attenzione sulla posizione filo-cinese assunta da numerosi Stati africani. Angola, Gabon e Nigeria hanno per esempio firmato accordi miliardari con la Cina, partner ideale dato l’atteggiamento non interventista su questioni politiche o legate ai diritti umani. Togo, Algeria e Zimbabwe hanno sottoscritto il memorandum d'intesa per la Belt and Road Initiative. Infine, altri Stati come Sud Sudan, Angola e Congo sono grandi esportatori di minerali verso la Repubblica Popolare e la presa di posizione a favore della Cina serve a tutelare tali accordi economici.

 

Javad Zarif e il rapporto fra Stati Uniti e Iran

 

Il Ministro degli esteri iraniano Javad Zarif ha rilasciato un’intervista al canale americano NBC durante la sua visita a New York. Fin da subito Zarif si è concentrato sulle tensioni fra Washington e Teheran: il regime sanzionatorio imposto sull’Iran sta mettendo in ginocchio la popolazione civile. Un conflitto armato vero e proprio appare ancora lontano, ma la popolazione irachena teme di trovarsi vittima di una guerra tra Stati Uniti e Iran, come ha ribadito il patriarca caldeo Louis Sako.

 

La strategia di “massima pressione” messa in campo da Donald Trump vuole costringere il regime iraniano a negoziare da una posizione più debole. Al contrario, Teheran si dice pronta a riaprire il tavolo negoziale con gli Stati Uniti solo di fronte a una revoca delle sanzioni. Anche il disimpegno iraniano dal JCPOA è secondo il Zarif «revocabile completamente nel corso di poche ore».

 

Un nuovo accordo sul nucleare da parte iraniana appare dunque possibile solo con la sospensione delle sanzioni, che però, come evidenziato su LobeLog, si scontra con tre difficoltà: le nuove sanzioni erano state pensate come difficilmente scardinabili, ancorate anche a settori non connessi con la questione nucleare; la decisione americana di uscire unilateralmente dal JCPOA è in parte dovuta alla volontà di Trump di smarcarsi dal suo predecessore; infine l’amministrazione americana appare divisa sul dossier iraniano.

 

Proprio a riguardo di questo ultimo punto, il Carnegie Middle East Center si è domandato la scorsa settimana chi guidasse la politica estera americana nei confronti dell’Iran. Il think tank americano, pur notando le posizioni divergenti fra Mike Pompeo, John Bolton e Donald Trump, evidenzia come alla fine «il Presidente è il decisore finale in politica estera e il capo delle forze armate. Trump non si fa infatti problemi a ignorare o contraddire le indicazioni dei suoi consiglieri». Lo stesso Zarif ha riconosciuto come alcune persone vicine a Trump vogliano la guerra, mentre il Presidente ha mostrato diverse volte un atteggiamento più prudente, come quando ha deciso di sospendere una rappresaglia dopo l’abbattimento di un drone americano sullo Stretto di Hormuz.

 

Se a livello interno la Repubblica Islamica mira al blocco delle sanzioni, a livello regionale l’Iran è, utilizzando l’espressione di Zarif, «una potenza che ambisce allo status quo». In particolare, Zarif ha sottolineato come un accordo con gli Stati Uniti sarebbe più facilmente raggiungibile se Washington smettesse di vendere armi ad Arabia Saudita ed Emirati, contribuendo così ad accrescere il nervosismo degli altri stati. Nel 2018 infatti Riyadh avrebbe acquistato armi, soprattutto americane, per un totale di 67 miliardi di dollari, circa quattro volte in più rispetto alla spesa per la difesa di Teheran. Le elevate spese militari, i tentativi di influenzare la scena politica in Libia e Sudan e il coinvolgimento in Yemen da parte del duo saudita-emiratino non fanno altro che aumentare le tensioni.

 

Oltre alle armi americane, Riyadh e Abu Dhabi hanno investito molto nel debito americano. L’Arabia Saudita possiede oggi circa 177 miliardi di dollari in titoli di Stato americani, un dato in costante crescita nonostante alcune difficoltà incontrate dal Fondo sovrano saudita (PIF) e le richieste di prestiti per un ammontare di 10 miliardi di dollari a banche e gruppi di investimento. Secondo Cinzia Bianco, intervistata da L’Indro, queste mosse dipendono dal fatto che Trump ha messo in chiaro che la partnership con gli USA poteva essere assicurata solo con incentivi finanziari. La tradizionale alleanza fondata sullo scambio “sicurezza-petrolio”, dice la Bianco, è ormai tramontata. Gli Stati Uniti non puntano più sull’Arabia Saudita per l’approvvigionamento energetico, ma per la tutela dei propri interessi in Medio Oriente, mentre il Regno saudita si appoggia agli Stati Uniti per diversificare la propria economia (ancora largamente dipendente dal petrolio) e per diventare un attore chiave nella regione. La convergenza di interessi, e non di valori, è alla base dell’alleanza fra Washington e il Regno, nota Giorgio Cafiero intervistato su Al Bawaba.

 

Dopo essersi concentrato sulle potenze rivali nella zona, Zarif ha parlato anche dei proxies iraniani, ovvero i gruppi non-statali affiliati alla Repubblica Islamica e attivi in altri Paesi. Il Ministro ritiene che essi non siano gruppi armati che sfidano il potere degli Stati, ma piuttosto «forze politiche regolarmente e democraticamente elette» (con riferimento a Hezbollah in Libano). Nell’intervista non viene invece dato spazio alle milizie sciite attive in Iraq o al dibattuto rapporto fra l’Iran e i ribelli yemeniti huthi.

 

Gli incidenti nello Stretto di Hormuz

 

Lo Stretto di Hormuz è un’area estremamente delicata viste le tensioni fra le due sponde del Golfo. Come analizzato da Foreign Affairs, lo Stretto ha bisogno di un garante della sicurezza oggi più che mai, al fine di prevenire un potenziale conflitto militare fra Iran e Arabia Saudita e per proteggere i traffici marittimi, che non riguardano solo il petrolio. Gli Stati Uniti hanno però privilegiato i benefici a breve termine a una politica volta a garantire la sicurezza regionale.

 

Il sito The American Conservative sottolinea come lo Stretto fosse già stato teatro di dispute nel 2015, ma negli ultimi mesi si è assistito ad un aumento degli incidenti, dall’attacco a quattro petroliere al largo di Fujairah (EAU) il 12 maggio alle petroliere colpite nel Golfo dell’Oman il 13 giugno.

 

Giovedì scorso si è registrato un altro episodio, quando, secondo la marina britannica, tre navi iraniane hanno cercato di intercettare la petroliera British Heritage a nord dello Stretto. Per mettere in fuga le imbarcazioni è così dovuta intervenire la nave da guerra inglese HMS Montrose. Sia il Ministro Zarif sia i Guardiani della Rivoluzione hanno negato ogni coinvolgimento. Da parte delle autorità britanniche è invece trapelata preoccupazione. Secondo loro, l’attacco sarebbe una rappresaglia in seguito al blocco operato dalla marina inglese al largo di Gibilterra ai danni della petroliera iraniana, ma battente bandiera panamense, Grace 1. Secondo quanto ricostruito dalla CNN, il cargo stava infatti trasportando greggio destinato alle raffinerie siriane di Baniyas, su cui l’Unione europea ha posto l’embargo. In seguito al fermo della nave, Teheran aveva promesso una reazione forte, ribadita in questi giorni dall’Ayatollah Khamenei e ripresa dall’Independent.

 

Un altro incidente risale allo scorso fine settimana, quando una piccola petroliera emiratina con bandiera panamense, la Riah, è scomparsa dai radar mentre era diretta da Dubai a Fujairah. Lo spegnimento del transponder alle 23 di sabato, mentre la nave si trovava in acque iraniane nella zona di Qeshm dove i pasdaran hanno una base, ha fatto scattare l’allarme. I sospetti, soprattutto da parte degli Stati Uniti, si sono da subito concentrati sull’Iran, che, dopo alcuni giorni di silenzio, ha annunciato all’agenzia filo-governativa Presstv che la marina di Teheran aveva soccorso una petroliera straniera che incontrava alcuni problemi tecnici. Ed è notizia di oggi l’abbattimento di un drone iraniano da parte della marina americana nel Golfo Persico.

 

Gli Stati Uniti e  la Turchia

 

L’ufficializzazione della scorsa settimana dell’acquisto da parte della Turchia del sistema antimissilistico russo S-400 non ha lasciato indifferente Washington. Nella giornata di mercoledì la Casa Bianca ha rilasciato un comunicato in cui afferma che l’acquisto del sistema russo rende impossibile ogni coinvolgimento turco nel programma F-35.

 

Come evidenzia Emanuele Rossi su Formiche, i caccia prodotti dall’americana Lockheed Martin rappresentano «un reale vettore di diplomazia per Washington (…) e il link che collega gli alleati atlantici». Il sistema russo minaccerebbe però la sicurezza degli F-35 e compromette il ruolo della Turchia nella NATO, soprattutto considerando che l’alternativa agli S-400 erano i sistemi americani Patriot. Il New York Times riporta a tal proposito le dichiarazioni di Donald Trump che incolpa l’amministrazione Obama della mancata vendita ad Ankara degli armamenti americani.

 

Le frizioni della Turchia con gli Stati Uniti sugli S-400 e con l’Unione europea sulle trivellazioni al largo di Cipro sono però solo gli ultimi capitoli di un lento processo di allontanamento. Come riportato su Foreign Policy, sono lontani i tempi in cui Ankara era desiderosa di entrare nell’Unione. La svolta islamista all’alba delle Primavere Arabe, le proteste diffuse per la deposizione di Muhammad Morsi nel 2013, la rottura con il movimento di Fetullah Gülen e l’intervento in Siria principalmente diretto contro i curdi hanno profondamente danneggiato le relazioni della Turchia con l’Occidente. Nonostante ciò, gli Stati Uniti non possono rompere ogni rapporto con Ankara, anche perché la Turchia ospita la base NATO di Incirlik, dove sarebbero conservate circa 50 testate nucleari americane.

 

Il crescente ricorso all’hard power da parte della Turchia mette però in difficoltà la Casa Bianca: una reazione aggressiva confermerebbe la percezione che gli Stati Uniti sono ostili, mentre una mancata reazione rappresenterebbe un via libera per chiunque volesse sfidare l’America.

 

Il Kuwait collabora con l’Egitto contro la Fratellanza

 

Il 12 luglio il Ministero degli Interni del Kuwait ha annunciato sul proprio sito l’arresto di otto esponenti di una cellula terroristica affiliata ai Fratelli musulmani egiziani. Gli otto arrestati, condannati dai tribunali egiziani fino a un massimo di 15 anni di carcere per reati che andavano dalla disobbedienza civile fino al coinvolgimento nell’omicidio di un procuratore egiziano, sono stati riportati in Egitto nella giornata di lunedì, in ottemperanza all’accordo fra Kuwait ed Egitto sulle estradizioni firmato nel 2017. Lo ha affermato il vice Ministro degli esteri Khaled al-Jarallah.

 

Le reazioni nei media sono state contrastanti, riflettendo i diversi orientamenti tenuti dagli Stati nei confronti dei Fratelli musulmani. Il sito emiratino The National ha precisato che, sebbene l’organizzazione non sia inclusa fra i gruppi terroristici in Kuwait, un sentimento anti-Fratellanza si sta diffondendo nella regione. Al contrario, l’emittente qatariota Al Jazeera si concentra sulla denuncia di Human Rights Watch, che evidenzia in una dichiarazione di martedì come il rimpatrio violi il diritto internazionale.

 

IN BREVE

 

Bahrein: alcuni membri di al-Qaeda sarebbero stati reclutati dal governo del Bahrein per eliminare diversi capi dell’opposizione. La notizia è stata lanciata da Al Jazeera in arabo e ripresa da Middle East Monitor e da Agenzia Nova in Italia.

 

Sudan: il Guardian riporta che la giunta militare e i manifestanti hanno firmato un documento per includere nel governo del Paese alcuni rappresentanti della società civili.

 

Myanmar: la BBC riporta come gli Stati Uniti abbiano avviato delle sanzioni nei confronti di alcuni ufficiali militari birmani per crimini contro l’umanità ai danni dei Rohingya.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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